Nulla è più rivoluzionario, in questi nostri tempi, della consapevolezza storica

copertina_storia_medie2Rieccoci di nuovo qui. Avevamo deciso di ritirarci, di pensare ad altro, di lasciare che questo Paese si sfasciasse del tutto per poi cercare da ricostruirlo, ma purtroppo non abbiamo resistito. Guardando quello che succede sulla rete ci siamo resi conto che le persone di “buona volontà” devono cercare di fare qualcosa per arginare la pubblicità nascosta nei post e la volontà di modificare i fatti, e quindi la storia. Per questo siamo ritornati. Per cercare di fare chiarezza, per tentare di spiegare, per inseguire la verità dei fatti. Perché la Storia è una e non può essere utilizzata a proprio piacimento per fini politico-elettorali.

Nulla è più rivoluzionario, in questi nostri tempi, della consapevolezza storica. Tramontata l’era dei comizi, dei giornali di partito, dei TG e, soprattutto, della conoscenza intesa come amore per il sapere, siamo in balia delle informazioni che troviamo in rete e che spesso sono solo propaganda camuffata da notizia o, peggio ancora, fake news create per screditare o esaltare qualcuno. L’unica possibilità che abbiamo di comprendere la realtà che ci circonda e di chi fidarci è discernere storicamente i fatti. Uno dei mezzi maggiormente utilizzati oggi per veicolare questo tentativo di condizionamento è Facebook, dove chiunque può scrivere quello che vuole e dove è, praticamente, assente qualsiasi filtro. Spesso, anche persone in buona fede, diventano casse di risonanza di idee potenzialmente sbagliate oppure di informazioni capziose e false. È quindi indispensabile confrontare le idee non secondo posizioni ideologiche, ma su dati storici reali. La verità non è una questione di opinioni e soprattutto la verità è, e può essere, solo una. Non esiste una verità buona e una verità cattiva. Esiste solo la Verità.

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

versione cartacea

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Letteratura: al via un nuovo progetto

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Su “DOVEVAILPAESE” parte un nuovo progetto: verranno pubblicati dei racconti che alla fine costituiranno i capitoli di un romanzo.
Ognuno di questi racconti è, diciamo così, completo. Nel senso che ha un suo inizio e una fine. Non vuole lasciare con il fiato sospeso fino alla prossima puntata come succedeva sui giornali di fine Ottocento. La loro successione farà progredire un romanzo che, attraverso le vicende di un ragazzino nato nel 1962, ripercorrerà la storia del nostro paese con le sue tensioni, contraddizioni, successi e clamorosi capitomboli. Ci avvicineremo a questo bambino e lo vedremo crescere fisicamente, ma soprattutto modificare la sua sfera emotiva, sentimentale e culturale. Gli occhi del personaggio ci aiuteranno a guardare meglio il nostro passato e con esso la realtà nella quale viviamo oggi. Un’ultima cosa: anche se cercheremo di evitarlo, potrebbe succedere che la successione cronologica non sia sempre rispettata.

Il primo di questi racconti si intitola “Il dettato” e sarà pubblicato lunedì 15 dicembre 2014.
BUONA LETTURA A TUTTI.

 

L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

La vittoria debole

logo_300Se ancora ci fosse lo scontro Comunismo – Capitalismo, sicuramente, oltrecortina griderebbero vittoria. Il Capitalismo, infatti, sembra stia implodendo sotto il peso del Mercato e della Finanza, ossia delle cose che dovrebbero promuoverlo e farlo crescere.

Il crollo del Comunismo ha dimostrato che l’economia non può essere interamente pianificata e che per mantenere efficienza e produttività elevate ha bisogno del prezzo e della concorrenza. Altrettanto chiaramente le nostre difficoltà stanno evidenziando l’incapacità del Capitalismo di fare a meno dell’intervento dello Stato nella formazione della domanda globale, nella tutela del lavoro e, soprattutto, sono la prova di come la preponderanza della Finanza stia distruggendo l’economia reale.

Dopo la caduta del Comunismo, l’Occidente ha confidato ciecamente nel libero Mercato e nell’onnipotenza della Finanza. Seguendo queste strade, però, in pochi anni le nostre economie sono diventate più deboli, e meno competitive. Dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto tre gravi crisi finanziarie:

1)   Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998).

2)   La Bolla di Internet (2000). Cui ha fatto seguito la crisi economica del 2001.

3)   Il crack dei mutui subprime (2007). Da cui è scaturita la crisi che stiamo vivendo e che sta mettendo a repentaglio la solidità di interi paesi, dell’euro e forse della stessa Europa.

Durante queste crisi gli Stati hanno speso ingenti somme per sostenere gli istituti finanziari. In special modo per l’ultima si stanno investendo cifre da capogiro. Si salvano le banche, si comprano i titoli di stato dei Paesi in difficoltà e si fa di tutto per far tornare a crescere l’indice borsistico. Come se il benessere dei cittadini dipendesse, veramente, dai numeri degli indici azionari.  Nonostante tutto questo esborso di denaro pubblico, però, le condizioni di vita stanno lentamente peggiorando. Le tasse aumentano, i giovani non trovano lavoro, e se lo trovano si tratta di lavoro precario, la disoccupazione cresce, la fiducia nel futuro diminuisce l’economia rallenta ed è sempre sull’orlo della recessione. Dati i risultati, è evidente che questi soldi sono spesi male. Bisognerebbe spenderli per rilanciare l’economia reale, per aiutare chi produce, chi commercia, chi assume. Non si possono sperperare i soldi della collettività per dare valore a dei titoli virtuali, che magari racchiudono altri titoli altrettanto virtuali.

Il nostro Paese, ma più in generale il mondo intero, ha bisogno di crescita economica reale, fatta di fabbriche che producono e assumono, di beni tangibili, di lavoro regolare e tutelato. Abbiamo bisogno di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, e non di indici che salgono. Ora gli Stati, invece di sostenere il lavoro, sostengono la Finanza. Viene garantita la ricchezza di pochi invece che il benessere di molti.

Il mondo è vittima di un sistema che non riesce più a controllare. Secondo i dati riportati da Luciano Gallino (in “Finanzcapitalismo”, Einaudi) trenta anni fa, le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Questo nei mercati ufficiali che sono controllati. Nei mercati diciamo liberi, dove, di fatto, non ci sono né effettivi controlli, né vere garanzie, e denominati “over the counter”, sempre nel 2007 l’ammontare di questi derivati era stimato pari a 12,6 volte il PIL del mondo. E ora, vista la facilità con cui vengono salvate le banche compromesse con questi prodotti finanziari, sarà ulteriormente aumentato.

Il sistema finanziario mondiale si è trasformato da strumento dell’economia reale a suo padrone. Le risorse disponibili sono tutte destinate a garantire questo ammasso di titoli che racchiudono solo altri titoli e che sono completamente slegati da ogni garanzia reale. Oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con attività economiche reali materiali e immateriali. L’Unione Europea e gli USA, assieme a tutti gli altri Paesi, dovrebbero passare dalle azioni puramente difensive come il fondo salvastati, gli Eurobond e il salvataggio delle banche troppo esposte con i titoli spazzature ad una fase offensiva. Di forte contrasto alla speculazione.

La Tobin tax potrebbe andare in questa direzione, sfatando il mito della incontrollabilità dei movimenti finanziari. Questa tassazione, proposta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni per stabilizzarle (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale. L’Idea principale è che la modica tassazione peserebbe sulla speculazione, perché effettua molte operazioni, mentre non danneggerebbe gli investimenti tradizionali che sono praticamente statici. L’Europa si è decisa ad adottarla, ma con molta riluttanza e, solo dal 2014. Forse non sarà completamente sufficiente, ma è già un inizio.

E’ necessario ritornare ad occuparci di economia, di crescita e di lavoro. Sia per un senso di giustizia, sia perché la stabilità sociale del mondo comincia a vacillare.

 

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Economia italiana. Dove stiamo andando?

logo_300Che cosa rimarrà del nostro sistema produttivo? Forse niente di niente. Fra le aziende che chiudono, quelle che delocalizzano e quelle che sono vendute ai grandi gruppi stranieri, stiamo diventando un deserto industriale. La situazione, nonostante la sua drammaticità, sembra non preoccupare. Il nostro tessuto produttivo si affievolisce sempre di più e noi stiamo perdendo posti di lavoro, conoscenze, ricchezza. In Italia non esiste più la grande industria chimica (nonostante che nel 1963 Giulio Natta vinse il premio Nobel per la chimica), né quella siderurgica, né quella informatica (Olivetti è ormai scomparsa), né quella degli elettrodomestici (Indesit e Merloni non ci sono più).

Molte aziende pur esistendo hanno delocalizzato:

Fiat ha stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Geox ha delocalizzato in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
Dainese ha stabilimenti in Turchia.
Bialetti produce in Cina.
Rossignol ha portato la produzione in Romania.
Omsa produce in Serbia.
Benetton ha stabilimenti in Croazia.
Calzedonia ha delocalizzato in Bulgaria.
Stefanel ha preferito la Croazia.

Poi ci sono le aziende che non sono più italiane.
Bulgari appartiene al colosso francese Louis Vuitton Moet Hennesy (Lvmh).
Emilio Pucci, nel 2000, anche questo marchio è passato sotto il controllo di Lvmh.
Ferré, a inizio febbraio 2011, è stato ceduto al Paris group di Dubai.
Fendi, nel 1999 il marchio fondato dalle cinque sorelle romane, è stata venduta a Lvmh di Bernard Arnault.
Gucci e Bottega Veneta appartengono al gruppo francese Ppr (Pinault -Printemps -Redout).
Valentino è passato qualche anno fa dal gruppo Marzotto al fondo di private equity Permira Holdings Limited (Phl), con base a Guernsey, nelle isole del canale britannico.
Prada, a gennaio 2011, si è quotata alla Borsa di Hong Kong.
Ducati è stata acquistata da Audi.
Bnl è stata acquistata da BNP Paribas.
Cariparma è diventata Crédit Agricole.

Tutto questo, porta verso una dequalificazione del nostro capitale umano. Senza la grande impresa è difficile che si riesca a fare ricerca, innovazione, sviluppo e ad investire in formazione.

Se poi consideriamo che il nostro Paese ha pochi laureati e diplomati, e che è altissimo l’abbandono scolastico, la situazione appare ancora più drammatica. Il nostro spread con la Germania non è preoccupante solo per quanto riguarda i titoli di stato. Nell’istruzione la situazione è ancora più inquietante. In Italia (dati 2009) solo il 15% delle persone tra i 25 e i 64 anni è laureata, contro il 26% della Germania. Mentre i diplomati sono poco meno del 40% contro il 59%. Le persone che hanno completato solo la scuola dell’obbligo sono quasi il 46 per cento in Italia contro il 15% della Germania.

Anche a prescindere dalla recessione attuale, dalle misure prese dal governo Monti, dalla rigidità della Merkel, dallo spread, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, da ogni altro fattore che si è sviluppato dal 2008 ad oggi, la realtà è che l’Italia sta diventando un Paese periferico, marginale, subalterno. Bisogna uscire dalla crisi, ma è indispensabile ricostruire una politica industriale e educativa che ci riporti verso un nuovo Rinascimento. In fin dei conti siamo sempre “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Speriamo che basti.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 E qui quella cartacea

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Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

Copertina libroSe amate la letteratura e vi piace immergervi in un libro, divorarlo senza accorgersi del tempo che passa, ho trovato quello che fa per voi (e per me).  Si intitola “La vicenda di un lavoratore… Bastardo”, scritto da Marco Di Mico ed edito da Medea. Come la vita stessa vi farà piangere e ridere, vi farà temere il peggio e vi donerà la speranza. Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista, insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

Di seguito il link per l’e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

e quello per la versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

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