Il nostro viaggio

terraDovevailpaese, per la sezione “Riflessi” pubblica IL NOSTRO VIAGGIO. Una riflessione, appunto, sul senso del nostro vivere e sull’incredibile avventura dell’umanità. .

 

Viaggiamo di generazione in generazione a bordo del nostro pianeta. Senza comprendere dove stiamo andando né perché. Non pilotiamo la nostra astronave, anzi è la Terra che ci conduce da qualche parte lontano, in un posto che non conosciamo né immaginiamo. Andiamo sempre avanti. È più forte di noi, lo abbiamo scritto nel cuore. Tutt’intorno vediamo un universo che non capiamo, una realtà che non possiamo interpretare, un futuro sconosciuto. Con coraggio proseguiamo la nostra missione. Spendiamo la nostra esistenza a educare la generazione successiva, coloro che viaggeranno al posto nostro. Siamo prigionieri del Tempo. Non possiamo tornare indietro per sanare i nostri errori. Siamo obbligati ad andare avanti, solo avanti in ogni senso. Ci affanniamo come fossimo immortali e invece la nostra missione è breve e spesso piccola, però nel nostro cuore aspiriamo all’eterno, all’infinito. Forse il nostro viaggio non ci condurrà da nessuna parte, forse è solo una scuola che di giorno in giorno, di generazione in generazione renderà l’umanità perfetta.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Libia. Siamo in grado di combattere?

Situazione Libia
Non ci stupiamo. Non ci stupiamo che le parole di Gentiloni: “In Libia Italia pronta a combattere”, siano state smentite dal presidente del Consiglio.
Sono anni che il nostro Paese non ha una politica estera. Non sarà un Gentiloni qualunque a imporne una. Il suo predecessore, il ministro Giulio Terzi (alla Farnesina durante il governo Monti) si dimise dopo che l’esecutivo rispedì i due marò in India. Al parlamento disse: “Me ne vado per salvare l’onorabilità del Paese”. La nostra sola politica è quella di essere al seguito di qualcuno, al servizio di qualcuno.
Nel caso di un eventuale intervento in Libia per contrastare le bande armate dell’l’Isis, il problema non è “se” fare la guerra, ma “come” farla. Come fronteggiare un esercito così brutale e sanguinario? Noi Italiani, e più in generale noi Europei, saremmo veramente in grado di combattere contro quei soldati incappucciati che sgozzano e ardono vivi i loro prigionieri? Con che cosa riusciremmo a contrastare tanta ferocia? Non parlo della quantità di armi, della preparazione militare e dell’efficienza logistica. Ma della convinzione, della determinazione, della forza e della necessaria crudeltà che sarebbero indispensabili per sconfiggere quei soldati disumani. Quegli assassini si sono formati e temprati con le certezze dell’estremismo islamico, dove gli uomini rappresentano la legge, l’autorità, la forza, la supremazia. Hanno la convinzione che Dio sia dalla loro parte. Vogliono imporre quella che per loro è la vera giustizia, la società pensata da Dio stesso per noi uomini. Senza prostituzione, senza droga, senza alcol, senza distrazioni di nessun genere, dove le donne sono schiave e serve invisibili, dove ogni aspetto della vita viene sottomesso a quello religioso. Si sentono gli incaricati di Dio, gli angeli che ne fanno rispettare la Parola. Sono pronti a tutto, disposti a tutto.
Noi, invece, nel nobile tentativo di creare un Mondo migliore abbiamo eliminato ogni differenza sessuale, ogni forma di aggressività, ogni riferimento alle nostra tradizione religiosa, alla nostra natura e alla nostra cultura. Abbiamo creato un’Europa ben educata, cortese e politicamente corretta, ma che non crede più a niente e non si riconosce più in niente. Dove gli uomini sono l’esatta copia delle donne e dove è peccato parlare di religione, di valori, di Patria, di orgoglio per la propria storia e per la propria cultura. Abbiamo rimodellato i maschi plasmandoli sul paradigma femminile, ritenuto più adeguato alla nostra moderna società.
Gli abbiamo insegnato che la dolcezza è superiore alla forza, il dialogo all’autorità, la pace alla guerra, la tolleranza alla violenza. Gli abbiamo spiegato che la virilità, il coraggio, la forza, la competizione sono cose indegne, schifose, spregevoli. Mamme premurose e attente non fanno giocare i maschietti con le armi giocattolo, per paura che diventino violenti. E le mogli fanno depilare i propri uomini perché così impone la moda. Il pelo è un segnale inequivocabile della mascolinità cavernicola, preistorica, guerriera. Appartiene al mondo che rifiutiamo. L’uomo “nuovo” deve essere glabro, sensibile, femminile. In questa confusione sessuale sarà difficile ritrovare la durezza, l’odio, la rabbia, l’orgoglio e la cattiveria necessarie per uccidere. Perché alla fine la guerra si riduce a questo: uccidere, distruggere, intimorire.
Inoltre, gli integralisti hanno un’altissima opinione della loro cultura, della loro religione, della loro visione del mondo, tutte cose che noi europei abbiamo rifiutato in nome dell’integrazione e dell’omologazione. La cultura islamica, o indiana, o cinese, o zingara, o marziana sono considerate come quella cristiano-occidentale. Vediamo la nostra specificità come una colpa, come una vergogna.
Abbiamo appiattito ogni cosa. Per noi, non esiste più indigeno o straniero, buono o cattivo, giusto o sbagliato, bene e male. In nome di un’errata idea di libertà che, ormai, è diventata arbitrio, menefreghismo, indifferenza, tutto è permesso, tutto è legittimo, tutto è tollerato, tutto è uguale.
Se veramente dovessimo arrivare ad uno scontro militare con quei mostri che commettono crudeltà inimmaginabili, inenarrabili, dove troveremo la forza per combattere? Quali valori ci sorreggeranno?
La religione che abbiamo accantonato per paura che potesse diventare un motivo di divisione?
Oppure la nostra cultura che, però, ci vergogniamo di proclamare superiore?
Rispolvereremo parole come Patria e onore?
In che cosa crediamo?
Un’ultima considerazione: è degno di un Continente civile come il nostro tollerare per paura, calcolo o convenienza che si commettano ogni sorta di barbarie così vicino le nostre case? È giusto girarsi dall’altra parte?

