Dovevailpaese lo aveva previsto. Bratislava: Renzi solo contro Merkel e Hollande

grafico in caloIl destino dell’Europa è incerto. I nodi da sciogliere per continuare a credere in un’Europa unita sono quelli della crescita e la gestione dei migranti.

Dopo un’apertura verso questi due temi, Francia e Germania sono ritornati al rigore. Questo mette in difficoltà il nostro Paese che deve fare i conti con una ripresa che non c’è, ma che è già stata pubblicizzata e su cui si sono fatti i conti finanziari. Inoltre la spesa per gestire le decine di migliaia di migranti sottrae risorse che potevano essere utilizzare per ammodernare le nostre infrastrutture creando lavoro, ricchezza, ripresa. Quindi il nodo della flessibilità diviene, per l’Italia, decisivo. Tanto che Renzi alla fine del vertice di Bratislava ha elogiato la politica economica americana contrapponendola a quella del rigore europeo. Noi di dovevailpaese, in un articolo del 4 gennaio 2015, eravamo giunti con largo anticipo alle conclusioni cui il nostro premier è arrivato solo due giorni fa. È quindi con una punta di malcelato orgoglio che vi riproponiamo l’articolo in cui analizziamo la situazione economica europea e americana per affermare che i risultati sono chiaramente a favore delle scelte economico a sostegno della ripresa fatte dagli USA.

DI SEGUITO L’ARTICOLO DEL 4 GENNAIO 2015

Gli Usa sono definitivamente usciti dalla crisi. Il loro Pil cresce del 5% annuo e la disoccupazione è diminuita al 5,8%. L’Europa, invece, guidata dall’austera Germania e paralizzata dal “fiscal compact“, annaspa, ansima, sprofonda.
L’Italia, dopo la cura imposta dalla Merkel e dall’Europa e somministrataci da Monti-Letta-Renzi, chiuderà il 2014 con un Pil in calo dello 0,4%. La grande Germania, che si vanta di aver fatto le riforme giuste al tempo giusto e che ci indica la via da seguire per uscire dalla crisi, ha dovuto rivedere le proprie stime. La Bundesbank ritiene che il 2014 si chiuderà con un Pil in crescita dell’1,4% invece dell’1,9% previsto e che il prossimo anno la crescita sarà dell’1% invece che del 2%.

Ma come hanno fatto gli Usa ad ottenere questo risultato sorprendente?
Semplice: hanno dato un calcio all’austerità, al rigore, al pareggio di bilancio.
Obama ha lascito che il rapporto deficit/Pil toccasse quota 12% (mentre noi europei non possiamo superare il 3%). Per inciso, ora è ridisceso al 2,5%, non in virtù di tagli e privazioni, di lacrime e sangue ma grazie alla crescita economica.
La Federal Reserve, poi, ha creato liquidità comprando bond fino a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, questa gigantesca massa di soldi non è stata sequestrata dalle banche, come avviene da noi, ma è arrivata alle famiglie e alle imprese.
Per finire, il Dollaro è stato svalutato senza timore. Noi difendiamo l’Euro a spada tratta, neanche fosse il nostro onore o il nostro stesso benessere.

A questo punto, chiunque con un po’ di sale nella zucca direbbe: “Forse la strada intrapresa è sbagliata, proviamone un’altra”. Chiunque ma non i capoccioni che siedono dei Palazzi della UE. Loro mantengono le posizioni con fermezza e, manco a dirlo, rigore. Questa ossessione per lo sforzo, per il sacrificio ad oltranza, per la ferrea disciplina non è frutto di una scelta economica, bensì della loro storia culturale e religiosa. È una cosa che si portano dentro, è la loro forma mentis, che trova la sua origine nell’etica protestante. Il loro codice morale si basa sui principi della parsimonia, del duro lavoro e dell’individualismo. Per loro è inconcepibile la ricchezza e il benessere senza il sacrificio. Nella loro mente la crescita economica ottenuta dall’America è un peccato, perché avvenuta senza sofferenza, privazioni, rinunce. Questo è il loro limite più grande. Limite che siamo costretti a far nostro benché la nostra mentalità di europei del Sud sia completamente opposta. Purtroppo questa Europa unita non è nata come gli Stati Uniti da un sentimento comune, da una necessità condivisa, ma è stata imposta dall’alto. Ha messo insieme popoli assai diversi per cultura, religione, tradizione, lingua. È un mostro, un Frankenstein, composto da membra appartenenti a diverse persone e cucite a forza. Senza essercene resi conto, con l’Unione Europea abbiamo ricreato lo stesso obbrobrio della Jugoslavia di Tito o l’Iraq di Saddam Hussein. I movimenti euroscettici sono proprio il frutto di queste tensioni naturali, di queste crisi di rigetto. Per realizzare la magnifica idea dei padri fondatori, i Paesi mediterranei hanno accettato un profondo cambiamento di mentalità e di comportamenti, altrettanto dovrebbero fare quelli tedesco-scandinavi. Nessuna unione può durare senza il compromesso e la comprensione dell’altro.

Articolo di Marco Di Mico (autore de “La vicenda di un lavoratore bastardo”) del 4 gennaio 2015

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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L’immigrazione dei nostri tempi e l’Europa del futuro

esodo-01L’immigrazione dei nostri giorni è spontanea? Quali conseguenze avrà?

Dovevailpaese propone un articolo chiarificatore e originale. Lontano dal solito tam tam dell’informazione omologata.

Quella che i media si ostinano a chiamare emergenza migranti è in realtà un vero e proprio esodo. Un evento che trasformerà profondamente l’Europa. Nulla sarà più come prima. La visione del mondo, la storia comune, i principi morali e sociali che ci uniscono diverranno obsoleti, anacronistici. La nuova Europa terrà conto anche delle tradizioni e delle leggi dei popoli che stanno arrivando. Perché se veramente vorremo integrarli, non potremo escluderne la storia, le usanze religiose, giuridiche, politiche.
Gli attuali cittadini europei non hanno difficoltà a riconoscersi come i successori della cultura greco-romana. E, anche se atei, molte delle loro convinzioni provengono dal Cristianesimo. Il nostro diritto e le nostre istituzioni sono il risultato delle trasformazioni del diritto romano e della tradizione franco-germanica. Noi Europei siamo un popolo che si è scambiato idee per duemila anni e che ora ha un proprio modo di considerare l’esistenza. Chi arriva dal Medio Oriente e dall’Africa poggia le proprie vite su altre certezze e una volta diventato cittadino a tutti gli effetti cercherà di ricrearle, di ritrovarle nel paese ospitante.
Non è detto che queste trasformazioni siano negative. Le nuove idee amplieranno i nostri orizzonti e la nostra comprensione della realtà.

L’Europa, del resto, ha già vissuto un simile mutamento quando è passata dall’Impero Romano al Medioevo. L’impero Romano non è crollato di schianto, si è trasformato sotto lo stimolo delle nuove tradizioni portate dalle popolazioni barbare. La fusione fra nuovi popoli e cittadini romani creò l’Europa che conosciamo oggi. E ora siamo di nuovo in questa fase di rigenerazione.
Anche i Romani fecero entrare quelli che per loro erano barbari per servirsene come lavoratori o come schiavi. Una volta inseriti nella società romana gli stranieri divennero, però, un lievito che la trasformò.
E anche allora, come adesso, nuovi popoli premevano ai confini dell’Impero nella speranza di migliorare le proprie condizioni di vita.

Ora, l’Europa sta richiamando nuova forza lavoro, nuove braccia da utilizzare a basso costo. Questa continua immigrazione, infatti, non è spontanea. Sono gli stati europei che prevedono una ripresa economica e occupazionale a promuoverla. Altrimenti sarebbe fin troppo facile bloccarla contrastando i trafficanti di esseri umani o ristabilendo l’ordine negli Stati da cui partono i migranti. Abbiamo fatto delle guerre per difendere il Mondo dalla minaccia di inesistenti armi chimiche o per abbattere dittatori al servizio dello stesso Occidente, potremmo anche farle per proteggere le popolazioni inermi del Medio Oriente e dell’Africa.
La facilità con cui si consente l’ingresso dei migranti, poi, non può lasciare dubbi. L’immigrazione è frutto di una precisa volontà: creare un mercato interno più forte e al tempo stesso tenere basso il costo del lavoro per fronteggiare la concorrenza della Cina e degli altri Paesi emergenti. Il superamento della crisi economica e il conseguente aumento dell’occupazione porteranno a una crescita di stipendi e salari, rendendo i nostri prodotti meno competitivi. L’ingresso di forza lavoro a basso costo contrasterà questa crescita. L’intensa immigrazione cui stiamo assistendo è una strategia del capitalismo europeo.

Ancora una volta gli interessi economici metteranno in moto delle profonde trasformazioni e provocheranno quei cambiamenti di cui forse abbiamo bisogno.
Per una eterogenesi dei fini si otterranno risultati diversi da quelli perseguiti, ma non per questo negativi.

In fin dei conti, siamo diverse etnie di una stessa razza che si è differenziata milioni di anni fa separandosi e isolandosi in diverse parti del mondo. Ora stiamo assistendo al movimento inverso. Lentamente, ma inesorabilmente, ci stiamo riunendo e, a prescindere da qual è la causa di questo ricongiungimento, è e sarà un bene.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Poesia: I morti che vivono scontenti

TINTORETUna poesia di Marco Di Mico che, con ogni probabilità, farà molto rumore. Bella e cattiva esprime il malessere di molti che in questi anni di crisi stanno soffrendo fra l’indifferenza della politica e delle istituzioni, offesi e oltraggiati oltre che dalle proprie difficoltà dallo spettacolo di una classe politica corrotta, egoista e meschina oltre ogni immaginazione.

Un invito agli uomini di potere a non esasperare gli esasperati, non affamare gli affamati, non opprimere gli oppressi.

I morti che vivono scontenti

nelle misere case da contribuenti

che sono cittadini esemplari

e si impiccano ai lampadari

che lavorano dignitosi

e fanno una vita da merdosi

che credono nella politica, nella condivisione

e che sperano nella pensione,

risorgeranno col membro di fuori

per squartare i senatori

gli industriali, i banchieri, i parlamentari

perché pensano solo a fare affari;

violenteranno le loro figlie

bruceranno intere famiglie

gli diranno che è anticostituzionale, violento, brutto

ma loro risponderanno con un rutto

e non crederanno più al telegiornale e alle altre parole

perché dovranno salvare la loro prole.

In quel giorno torneranno giustizia e pace,

e verrà il mondo che ci piace.

Marco Di Mico

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La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

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Charlie Hebdo, Parigi e il mondo contro il terrorismo

manifestazione1In concomitanza con la manifestazione di Parigi e per ricordare le vittime del terrorismo, pubblichiamo una riflessione su quei fatti e sulla riscoperta dei nostri valori.

 

C’era una volta un Occidente morente, disgregato, vecchio, obsoleto, decadente. Distrutto da due guerre mondiali, diviso nella religione, frantumato dall’individualismo estremo, separato dall’ideologia, spaccato dalla visione economica, ansimante per la crisi e per la concorrenza dei paesi emergenti. I problemi e le difficoltà nazionali lo stavano portando verso il suo dissolvimento definitivo. L’idea stessa di Occidente stava perdendo il suo significato. Poi arrivarono i fatti estremi di Parigi ed ecco che in un istante i cittadini di quel vecchio mondo disilluso e depresso ritrovarono il coraggio e l’orgoglio. Rialzarono la testa e videro che il mondo aveva bisogno di loro. Così’ scesero nelle strade e nelle piazze per ricordare a tutto e a tutti, anche a sé stessi, che custodivano qualcosa di unico, di grande. Che nei loro cuori e nelle loro menti c’era la più grande conquista dell’umanità: la Libertà.

L’Occidente, che fino a quel momento era confuso, ha così ritrovato la sua identità. Ha capito che nonostante tutto è unito dal proprio patrimonio culturale e dalla consapevolezza di voler sempre difendere la libertà dell’uomo e delle sue idee, anche quando sono contrarie alle proprie. È questo amore, questo rispetto per l’uomo e per ogni sua espressione che ci unisce e caratterizza. Questo è quello che ci contraddistingue e che abbiamo ricevuto in dono dalla storia dell’umanità. È un filo che lega Ellenismo, Cristianesimo, Umanesimo e Illuminismo e che ha condotto l’uomo al centro del mondo, anzi della stessa Creazione. Durante questo lungo processo, l’essere umano, grazie alla Ragione, si è sempre più elevato, fino a divenire il punto più alto del Creato.
Per noi è ormai intollerabile pensare all’odio razziale, religioso, ideologico.
Non abbiamo più paura delle idee che volano come colombe, perché abbiamo capito che per poter dare il loro massimo frutto e farci progredire, devono essere libere di propagarsi e confrontarsi, sarà la loro bontà a farle imporre, non la violenza. È in questa consapevolezza che nasce la nostra tolleranza a volte esagerata, il nostro amore per la libertà di opinione e di espressione, la nostra fiducia nel futuro e nel progresso.
È per questa nostra specificità di Occidentali che ci stringiamo attorno a Charlie Hebdo e a tutte le vittime del terrorismo, e che marciamo fieri di essere cittadini liberi di un mondo libero. Perché per noi è assolutamente inaccettabile che la violenza tenti di sopprimere le idee e perché la parola più bella che conosciamo è una sola: LIBERTA’.

 

Marco Di Mico

Unione Europea e crescita economica. Quale destino?

logo_300Gli Usa sono definitivamente usciti dalla crisi. Il loro Pil cresce del 5% annuo e la disoccupazione è diminuita al 5,8%. L’Europa, invece, guidata dall’austera Germania e paralizzata dal “fiscal compact“, annaspa, ansima, sprofonda.
L’Italia, dopo la cura imposta dalla Merkel e dall’Europa e somministrataci da Monti-Letta-Renzi, chiuderà il 2014 con un Pil in calo dello 0,4%. La grande Germania, che si vanta di aver fatto le riforme giuste al tempo giusto e che ci indica la via da seguire per uscire dalla crisi, ha dovuto rivedere le proprie stime. La Bundesbank ritiene che il 2014 si chiuderà con un Pil in crescita dell’1,4% invece dell’1,9% previsto e che il prossimo anno la crescita sarà dell’1% invece che del 2%.

Ma come hanno fatto gli Usa ad ottenere questo risultato sorprendente?
Semplice: hanno dato un calcio all’austerità, al rigore, al pareggio di bilancio.
Obama ha lascito che il rapporto deficit/Pil toccasse quota 12% (mentre noi europei non possiamo superare il 3%). Per inciso, ora è ridisceso al 2,5%, non in virtù di tagli e privazioni, di lacrime e sangue ma grazie alla crescita economica.
La Federal Reserve, poi, ha creato liquidità comprando bond fino a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, questa gigantesca massa di soldi non è stata sequestrata dalle banche, come avviene da noi, ma è arrivata alle famiglie e alle imprese.
Per finire, il Dollaro è stato svalutato senza timore. Noi difendiamo l’Euro a spada tratta, neanche fosse il nostro onore o il nostro stesso benessere.

A questo punto, chiunque con un po’ di sale nella zucca direbbe: “Forse la strada intrapresa è sbagliata, proviamone un’altra”. Chiunque ma non i capoccioni che siedono dei Palazzi della UE. Loro mantengono le posizioni con fermezza e, manco a dirlo, rigore. Questa ossessione per lo sforzo, per il sacrificio ad oltranza, per la ferrea disciplina non è frutto di una scelta economica, bensì della loro storia culturale e religiosa. È una cosa che si portano dentro, è la loro forma mentis, che trova la sua origine nell’etica protestante. Il loro codice morale si basa sui principi della parsimonia, del duro lavoro e dell’individualismo. Per loro è inconcepibile la ricchezza e il benessere senza il sacrificio. Nella loro mente la crescita economica ottenuta dall’America è un peccato, perché avvenuta senza sofferenza, privazioni, rinunce. Questo è il loro limite più grande. Limite che siamo costretti a far nostro benché la nostra mentalità di europei del Sud sia completamente opposta. Purtroppo questa Europa unita non è nata come gli Stati Uniti da un sentimento comune, da una necessità condivisa, ma è stata imposta dall’alto. Ha messo insieme popoli assai diversi per cultura, religione, tradizione, lingua. È un mostro, un Frankenstein, composto da membra appartenenti a diverse persone e cucite a forza. Senza essercene resi conto, con l’Unione Europea abbiamo ricreato lo stesso obbrobrio della Jugoslavia di Tito o l’Iraq di Saddam Hussein. I movimenti euroscettici sono proprio il frutto di queste tensioni naturali, di queste crisi di rigetto. Per realizzare la magnifica idea dei padri fondatori, i Paesi mediterranei hanno accettato un profondo cambiamento di mentalità e di comportamenti, altrettanto dovrebbero fare quelli tedesco-scandinavi. Nessuna unione può durare senza il compromesso e la comprensione dell’altro.

 

 

Qui troverete la versione e-book

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E qui quella cartacea

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Letteratura: al via un nuovo progetto

parete_di_libri
Su “DOVEVAILPAESE” parte un nuovo progetto: verranno pubblicati dei racconti che alla fine costituiranno i capitoli di un romanzo.
Ognuno di questi racconti è, diciamo così, completo. Nel senso che ha un suo inizio e una fine. Non vuole lasciare con il fiato sospeso fino alla prossima puntata come succedeva sui giornali di fine Ottocento. La loro successione farà progredire un romanzo che, attraverso le vicende di un ragazzino nato nel 1962, ripercorrerà la storia del nostro paese con le sue tensioni, contraddizioni, successi e clamorosi capitomboli. Ci avvicineremo a questo bambino e lo vedremo crescere fisicamente, ma soprattutto modificare la sua sfera emotiva, sentimentale e culturale. Gli occhi del personaggio ci aiuteranno a guardare meglio il nostro passato e con esso la realtà nella quale viviamo oggi. Un’ultima cosa: anche se cercheremo di evitarlo, potrebbe succedere che la successione cronologica non sia sempre rispettata.

Il primo di questi racconti si intitola “Il dettato” e sarà pubblicato lunedì 15 dicembre 2014.
BUONA LETTURA A TUTTI.

 

L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico

LA NUOVA LOTTA DI CLASSE. UNA GUERRA PERSA

In Italia i disoccupati sono 3.254.000. Nel 2007 erano (sembra incredibile) 1.401.000. In soli 6 anni abbiamo perso circa 1.800.000 posti di lavoro. Il nostro Pil è sceso di un altro 1,8%. E il debito pubblico ha continuato a crescere toccando, a ottobre 2013, la quota record di 2.085.321 miliardi. Anche il rapporto debito/Pil è peggiorato nel corso del 2013 raggiungendo quota 133,3%.

Insomma, potremmo definire la situazione economica italiana veramente drammatica. Eppure, nonostante questo quadro desolante il nostro Spread è diminuito in maniera clamorosa. Mentre scrivo, è intorno quota 200. Il 9 novembre 2011 era 574. Quindi, nonostante la nostra economia sia peggiorata, il debito pubblico italiano è diventato incredibilmente più affidabile.

Ma perché mentre tutto va male, gli investitori nazionali e internazionali reputano lo Stato italiano più solvibile?

Perché gli investitori non si preoccupano delle sorti del Paese nel quale investono, ma solo dei propri soldi. La discesa dello Spread dimostra che in Italia sono state compiute quelle riforme che mettono al sicuro i guadagni degli speculatori internazionali. L’aumento delle tasse, la riduzione della spesa sociale, la precarizzazione del lavoro, la riforma delle pensioni, sono i provvedimenti con cui si garantisce lo spostamento della ricchezza dal popolo alla finanza internazionale. In sostanza il nostro Stato ha deciso di togliere sicurezza e benessere a noi cittadini per garantire i guadagni di chi gli presta i soldi (banche comprese). La nostra miseria è la loro garanzia.

In tutto questo quadro, la “crisi economica” non centra assolutamente niente. Anzi la famigerata crisi esiste solo per noi che non facciamo parte dell’Élite finanziaria. Sono solo il lavoro e l’occupazione a essere in crisi. Infatti, le borse di tutto il mondo hanno avuto un 2013 fantastico, strepitoso, spettacolare: Tokio + 56,72, New York + 37,52, Francoforte + 25,48, Madrid + 21,52, Parigi + 17,61, Milano + 16,56, Londra + 14,30.

Una colossale riorganizzazione politica, economica e sociale ai danni delle classi meno abbienti (una vera e propria lotta di classe), ha portato a questa netta divisione: da un lato i super ricchi sempre più ricchi e dall’altro i normali cittadini sempre più in difficoltà.

È stata una guerra fra finanza e lavoro, persa senza neanche rendercene conto. D’altronde non avremmo mai potuto vincerla, perché le nostre forze armate, ossia i politici da noi votati ed eletti, erano in combutta con il nostro nemico. Anzi erano il loro esercito di mercenari.

Una discriminazione inaccettabile

La redazione di DOVEVAILPAESE pubblica la lettera di una lavoratrice del commercio e si affianca a tutti i lavoratori di quel settore.

“Scrivo questa lettera con arti tremanti, dolori muscolari, iperestesia, laringospasmo, idrofobia, aggressività e irascibilità. Ossia con i sintomi della “rabbia”. Sono rabbiosa perché sto verificando che i lavoratori non sono tutti uguali agli occhi dei nostri politici. Infatti, noi lavoratori del commercio siamo stati ridotti in schiavitù senza che nessun partito dicesse una sola parola per difenderci. Liberalizzando il nostro settore ci hanno tolto le domeniche e tutte le altre feste consacrate e con esse la possibilità di stare con la famiglia e di accudire i nostri figli. Praticamente i negozi devono essere sempre aperti, sempre a disposizione degli utenti. La legge permetterebbe anche le aperture notturne. Però nessuno ha pensato di introdurre norme per verificare se il personale sia sufficiente a un simile ritmo, se i diritti dei lavoratori sono rispettati, se un minimo di dignità è garantito.

Noi commessi siamo carne da macello che deve lavorare senza riposi e garanzie. I nostri politici super pagati, scortati, faziosi e inconcludenti ci hanno tolto la libertà e la possibilità di essere cittadini come gli altri solo per illudere l’opinione pubblica, per fargli credere che si stanno occupando del rilancio della nostra sgangherata economia sottosviluppata e in declino. Invece di trovare risorse, magari togliendosi un po’ degli infiniti e anacronistici privilegi di cui godono immeritatamente, per sostenere la domanda aggregata e l’occupazione, loro aprono i negozi, come se questo potesse far spendere alla gente i soldi che non possiede.

La spesa aggregata non dipende dalle ore di apertura al pubblico, ma dalla ricchezza di cui si dispone e dalle previsioni che si hanno per il futuro. Altrimenti basterebbe tenere aperti i negozi – baracca degli Stati più poveri del mondo per risolvere i problemi della povertà, della fame e della malnutrizione che affliggono molte aree geografiche del nostro Pianeta.
Questo è quanto riesce a fare la nostra classe politica. Che incapace di risolvere i problemi del Paese, cerca di non perdere le simpatie degli elettori dando panem et circenses.

Chiosa finale per una riflessione bonaria.
Art. 3 della Costituzione Italiana:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La nostra Repubblica sta veramente rimuovendo gli ostacoli che limitano l’eguaglianza dei cittadini?”

Lettera firmata

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

La vittoria debole

logo_300Se ancora ci fosse lo scontro Comunismo – Capitalismo, sicuramente, oltrecortina griderebbero vittoria. Il Capitalismo, infatti, sembra stia implodendo sotto il peso del Mercato e della Finanza, ossia delle cose che dovrebbero promuoverlo e farlo crescere.

Il crollo del Comunismo ha dimostrato che l’economia non può essere interamente pianificata e che per mantenere efficienza e produttività elevate ha bisogno del prezzo e della concorrenza. Altrettanto chiaramente le nostre difficoltà stanno evidenziando l’incapacità del Capitalismo di fare a meno dell’intervento dello Stato nella formazione della domanda globale, nella tutela del lavoro e, soprattutto, sono la prova di come la preponderanza della Finanza stia distruggendo l’economia reale.

Dopo la caduta del Comunismo, l’Occidente ha confidato ciecamente nel libero Mercato e nell’onnipotenza della Finanza. Seguendo queste strade, però, in pochi anni le nostre economie sono diventate più deboli, e meno competitive. Dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto tre gravi crisi finanziarie:

1)   Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998).

2)   La Bolla di Internet (2000). Cui ha fatto seguito la crisi economica del 2001.

3)   Il crack dei mutui subprime (2007). Da cui è scaturita la crisi che stiamo vivendo e che sta mettendo a repentaglio la solidità di interi paesi, dell’euro e forse della stessa Europa.

Durante queste crisi gli Stati hanno speso ingenti somme per sostenere gli istituti finanziari. In special modo per l’ultima si stanno investendo cifre da capogiro. Si salvano le banche, si comprano i titoli di stato dei Paesi in difficoltà e si fa di tutto per far tornare a crescere l’indice borsistico. Come se il benessere dei cittadini dipendesse, veramente, dai numeri degli indici azionari.  Nonostante tutto questo esborso di denaro pubblico, però, le condizioni di vita stanno lentamente peggiorando. Le tasse aumentano, i giovani non trovano lavoro, e se lo trovano si tratta di lavoro precario, la disoccupazione cresce, la fiducia nel futuro diminuisce l’economia rallenta ed è sempre sull’orlo della recessione. Dati i risultati, è evidente che questi soldi sono spesi male. Bisognerebbe spenderli per rilanciare l’economia reale, per aiutare chi produce, chi commercia, chi assume. Non si possono sperperare i soldi della collettività per dare valore a dei titoli virtuali, che magari racchiudono altri titoli altrettanto virtuali.

Il nostro Paese, ma più in generale il mondo intero, ha bisogno di crescita economica reale, fatta di fabbriche che producono e assumono, di beni tangibili, di lavoro regolare e tutelato. Abbiamo bisogno di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, e non di indici che salgono. Ora gli Stati, invece di sostenere il lavoro, sostengono la Finanza. Viene garantita la ricchezza di pochi invece che il benessere di molti.

Il mondo è vittima di un sistema che non riesce più a controllare. Secondo i dati riportati da Luciano Gallino (in “Finanzcapitalismo”, Einaudi) trenta anni fa, le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Questo nei mercati ufficiali che sono controllati. Nei mercati diciamo liberi, dove, di fatto, non ci sono né effettivi controlli, né vere garanzie, e denominati “over the counter”, sempre nel 2007 l’ammontare di questi derivati era stimato pari a 12,6 volte il PIL del mondo. E ora, vista la facilità con cui vengono salvate le banche compromesse con questi prodotti finanziari, sarà ulteriormente aumentato.

Il sistema finanziario mondiale si è trasformato da strumento dell’economia reale a suo padrone. Le risorse disponibili sono tutte destinate a garantire questo ammasso di titoli che racchiudono solo altri titoli e che sono completamente slegati da ogni garanzia reale. Oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con attività economiche reali materiali e immateriali. L’Unione Europea e gli USA, assieme a tutti gli altri Paesi, dovrebbero passare dalle azioni puramente difensive come il fondo salvastati, gli Eurobond e il salvataggio delle banche troppo esposte con i titoli spazzature ad una fase offensiva. Di forte contrasto alla speculazione.

La Tobin tax potrebbe andare in questa direzione, sfatando il mito della incontrollabilità dei movimenti finanziari. Questa tassazione, proposta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni per stabilizzarle (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale. L’Idea principale è che la modica tassazione peserebbe sulla speculazione, perché effettua molte operazioni, mentre non danneggerebbe gli investimenti tradizionali che sono praticamente statici. L’Europa si è decisa ad adottarla, ma con molta riluttanza e, solo dal 2014. Forse non sarà completamente sufficiente, ma è già un inizio.

E’ necessario ritornare ad occuparci di economia, di crescita e di lavoro. Sia per un senso di giustizia, sia perché la stabilità sociale del mondo comincia a vacillare.

 

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Economia italiana. Dove stiamo andando?

logo_300Che cosa rimarrà del nostro sistema produttivo? Forse niente di niente. Fra le aziende che chiudono, quelle che delocalizzano e quelle che sono vendute ai grandi gruppi stranieri, stiamo diventando un deserto industriale. La situazione, nonostante la sua drammaticità, sembra non preoccupare. Il nostro tessuto produttivo si affievolisce sempre di più e noi stiamo perdendo posti di lavoro, conoscenze, ricchezza. In Italia non esiste più la grande industria chimica (nonostante che nel 1963 Giulio Natta vinse il premio Nobel per la chimica), né quella siderurgica, né quella informatica (Olivetti è ormai scomparsa), né quella degli elettrodomestici (Indesit e Merloni non ci sono più).

Molte aziende pur esistendo hanno delocalizzato:

Fiat ha stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Geox ha delocalizzato in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
Dainese ha stabilimenti in Turchia.
Bialetti produce in Cina.
Rossignol ha portato la produzione in Romania.
Omsa produce in Serbia.
Benetton ha stabilimenti in Croazia.
Calzedonia ha delocalizzato in Bulgaria.
Stefanel ha preferito la Croazia.

Poi ci sono le aziende che non sono più italiane.
Bulgari appartiene al colosso francese Louis Vuitton Moet Hennesy (Lvmh).
Emilio Pucci, nel 2000, anche questo marchio è passato sotto il controllo di Lvmh.
Ferré, a inizio febbraio 2011, è stato ceduto al Paris group di Dubai.
Fendi, nel 1999 il marchio fondato dalle cinque sorelle romane, è stata venduta a Lvmh di Bernard Arnault.
Gucci e Bottega Veneta appartengono al gruppo francese Ppr (Pinault -Printemps -Redout).
Valentino è passato qualche anno fa dal gruppo Marzotto al fondo di private equity Permira Holdings Limited (Phl), con base a Guernsey, nelle isole del canale britannico.
Prada, a gennaio 2011, si è quotata alla Borsa di Hong Kong.
Ducati è stata acquistata da Audi.
Bnl è stata acquistata da BNP Paribas.
Cariparma è diventata Crédit Agricole.

Tutto questo, porta verso una dequalificazione del nostro capitale umano. Senza la grande impresa è difficile che si riesca a fare ricerca, innovazione, sviluppo e ad investire in formazione.

Se poi consideriamo che il nostro Paese ha pochi laureati e diplomati, e che è altissimo l’abbandono scolastico, la situazione appare ancora più drammatica. Il nostro spread con la Germania non è preoccupante solo per quanto riguarda i titoli di stato. Nell’istruzione la situazione è ancora più inquietante. In Italia (dati 2009) solo il 15% delle persone tra i 25 e i 64 anni è laureata, contro il 26% della Germania. Mentre i diplomati sono poco meno del 40% contro il 59%. Le persone che hanno completato solo la scuola dell’obbligo sono quasi il 46 per cento in Italia contro il 15% della Germania.

Anche a prescindere dalla recessione attuale, dalle misure prese dal governo Monti, dalla rigidità della Merkel, dallo spread, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, da ogni altro fattore che si è sviluppato dal 2008 ad oggi, la realtà è che l’Italia sta diventando un Paese periferico, marginale, subalterno. Bisogna uscire dalla crisi, ma è indispensabile ricostruire una politica industriale e educativa che ci riporti verso un nuovo Rinascimento. In fin dei conti siamo sempre “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Speriamo che basti.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 E qui quella cartacea

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L’Infinita crisi italiana

6fa29408d86ce37a7b0c481127fe02c1_353157Pil in ulteriore calo dell’1,8% e disoccupazione che nel 2014 continuerà a crescere. L’Italia non trova la strada per risollevarsi. L’altra grande crisi economica che ha colpito l’occidente moderno e industrializzato fu quella verificatasi dopo il crack del 1929. La soluzione arrivò quando lo Stato iniziò a spendere per sostenere lo sforzo americano nella Seconda Guerra Mondiale. Il premio Nobel per l’economia, Peter North: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale». Finita la guerra erano pronte le teorie di Keynes e gli Stati continuarono a spendere per sostenere la domanda aggregata con lo scopo di avvicinarsi alla piena occupazione.

L’Italia realizzò un vasto programma di opere pubbliche: edilizia popolare, scuole, università, ospedali, opere idrauliche, marittime ecc… Nel 1956 iniziano anche i lavori per l’autostrada del sole. E, in effetti, il nostro Paese crebbe talmente che si parlò di Boom economico. Gli incrementi salariali della fine degli anni 60, la prima crisi petrolifera (1973), la continua crescita delle spese per il welfare, però, cominciarono a incrinare questo modello di sviluppo. Iniziò la stagflazione: una miscela di stagnazione e inflazione (quest’ultima raggiunse nel 1976 il 20,90% e nel 1980 era ancora il 18,30%). Quando durante gli anni Ottanta apparve evidente che era impossibile continuare con il keynesismo era già pronta una nuova dottrina economica.

Fu il trionfo del monetarismo di Milton Friedman con la sua deregulation e la rivincita del mercato. Ora, che a causa delle grandi difficoltà dell’economia occidentale, anche questo modello sta tramontando, non ce n’è un altro pronto a sostituirlo. La crisi ci ha portato al punto di partenza. Disoccupazione elevata e consumi in calo. Solo che ora, per la stessa malattia, non possiamo adoperare la stessa cura. Un ritorno al Keynesismo è impensabile. La paura della crescita del debito pubblico e del giudizio dei mercati è troppo grande. Quindi, per adesso, rimaniamo immobili, ricercando nell’attuale sistema liberista una soluzione che non c’è. Anche se è evidente che il concetto neoclassico di equilibrio, secondo il quale nel lungo periodo capitale, lavoro, redditi, produzione e prezzi si distribuiscono perfettamente, è fallito.

In questi anni di mercato e liberismo la distribuzione del reddito nazionale ha favorito la rendita, piuttosto che il lavoro. «Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito; nel 1972 era il 59,2%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti». Così Geminello Alvi nel 2006 (Una Repubblica fondata sulle rendite). Il problema dell’Italia, ma di quasi tutto l’occidente, è che senza una rilevante spesa dello Stato non riusciamo ad avere una domanda aggregata tale da far ripartire la crescita e l’occupazione. La parola d’ordine, però, è controllo del debito pubblico. Per risolvere il problema si è cercato di far indebitare i privati anziché gli Stati. I mutui sub prime, il credito a tasso zero e le carte revolving sono proprio il tentativo di incrementare la domanda attraverso il debito privato.

In attesa di trovare la nuova dottrina economica da seguire, dovremmo perlomeno rivalorizzare il lavoro, aumentare i salari e contrastare la rendita. «I salari troppo bassi riducono il reddito disponibile delle giovani coppie, penalizzando i consumi e ritardando la ripresa economia» (Mario Draghi). Abbiamo ormai sperimentato che la via dei tagli e della precarizzazione non è servita né a modernizzare il paese, né a rilanciare l’occupazione, ma ha solo reso più fragile il nostro tessuto produttivo e sociale.

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Nasce DOVEVAILPAESE

Cari lettori,

lo scopo di questo Blog è la conoscenza del nostro Paese. Solo mostrando i suoi mali potremo correggerli. Solo la consapevolezza può aiutarci a trovare la via per risollevarci. Lo sdegno deve essere la benzina che ci mette in moto per trasformare l’Italia, per renderla finalmente un Paese civile.
Vi auguro una buona lettura e spero che questo sito vi procuri uno sdegno utile e costruttivo.

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