Forse questa crisi servirà a fare chiarezza e ci darà il modo di rinascere, di riconquistare una nostra identità. Spero che il prezzo da pagare non sia troppo alto.

La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Charlie Hebdo, Parigi e il mondo contro il terrorismo

manifestazione1In concomitanza con la manifestazione di Parigi e per ricordare le vittime del terrorismo, pubblichiamo una riflessione su quei fatti e sulla riscoperta dei nostri valori.

 

C’era una volta un Occidente morente, disgregato, vecchio, obsoleto, decadente. Distrutto da due guerre mondiali, diviso nella religione, frantumato dall’individualismo estremo, separato dall’ideologia, spaccato dalla visione economica, ansimante per la crisi e per la concorrenza dei paesi emergenti. I problemi e le difficoltà nazionali lo stavano portando verso il suo dissolvimento definitivo. L’idea stessa di Occidente stava perdendo il suo significato. Poi arrivarono i fatti estremi di Parigi ed ecco che in un istante i cittadini di quel vecchio mondo disilluso e depresso ritrovarono il coraggio e l’orgoglio. Rialzarono la testa e videro che il mondo aveva bisogno di loro. Così’ scesero nelle strade e nelle piazze per ricordare a tutto e a tutti, anche a sé stessi, che custodivano qualcosa di unico, di grande. Che nei loro cuori e nelle loro menti c’era la più grande conquista dell’umanità: la Libertà.

L’Occidente, che fino a quel momento era confuso, ha così ritrovato la sua identità. Ha capito che nonostante tutto è unito dal proprio patrimonio culturale e dalla consapevolezza di voler sempre difendere la libertà dell’uomo e delle sue idee, anche quando sono contrarie alle proprie. È questo amore, questo rispetto per l’uomo e per ogni sua espressione che ci unisce e caratterizza. Questo è quello che ci contraddistingue e che abbiamo ricevuto in dono dalla storia dell’umanità. È un filo che lega Ellenismo, Cristianesimo, Umanesimo e Illuminismo e che ha condotto l’uomo al centro del mondo, anzi della stessa Creazione. Durante questo lungo processo, l’essere umano, grazie alla Ragione, si è sempre più elevato, fino a divenire il punto più alto del Creato.
Per noi è ormai intollerabile pensare all’odio razziale, religioso, ideologico.
Non abbiamo più paura delle idee che volano come colombe, perché abbiamo capito che per poter dare il loro massimo frutto e farci progredire, devono essere libere di propagarsi e confrontarsi, sarà la loro bontà a farle imporre, non la violenza. È in questa consapevolezza che nasce la nostra tolleranza a volte esagerata, il nostro amore per la libertà di opinione e di espressione, la nostra fiducia nel futuro e nel progresso.
È per questa nostra specificità di Occidentali che ci stringiamo attorno a Charlie Hebdo e a tutte le vittime del terrorismo, e che marciamo fieri di essere cittadini liberi di un mondo libero. Perché per noi è assolutamente inaccettabile che la violenza tenti di sopprimere le idee e perché la parola più bella che conosciamo è una sola: LIBERTA’.

 

Marco Di Mico

Letteratura: al via un nuovo progetto

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Su “DOVEVAILPAESE” parte un nuovo progetto: verranno pubblicati dei racconti che alla fine costituiranno i capitoli di un romanzo.
Ognuno di questi racconti è, diciamo così, completo. Nel senso che ha un suo inizio e una fine. Non vuole lasciare con il fiato sospeso fino alla prossima puntata come succedeva sui giornali di fine Ottocento. La loro successione farà progredire un romanzo che, attraverso le vicende di un ragazzino nato nel 1962, ripercorrerà la storia del nostro paese con le sue tensioni, contraddizioni, successi e clamorosi capitomboli. Ci avvicineremo a questo bambino e lo vedremo crescere fisicamente, ma soprattutto modificare la sua sfera emotiva, sentimentale e culturale. Gli occhi del personaggio ci aiuteranno a guardare meglio il nostro passato e con esso la realtà nella quale viviamo oggi. Un’ultima cosa: anche se cercheremo di evitarlo, potrebbe succedere che la successione cronologica non sia sempre rispettata.

Il primo di questi racconti si intitola “Il dettato” e sarà pubblicato lunedì 15 dicembre 2014.
BUONA LETTURA A TUTTI.

 

L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico