Letteratura. La scuola e la Luna. Il nuovo capitolo del nostro romanzo a puntante


aulaPubblichiamo oggi un nuovo racconto del nostro romanzo a puntate. Anche se pubblicato per terzo è l’inizio della storia. Che altro dire? “Buona lettura”

 

È il primo ottobre 1968 e sono pronto per il mio primo giorno di scuola. Ho il grembiulino blu, il colletto rigido e un fiocco bianco fatto come Cristo comanda. Sento come una mano che mi strizza la pancia e sono talmente triste che quasi non riesco a respirare. Il fatto è che io vorrei rimanere a casa con mamma. Non voglio andare a scuola. Non sono abituato a lasciare la mia famiglia, non ho fatto neanche l’asilo. Mamma però è stata inflessibile, mi ha detto che se non ci andiamo, vengono i carabinieri e mi ci portano loro. La scuola deve essere una cosa veramente importante, perché mamma si è truccata e sistemata come quando andiamo a un matrimonio. Comunque a me pare sempre un po’ vecchia.

A Roma fa ancora caldo, quindi esco così come sono, cioè con il grembiulino e il fiocco ben visibile. Abbiamo appena lasciato il portone che mamma cade in terra. Io mi giro e non la vedo più. Guardo sotto e la vedo in ginocchio che tenta di rialzarsi. Ha una gamba che è diventata tutta rossa e gonfia. A fatica ritorniamo a casa. Io penso di essermela sfangata, invece no. Mamma ansimando si sdraia sul letto e da quel pulpito improvvisato mi dice che andrò con le mie sorelle. Lei proprio non ce la fa. Mi da tanti baci, una carezza e mi dice di andare. Io guardo il crocifisso che sovrasta il letto e gli chiedo di aiutare e proteggere la mia mamma. Esco da casa ancora più angosciato di prima.
Cammino per strada come Pinocchio in mezzo ai due carabinieri. Ho Adriana a destra e Daniela a sinistra. Alla fine mi ci sono voluti veramente i carabinieri per andare a scuola.

L’edificio è vecchio, molto vecchio, preceduto da un piccolo parco ricoperto di ghiaia e circondato di alberi. Una turba di bambini scalmanati corre e urla da tutte le parti, mentre un altro squadrone prende a calci i tronchi e tira sassi alle foglie.
Dopo un po’ arriva una maestrina che inizia subito a fare l’appello. Io cerco di seguire, ma il frastuono e troppo e non capisco una parola. A un certo punto Adriana dice che mi hanno chiamato. Io vado verso la maestra ma non sono convinto. Mi preoccupo e mi metto a piangere. Allora mia sorella viene lì per consolarmi, ma quella la scaccia in malo modo. È lei che comanda e nessuno gli ha chiesto di consolarmi. Io mi dispero e dagli occhi escono delle gocce che potrebbero riempire il fontanone del Gianicolo. Saliamo in aula ed è una baraonda ancora peggiore che nel cortile. Per metà la classe è formata da bambini che si definiscono “baraccati”. La maestra ci spiega che i genitori di questi bambini hanno occupato un palazzo proprio vicino la scuola e quindi loro non vivendo più nelle baracche non devono definirsi così. A parte questo non ci sono più contatti fra noi e la maestra. Nell’aria volano penne, matite, pallottole di carta, sputi e parolacce. Prego che quest’incubo finisca presto. Cerco di concentrarmi su casa mia, sulla sua quiete e sull’ora di uscita. Mi immergo nei miei pensieri come quando d’estate vado a Ostia con papà e nuoto sott’acqua.  Il mare è bello per questo, perché ti protegge da tutto. Sott’acqua è il posto più bello del mondo. In quel silenzio i tuoi pensieri sono sempre calmi e ti fanno compagnia. Trattengo il fiato fino alle 12.30 quando suona la campanella dell’uscita. Dovrei essere felice che questo strazio è finito, invece mi sento ancora più inquieto. Ho paura che non ci sia nessuno a prendermi, che si sono dimenticati di me.
Tutti si buttano fuori come impazziti, corrono e si spintonano senza guardare e senza sapere dove stanno andando. Io vado piano e guardo con attenzione se c’è qualcuno a prendermi. Alla fine vedo mia sorella Adriana.
Mi riempie di domande. Io mi limito a fare di si e di no con la testa.

È bello rientrare a casa. Vado subito nella stanza da letto. Voglio vedere come sta mamma. Invece il letto è vuoto. Mischiando parole e lagrime mia sorella mi dice che mamma sta in ospedale. Dovrà fare un piccolo intervento alla gamba. Il pomeriggio andiamo da mamma in ospedale, ma io devo aspettare fuori perché possono entrare solo i bambini che hanno almeno dodici anni. Io ne ho appena la metà e quindi devo soffrire. Comunque mamma si affaccia alla finestra e mi saluta. Questo mi tranquillizza un po’.
Torniamo a casa io, papà, Adriana e Daniela. Siamo tutti tristi. Il giorno dopo papà che fa l’operaio in una fabbrica non va al lavoro. Va al mercato a fare la spesa e ci prepara il pranzo. Le mie sorelle sono delle ragazze un po’ più grandi di me, ma non ce le vedo a mandare avanti una famiglia.
A scuola tutto uguale. Baraonda totale, urli, parolacce e confusione. Io faccio la solita immersione. Anche i giorni successivi papà rimane a casa per fare quello che faceva mamma. Io vorrei dirgli che non voglio andare a scuola, però non me la sento perché lo vedo preoccupato. A scuola vado sempre con le mie sorelle. Passano due settimane e mamma sta ancora in ospedale e papà a casa. Devo dire che a cucinare se la cava bene. Oggi è un po’ più allegro e mi dice che «domani o al massimo dopodomani mamma esce». Aspetto con ansia. A scuola cominciamo a fare qualcosa. Quei rari momenti in cui la maestra riesce a parlare o a farci fare i bastoncini o i cerchietti sul quaderno non sono malaccio.

Mamma non esce, «forse dopodomani», mi dice papà. «Devono fare altre analisi, altre lastre prima di dimetterla».
La cosa va avanti così ancora per qualche giorno, fino a che mi dicono che mamma deve fare un altro intervento. Questo è più serio perché gli hanno trovato un grosso fibroma uterino e lo devono rimuovere. Passano altri giorni. Tutte le mattine prima di andare a scuola divento molto triste e mi fa male la pancia. Piango e faccio mille capricci, però mi portano comunque a scuola.
Oggi, però, operano mamma, per cui siamo andati tutti in ospedale. Io come al solito aspetto giù. Per farmi compagnia fanno a turno le mie sorelle, mia zia e papà. Nel pomeriggio torniamo a casa. L’operazione è andata bene. Tra poco mamma tornerà a casa. La scuola è ormai iniziata da un mese. Io continuo ad avere il mal di scuola tutte le mattine. Papà ancora non è tornato al lavoro. Lo vedo molto indaffarato con i certificati medici. Oggi, al ritorno da una visita medica mi ha detto che per altri dieci giorni possiamo stare tranquilli.
Ho iniziato a scrivere le prime parole. Mi sento importante. Riesco anche a leggere le insegne dei negozi. La scuola sarebbe bella se i bambini fossero tranquilli, la maestra urlasse di meno e se, al momento dell’uscita, non avessi paura di non trovare nessuno. Io lo so che mi vogliono bene e che non si possono dimenticare di me, però ho paura lo stesso. A dire il vero c’è anche un’altra cosa che a scuola non va: i bambini che vogliono fare i prepotenti. Io non voglio litigare con nessuno e cerco sempre di evitare le discussioni, specie con quelli più bulli, solo che non sempre è possibile. Alle volte sei costretto e devi reagire. Io so come difendermi, perché anch’io gioco spesso per strada. Però vorrei che la scuola fosse diversa e che non seguisse le stesse regole della strada. Anche fuori da scuola, con i miei amici io non litigo quasi mai. Mio padre vorrebbe che menassi a tutti. Mi ripete sempre che devo colpire per primo e che devo menare per fare male. Perché più fai male, più ti rispettano e più diventano amici tuoi. Lui è un tipo che è cresciuto facendo a cazzotti con tutti. Però io non sono come lui e quindi non gli do ascolto. Penso che ognuno è fatto a modo suo. Comunque, se qualcuno proprio mi costringe gli do uno spintone e quando lui torna all’attacco tutto arrabbiato, lo colpisco con un solo pugno sul mento e quello cade subito per terra. Anche qualche giorno fa a scuola sono stato costretto a fare in questo modo. A scuola è anche più facile, perché i bulletti non si aspettano una simile reazione da uno taciturno e calmo come me.
La situazione è peggiorata. Mamma è stata male per due giorni consecutivi. Alla fine hanno capito che ha un’emorragia interna dovuta all’intervento. In sostanza l’operazione è andata bene ma ora rischia di morire. A casa piangono tutti. Papà è bianco in faccia e silenzioso. Domani devono «riaprire mamma per cercare di fermare l’emorragia». Intanto gli stanno facendo delle trasfusioni in continuazione. Io la sera nel lettone con papà prego la Madonna e Gesù, che sta sul crocifisso sopra il letto, che facciano guarire la mamma. Se la salvano, gli vorrò sempre bene, sia a mamma che a loro. La preghiera mi viene spontanea, anche se noi in famiglia non siamo molto credenti e in chiesa non ci andiamo mai.
La mattina, quando mi sveglio, il lettone è vuoto. Anche casa sembra deserta. Papà è uscito presto per andare in ospedale. Io a scuola non vado. Rimango a casa con mia sorella.
Il pomeriggio papà rientra verso le cinque. È stravolto. Mi abbraccia.
«Tutto bene. Mamma è ancora viva.»
Poi, parlando sia a me sia alle mie sorelle dice che gli hanno fatto uno squarcio che va dalla bocca dello stomaco alla fine della pancia. La convalescenza sarà molto lunga. Lui si dovrà inventare qualcosa per non andare al lavoro.
Io penso che se il problema è reale, non è giusto che uno deve dire le bugie per rimanere con i figli. Dovrebbe bastare la verità.
Papà ricomincia subito con i certificati. «Ora mi devo inventare una malattia lunga. Devo fingere di avere l’esaurimento nervoso. Se qualcuno ti domanda qualcosa, tu rispondi che sono sempre silenzioso e che a casa non faccio niente.»
«Ma papà non è vero» dico io. Appena finisco di parlare, capisco quello che intendeva. Lui non mi risponde. Ha capito che ho capito.
Passa un altro mese e mezzo. Io tutte le sere nel lettone dico le mie preghiere. Nessuno sa che lo faccio. Loro non fanno niente per mamma. Io, invece, prego sempre che guarisca.
A scuola faccio progressi. Leggo e scrivo sempre meglio, però non alzo mai la mano e cerco di non mettermi in mostra in nessun modo. Quando entro in classe, mi tuffo dentro di me per non lasciarmi sporcare dalle urla, dalle risate forzate, dalle occhiatacce, dalle parole inutili vomitate contro tutti.
Ieri la maestra non è venuta. Al suo posto è arrivato un supplente, un ragazzo con i jeans e la camicia a quadri portata fuori dai pantaloni. Ha parlato degli scacchi e ci ha spiegato le regole del gioco. Poi, prima di andare via ha consegnato a ognuno un pieghevole con tutte le regole e con alcuni esempi di mosse. Quasi tutti l’hanno buttato. Io, invece, l’ho riposto per bene nella cartella. Voglio imparare a giocare bene a scacchi. Deve essere bello. Un gioco dove si pensa e non si parla, da fare in silenzio, dove l’avversario va sempre rispettato. Anche il mio compagno di banco l’ha riposto con cura. Anche lui è tranquillo e parla poco. Forse anche sua mamma è malata.
Da qualche giorno mamma ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della camera d’ospedale e a salutarmi. Allora è viva. Non mi hanno detto una bugia. Quasi non me la ricordo più. Però gli voglio bene lo stesso.
Passano altri giorni. Mamma è ancora in ospedale ma papà è più sereno e questo tranquillizza anche me. Ieri sera, poi è rientrato sorridente come non lo vedevo da tanto. La sera, nel lettone, mi ha raccontato che ha dovuto fare una visita da uno psichiatra per vedere se stava fingendo oppure no. Inizialmente aveva pensato di dire la verità al professore e cercare di commuoverlo. Poi, però, ci ha ripensato. «Aveva una faccia da puzzone e non si sarebbe impietosito. Allora mi sono detto: a questo lo devo fregare e basta.»
«E ci sei riuscito?»
«Altroché. Prima gli ho raccontato che mi vedevo un braccio diverso dall’altro e che mi sento come una salsiccia che si muove lungo il corpo. Lui con la testa faceva di si. Poi mi ha messo un caschetto con tutti fili e mi ha detto di non muovermi, però appena si è girato io mi sono dato una scrollata leggera leggera.»
«E poi?»
«E poi quando ha letto il tracciato, ha detto che ho assoluto bisogno di riposo. Hai capito che professore.»
«E adesso?» ho detto io «quanto resterai a casa?»
«Mi ha rilasciato un certificato per due mesi» ha detto papà abbracciandomi.
Sono passati altri giorni. Mamma sarebbe dovuta uscire ma c’è stato un altro problema. Gli hanno riscontrato l’epatite virale. È una cosa che potrebbe essere grave e deve rimanere ancora per un po’ in ospedale. Ormai ci siamo abituati al fatto che papà fa la spesa, cucina, sistema casa.

Passano altri giorni, non so più quanti. Mamma sta per uscire. Questa volta è vero, perché con papà e le mie sorelle siamo andati in un negozio di mobili. Papà che fa l’operaio, dalla felicità ha comprato un sacco di mobili nuovi. Camera da letto, sala da pranzo, lampadari, mobili per l’ingresso. Ha firmato un sacco di cambiali. Vuole fare una sorpresa a mamma. Io ho capito che quando sei contento contento dei soldi non ti importa proprio niente. Lui dice sempre che non abbiamo soldi, però poi ha speso pure quelli che non ha.
Hanno portato i mobili nuovi. Casa non la riconosco più. Adesso mi sembra quasi bella e io mi sento meno povero.
Oggi mamma torna a casa. Le mie sorelle e papà hanno pulito tutto per bene. Casa risplende. Poi papà è andato in ospedale a prenderla e noi figli siamo rimasti in casa. Aspettiamo. Quando suonano al citofono, ci mettiamo tutti e tre vicini e aspettiamo nell’ingresso. Mamma entra e quasi non la riconosco. È molto più magra e sembra più giovane. Lei si guarda in giro spaesata. Dice «È tutto nuovo» e si mette a piangere. Fa il gesto di abbracciarci e noi gli andiamo vicini. Anche noi piangiamo. Lei ci stringe come può. Finalmente è tornata a casa. Le mie preghiere sono servite. Ora devo mantenere la mia promessa.
Con mamma a casa la vita mi sembra più bella. La scuola però è sempre brutta uguale e io tutte le mattine continuo ad avere mal di pancia e lo stomaco che fa le contorsioni. Per fortuna qualche volta mamma si commuove e mi tiene a casa con lei.
A scuola non ci sono grandi novità. La maggioranza dei bambini sono sempre insopportabili. Il mio compagno di banco no. Lui è bravo. Abbiamo imparato a giocare a scacchi e quando gli altri fanno casino noi parliamo delle mosse. Alcune volte porta una piccola scacchiera e durante la ricreazione giochiamo.  Solo noi due, gli altri ci guardano con pietà.
Finalmente la scuola è finita. Io sono stato promosso. Qualcosa ho imparato. Non molto. Non sono diverso da quando ancora non ci andavo. Penso che quest’anno sia stato uno schifo. Per fortuna è arrivata l’estate che ha cancellato tutti i ricordi brutti. Un po’ scendo in strada a giocare con i miei amici. Però non molto, perché preferisco guardare la televisione. Non i programmi dei bambini che sono proprio da scemi, ma quelli dei grandi perché l’uomo sta per andare sulla Luna. Ci pensate? Sulla Luna. Nessuno parla d’altro. Io la guardo spesso, specie quando è piena, e penso che fanno bene ad andare fino lassù. È come quando il sabato vado al mare con papà: è bello farsi il bagno, ma è bello anche il viaggio per arrivarci. L’altro giorno ho sentito alcuni vecchi che dicevano che se l’uomo atterra sulla Luna, quella precipita. Che scemenza. Primo perché l’uomo rispetto alla Luna è una formica, secondo perché se era veramente pericoloso, mica ci andavano. Sono fortunato a vivere in questo periodo. Sai quanto gli sarebbe piaciuto ai Romani o ai Barbari andare sulla Luna? E invece ci andiamo noi e io lo posso guardare da casa. Fanno molti servizi che parlano di questo evento grandioso che a me sembra quasi magico. Intervistano scienziati e astronauti dai nomi difficili, in inglese e lo traducono per noi che non lo conosciamo. Il luogo centrale è Cape Canaveral e si trova in Florida. Qui ci sono gli astronauti, i tecnici, gli scienziati. Ogni tanto mi sogno di andarci anche io. Comunque ieri sera l’Apollo 11 è partito e viaggerà per 4 giorni. Non vedo l’ora che arrivano.
Siamo arrivati, è il 20 Luglio, ma per noi italiani è il 21, per via del fuso orario.  Ha spiegato il TG.
Adesso ho capito che la televisione è una cosa bellissima. Io da casa ho visto la Luna come se ci stessi sopra. E ho visto pure gli uomini che ci camminavano e che scendevano e salivano sul LEM. Ho imparato a memoria anche i nomi dei tre astronauti. Sono Armstrong, Collins e Aldrin. Solo Armstrong e Aldrin sono scesi sul suolo lunare. Collins è rimasto in orbita a pilotare il Modulo di Comando.
Penso in continuazione a tutte le cose meravigliose che ho visto e a quelle che ho immaginato. All’universo e ai viaggi spaziali. Ieri sera stavo nel letto e ho pensato che la missione Apollo e lo sbarco sulla Luna l’hanno fatto apposta per me, per ricompensarmi di tutto quello che ho sofferto quest’anno e mi sono addormentato sereno come non mi accadeva dal primo ottobre dell’anno scorso.

Marco Di Mico

Qui trovate il romanzo
http://dovevailpaese.altervista.org/blog/il-nostro-romanzo-a-puntate/

L’ultimo libro del nostro autore

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

Letteratura. “L’uomo d’onore”, il romanzo che vi farà vedere la mafia attraverso gli occhi di una donna innamorata

 

l'uomo d'onore

Dovevailpaese vi presenta oggi un libro unico e originale, che vi porterà all’interno della mafia facendovela conoscere attraverso gli occhi di una donna innamorata. Che cosa vedono i suoi occhi? E cosa gli dice la sua coscienza? L’amore può farci accettare ogni cosa, o dentro di noi nasce un senso di ribellione?
“L’uomo d’onore” è un libro imperdibile, che vi farà riflettere sulle forze profonde e oscure che controllano la nostra vita.

Sinossi

Roberta, giovane siciliana piena di sogni e di progetti per il domani, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in seno a una famiglia che l’ha amata e protetta, trasmettendole un forte senso della giustizia e insegnandole a diffidare di ogni forma di associazione mafiosa. Una volta cresciuta, allontanatasi fisicamente dai suoi genitori, Roberta scopre la sterminata gioia dell’amore in un uomo bellissimo e misterioso, temuto dai suoi concittadini e rispettato. Ciò che la ragazza scoprirà su di lui la lascerà senza parole: il suo è un uomo di mafia, un uomo d’onore. Questo è un romanzo che finalmente capovolge la prospettiva e che permette al lettore di guardare alla criminalità dall’interno, da quel rifugio segreto che è l’incrollabile fortezza dell’amore.

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Il nostro viaggio

terraDovevailpaese, per la sezione “Riflessi” pubblica IL NOSTRO VIAGGIO. Una riflessione, appunto, sul senso del nostro vivere e sull’incredibile avventura dell’umanità. .

 

Viaggiamo di generazione in generazione a bordo del nostro pianeta. Senza comprendere dove stiamo andando né perché. Non pilotiamo la nostra astronave, anzi è la Terra che ci conduce da qualche parte lontano, in un posto che non conosciamo né immaginiamo. Andiamo sempre avanti. È più forte di noi, lo abbiamo scritto nel cuore. Tutt’intorno vediamo un universo che non capiamo, una realtà che non possiamo interpretare, un futuro sconosciuto. Con coraggio proseguiamo la nostra missione. Spendiamo la nostra esistenza a educare la generazione successiva, coloro che viaggeranno al posto nostro. Siamo prigionieri del Tempo. Non possiamo tornare indietro per sanare i nostri errori. Siamo obbligati ad andare avanti, solo avanti in ogni senso. Ci affanniamo come fossimo immortali e invece la nostra missione è breve e spesso piccola, però nel nostro cuore aspiriamo all’eterno, all’infinito. Forse il nostro viaggio non ci condurrà da nessuna parte, forse è solo una scuola che di giorno in giorno, di generazione in generazione renderà l’umanità perfetta.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Letteratura, novità. “Un volo di farfalle”, commovente romanzo di Brunella Giovannini

libro un volo di farfalle

UN VOLO DI FARFALLE di Brunella Giovannini

Sullo sfondo di eventi quali una sparatoria tra malavitosi e il drammatico naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013, ha inizio l’amicizia tra Anna Paola e Aisha il cui incontro sembra essere stato scritto molto tempo prima.
Entrambe ricoverate in gravi condizioni nell’ospedale di Agrigento, dopo essere state sottoposte a complicati interventi chirurgici, finiscono in coma e il loro primo incontro avviene in un’altra dimensione. In un grande prato avvolto da una luce intensa, le bimbe incontrano due persone: sono il padre e il fratellino di Aisha, rimasti vittime durante il naufragio. Aisha viene messa a conoscenza dell’esistenza di una cassa sepolta nel giardino della casa di Damasco, contenente alcuni oggetti di famiglia e un antichissimo manoscritto lasciato in custodia secoli addietro da un loro antenato, prima di intraprendere un viaggio verso l’Italia per incontrare Giovanni Pico. Da quel viaggio l’uomo non fece mai ritorno.
Ad Agrigento, anche i nonni di Anna Paola possiedono un libro molto antico, scritto da un lontano avo con origini straniere… Il Capitano Rossetti della Capitaneria di Porto Empedocle, padre di Anna Paola, inizia a tradurre il vecchio manoscritto scoprendo inaspettate verità legate anche al presente.
Nella stanza d’ospedale viene ricoverata anche un’altra piccola paziente: è una bimba di colore figlia di un militare in forza alla base americana. Si forma un trio molto affiatato e la religione diversa o il colore della pelle sono dettagli privi di importanza mentre invece emergono valori quali l’accoglienza, la solidarietà e l’amicizia.
Ogni tanto gli sguardi delle bimbe colgono un volo di farfalle, quasi una conferma che l’amore esiste sempre, oltre il tempo, oltre lo spazio, oltre … la ragione.

BIOGRAFIA:

Brunella Giovannini è nata e vive a Reggiolo (RE), un piccolo paese della pianura padana.

Ha manifestato interesse per la scrittura fin dai tempi adolescenziali, hobby poi accantonato per dedicarsi al lavoro e alla cura della famiglia. Negli ultimi anni ha ripreso la vecchia passione   e si è dedicata soprattutto alla scrittura di poesie. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, e in particolare, recentemente si è classificata 2^ nel PREMIO LETTERARIO CITTA’ DI FUCECCHIO 2014 e 3^ nel PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE AMICI SENZA CONFINI – ROMA 2014. A Roma ha presentato il testo poetico “Un fiore per Nadir” che ha ricevuto una toccante motivazione dalla giuria e sul quale ha poi elaborato il romanzo “Un volo di farfalle”. Nell’ottobre 2014, nell’ambito delle celebrazioni del IX centenario dalla morte di Matilde di Canossa, avvenuta a Reggiolo, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, ha pubblicato il racconto “L’estate di Matilde”.

http://www.ibs.it/code/9788899067199/giovannini-brunella/volo-di-farfalle.html

Letteratura. Fino alla fine della rete, il romanzo di Martina Marini

fino alla fine della reteUna giovane autrice ci ha scritto per segnalarci l’uscita del suo libro. La sua scrittura, come vedrete anche voi dalla email che ci ha inviato e che riportiamo sotto, è fresca e coinvolgente. Dalla sue parole spumeggianti si capisce che è una ragazza grintosa e determinata che saprà far parlare di sé. Il suo stile narrativo forse di rottura o forse solo giovane e irrequieto affascina e rapisce. Leggere il suo libro è un’avventura irresistibile.

 

 

La redazione di dovevailpaese fa i suoi migliori  auguri a Martina.

Qui sotto la email.

“Ciao!

Scrivo questa mail per far conoscere al mondo un e-book fresco fresco, che si chiama “Fino alla Fine della Rete”, e che forse andrà perduto… come lacrime nella pioggia.
Ecco tutte le informazioni! Anche quelle inutili! Soprattutto quelle inutili!

Fino alla fine della rete” è un e-book, disponibile su Amazon… dentro c’è taaanto amore ma anche parecchia plastica bruciata, schizzata di sangue fresco fresco.
C’è un lui, una lei, un loro che ce l’hanno con lui e lei, e qualche aspetto cyberpunkeggiante a imparanoiare il tutto.
Se poi ti piacciono anche i videogiochi, non riuscirai a scollare le cornee dalle mie pagine digitali!

Il sito ufficiale è rv-beta punto com.

GLI INGREDIENTI
Yuuki è una ragazza scappata di casa per vivere sulla propria pelle un’irrefrenabile curiosità per la vita e la tecnologia.
La sua ultima impresa di pirateria informatica l’ha riportata bruscamente dal mondo virtuale a quello reale, e ora è un obiettivo.
Daisuke è dotato di una fervida immaginazione, con la quale sconfigge le noiose giornate da impiegato di una multinazionale.
Qualcosa di speciale unisce Yuuki e Daisuke nella fuga che affronteranno insieme — o almeno così è come la vede lui!

L’AUTRICE
Mi chiamo (se credi a questa storia) R.V. Beta.
Secoli fa facevo da balia a un Tamagotchi non mio, e non so perché tendevo a trattarlo male: ho ancora i sensi di colpa.
Mi immagino di entrare un giorno in un negozio di elettrodomestici e tutte le televisioni mi salutano facendo il mio nome.”

 

Qui potrete dare un’occhiata al libro

http://www.amazon.it/Fino-alla-fine-della-rete-ebook/dp/B00GYI8ZM2/

Nasce DOVEVAILPAESELIBRI. Il sito interamente dedicato ai libri di dovevailpaese

dovevailpaeselibri

Nasce DOVEVAILPAESELIBRI il sito interamente dedicato ai libri di dovevailpaese.
Qui troverete le nostre recensioni e le nostre proposte.

Inoltre potrete segnalarci le uscite dei vostri libri. Saremo lieti di pubblicizzare (gratuitamente) i vostri lavori letterari. A spingerci è solo il nostro amore per la letteratura.

L’indirizzo email è:

[email protected]

 

Qui trovi DOVEVAILPAESELIBRI.

DOVEVAILPAESELIBRI.ALTERVISTA.ORG

 

Marino minaccia il ritorno.

marino-e-il-papaMarino si è dimesso ma minaccia di ritornare. Non crediamo che Roma abbia bisogno di lui, semmai è il contrario. Per questo non può essere un buon politico e un buon amministratore. Perché ha frainteso lo scopo stesso della politica, che deve essere un servizio reso da chi può dare qualcosa e non una possibilità di arricchimento. Purtroppo siamo talmente abituati a considerare i politici dei ladri che potremmo anche pensare che in fondo 20.000 euro sono pochi. Che avrebbe potuto trafugare anche di più e che quindi sia una persona quasi onesta. La realtà, invece, è che i politici dovrebbero essere cristallini, puri e immacolati come bambini, perché stanno agendo in nostra vece e noi non vogliamo passare per dei ladri e dei disonesti insieme a loro.

 

Nel Vangelo di Luca, nella parabola dell’amministratore disonesto, leggiamo:

«Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto».

Poiché Marino si è professato cattolico, dovrebbe conoscerla, ma forse non è stato onesto neanche quando ha fatto quell’affermazione.

«Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto».

Questo deve essere il principio con cui valutiamo i nostri politici e amministratori. Ricordiamocelo quando andremo a votare la prossima volta.

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

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http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Marino addio!!

marino_interna

La breve e funesta era Marino è finita. Il primo ciclista di Roma cade per colpa di alcuni scontrini pagati dal Comune ma non riconducibili a spese effettuate durante l’esercizio delle sue funzioni. La verità è che a prescindere da questo scivolone, è stato il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto. A memoria di romano posso elencare alcune sue mancanze che lo hanno reso inviso a quasi tutta la cittadinanza:

La chiusura di via dei Fori Imperiali e del Tridente hanno danneggiato la circolazione e l’economia di quelle zone.

Il Panda Gate. Marino e la sua Panda collezionano multe e poi insabbiano tutto.

Mafia Capitale e la sua cecità nei confronti di quanto succedeva intorno a lui.

Il funerale Casamonica. Con il sindaco che cade dalle nubi.

I 100.000 che dovevano essere piantati a Malagrotta al posto della discarica non si sono mai visti.

Il sistema dei trasporti pubblici è completamente allo sbando. Ogni giorno ritardi, cancellazioni, disservizi.

I campi rom che dovevano finalmente essere superati e sono immancabilmente al loro posto.

Il degrado della città che è sporca come non mai e impercorribile a causa delle numerosissime buche.

I colpevoli ritardi sui lavori per il Giubileo.

 

Si diceva: «vabbè, è un incapace, ma almeno è onesto». Poi sono arrivati questi scontrini e si è capito che in fondo non è neanche tanto onesto. Anche in America, infatti, lo avevano mandato via per lo stesso motivo.
Di seguito uno stralcio della lettera del 6 settembre 2002 con cui il numero uno del centro medico dell’Università di Pittsburgh (Jeffrey A. Romoff) ha spiegato a Ignazio Marino il perché del suo allontanamento dalla direzione dell’istituto Mediterraneo per i Trapianti e le Terapie ad Alta Specializzazione (Ismett)
Come Lei sa, nell’iter ordinario necessario a elaborare le Sue recenti richieste di rimborsi spese, l’UPMC ha scoperto che Lei ha presentato la richiesta di rimborso di determinate spese sia all’UPMC di Pittsburgh sia alla sua filiale italiana. Di conseguenza è stata intrapresa una completa verifica sulle sue richieste di rimborso spese e sui nostri esborsi nei Suoi confronti. Tale verifica è attualmente in corso. Alla data di oggi, riteniamo di aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e intenzionalmente doppia all’UPMC e alla filiale italiana. Fra le altre irregolarità, abbiamo scoperto dozzine di originali duplicati di ricevute con note scritte da Lei a mano. Sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi degli ospiti scritti a mano sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all’UPMC Italia. Avendo sinora completato soltanto una revisione parziale dell’ultimo anno fiscale, l’UPMC ha scoperto circa 8 mila dollari in richieste doppie di rimborsi spese. Tutte le richieste di rimborso spese doppie, a parte le più recenti, sono state pagate sia dall’UPMC sia dalla filiale”.

La lettera completa con la relativa risposta di Marino e con la controsmentita di Pyttsburgh è disponibile qui.

http://www.ilfoglio.it/articoli/2009/07/28/ecco-la-lettera-con-cui-pittsburgh-smonta-punto-per-punto-la-versione-di-ignazio-marino___1-v-114636-rubriche_c405.htm

Fantascienza. “Bactana”, un racconto di Marco Alfaroli.

Skegge articoolo

Illustrazione originale di Marco Alfaroli

La redazione di dovevailpaese pubblica un racconto di Marco Alfaroli, prolifico scrittore di fantascienza e sapiente illustratore.

 

BACTANA

Bactana era arrivato su quel mondo a bordo di un
meteorite. Forse dire “a bordo” potrebbe sembrare
assurdo ma quel “sasso spaziale” era per lui un vero
e proprio velivolo, perfetto per spostarsi. E perfetto
per raggiungere le prede.
Appena attraversò l’atmosfera, s’incendiò. La
roccia cominciò a sfaldarsi e ci fu un momento in cui
temette per l’avvicinarsi della fine.
Ebbe fortuna: anche se ridotta ai minimi termini,
la meteora riuscì a schiantarsi al suolo. Lui se ne
stava al sicuro all’interno e quindi l’urto non poté
procurargli alcun danno.
Quando la polvere sollevata iniziò a diradarsi,
Bactana esalò le molecole del gas di cui era fatto da
tutte le fessure disponibili. Si ricompose come
nuvola gassosa e osservò la pietra pensando che non
ne aveva più bisogno.

Si rese conto subito che l’ambiente circostante era
ricco di vita. Pensò agli altri suoi simili che erano
finiti su mondi morti o sterili. Sapeva che per loro il
destino era ormai segnato.
Bactana esultò: aveva la possibilità di
moltiplicarsi e ripetere il ciclo vitale della sua
specie.
Doveva solo iniziare. Si spostò lentamente, con
movimenti silenziosi, aspettando di individuare la
sua prima vittima.
Un essere bizzarro, poco dopo, si avvicinò
calpestando il terreno con fragore. Sembrava che
non si preoccupasse del rumore che produceva.
Mostrava tranquillità e non era solo: un’altra creatura
molto diversa lo precedeva: era più piccola, si
spostava su quattro zampe ed era collegata all’essere
più alto mediante un legame non organico.
Bactana si concentrò sull’essere più grosso. Era
il dominante. Aveva anche lui quattro estensioni del
corpo, ma solo due gli servivano per spostarsi; le
altre pendevano dall’alto; una teneva il collegamento
con la creatura quadrupede.

Decise di non indugiare oltre e in breve fu
addosso a entrambi avvolgendoli con tutto il suo
corpo gassoso. Sapeva che non potevano vederlo e,
visto che muovendosi non produceva alcun suono,
non si meravigliò quando le vittime iniziarono ad
agitarsi guardando in tutte le direzioni senza capire
chi fosse l’aggressore.
Il gas di cui era fatto Bactana aveva preso il posto
di quello che di solito respiravano. L’effetto, come
sempre, fu letale.
Bactana non provava rimorso quando uccideva
un essere vivente: era un predatore, era la sua natura
e gli permetteva di sopravvivere.
Si allontanò lentamente dalle due creature stese e
contorte da cui aveva prosciugato tutto il fluido
vitale.
Si sentì forte, aveva assorbito abbastanza
nutrimento per fare la prima scissione. Era un
processo piacevole ed era lo scopo della sua
esistenza. Serviva molta energia e ora l’aveva.
I vegetali, le pietre e il terreno intorno a lui
furono illuminati dal lampo che produsse mentre si
scindeva: questo era il momento più pericoloso. Il
momento in cui Bactana poteva essere scoperto,
perché quel bagliore improvviso poteva tradirlo.
Tutto andò bene.
Il nutrimento accumulato permise la scissione in
quattro individui. I nuovi Bactana si allontanarono
immediatamente da lui; un difetto della sua specie
era la lentezza negli spostamenti, per cui era
importante non rimanere tutti nello stesso territorio
di caccia, altrimenti si rischiava di morire di fame.
Bactana ripensò al mondo che aveva distrutto
prima di schizzare nello spazio nascosto in uno dei
suoi frammenti.
Le gigantesche creature che lo abitavano erano
molto semplici, pascolavano pacifiche tutto il giorno
in cerca di cibo e vagavano qua e là senza mostrare
segni di intelligenza. Servivano molti Bactana per
abbatterne una, ma poi se ne otteneva una quantità
incredibile di nutrimento. La cosa importante
comunque era che, trattandosi di esseri stupidi, non
si preoccupavano di capire perché un loro simile
fosse morto, così c’era sempre alimento per tutti.

I Bactana fecero una vera mattanza e, scissione
dopo scissione, divennero milioni. Arrivò presto il
fatidico momento della mancanza di cibo, ma anche
questo era previsto dalla loro natura: il gas di cui
erano fatti penetrò nel terreno e, com’era successo
altre volte, portò quel mondo al collasso facendolo
esplodere.
Tutti i Bactana rinchiusi nei detriti scaturiti dal
disastro furono sparati in mille direzioni nel cosmo e
iniziarono la ricerca di un nuovo ambiente da
saccheggiare.
Ora, finalmente, nel mondo dove era arrivato il
ciclo si sarebbe ripetuto. Bactana almeno lo sperava.
Sentì qualcosa che si avvicinava. Emetteva un
rumore meccanico ed era di metallo. Sembrava che
scivolasse sul terreno ma poi Bactana osservò
meglio quella cosa e capì: quattro propaggini
rotonde e nere ruotavano e la facevano avanzare.
Aveva due luci che lampeggiavano, una rossa e
una blu. Arrivò molto vicina a lui, si fermò e ne
scesero due esseri simili a quello che aveva ucciso.

Quando ne scoprirono i resti, i loro volti
assunsero un’espressione inorridita. Iniziarono a
comunicare tra loro, emettendo suoni che Bactana
non comprendeva.
Uno dei due corse verso il veicolo meccanico, ne
tirò fuori un piccolo oggetto nero collegato al
veicolo con un filo. Iniziò a parlare. Forse chiamava
i rinforzi.
Bactana aggredì subito quello più vicino a lui.
L’essere barcollò, annaspò disperatamente nell’aria e
iniziò a soffocare.
Non morì per mancanza di ossigeno. Il suo corpo
fu come risucchiato, svuotato dall’interno. Cadde a
terra mummificato come le vittime precedenti.
Il secondo essere, che aveva assistito alla scena,
era in preda al panico. Bactana si accorse che
impugnava uno strano oggetto metallico e lo puntava
verso di lui. In realtà non poteva vederlo.
Immaginava che qualsiasi cosa avesse ucciso il suo
compagno fosse ancora lì e infatti Bactana si trovava
ancora sopra la vittima. L’essere urlò in modo
isterico e sparò ripetutamente. Piccoli pezzetti di
metallo durissimo attraversarono Bactana
provocandogli un certo fastidio. Passando attraverso
il suo corpo bruciarono una parte del suo gas. Il
boato provocato dall’arma fu insopportabile.
Lento ma inesorabile si diresse deciso verso il
superstite, che si guardava intorno pieno di paura;
era impotente perché non riusciva a vedere il suo
nemico.
Bactana lo uccise.
Mentre le luci rosse e blu del veicolo
continuavano a lampeggiare ci fu una nuova
scissione e altri cinque Bactana si allontanarono in
direzioni diverse.
Erano trascorsi alcuni giorni, le cose stavano
andando molto bene e la colonia si stava formando.
Bactana non ne conosceva l’evoluzione, non sapeva
in quali zone si fossero diretti gli altri. Tutto era
ancora al livello locale, ma era sicuro che ogni suo
simile facesse la sua parte, come lui.
Fu all’improvviso che comparvero. Li vide
apparire all’orizzonte, in mezzo al bosco, che
avanzavano nella zona meno fitta di vegetazione.
Erano diversi dagli altri: più si avvicinavano e più se
ne rendeva conto. Erano inguainati in un involucro
giallo, un tessuto che copriva tutto il corpo, anche la
testa. Vedeva le loro facce che scrutavano intorno da
dietro le visiere. Erano accompagnati da alcuni strani
veicoli provvisti di faro e puntavano verso di lui.
Forse riuscivano a vederlo?
Bactana aveva fame e quelli erano tanti. Decise
di avvicinarsi con molta prudenza, magari per
attaccare quello più isolato. Prima uno e poi con
calma un altro, finché alla fine si sarebbe allontanato
per scindersi in una zona sicura.
Non c’era neanche bisogno di muoversi troppo,
stavano venendo loro da lui. Quando furono
abbastanza vicini, scelse con attenzione la preda.
Notò che l’essere che aveva scelto armeggiava
con un apparecchio pieno di luci e indicatori,
provvisto di due grosse antenne laterali, che portava
a tracolla. Notò anche che quello non era l’unico
equipaggiato in quel modo, ma non se ne preoccupò.
Lui l’aveva scelto solo perché era più lontano dagli
altri.

Gli si avventò addosso, lo avvolse e aspettò.
Non successe niente, il gas del suo corpo aveva
preso il posto del gas respirato dalla creatura, ma
questa non sembrò accorgersi del cambiamento.
Che cosa stava succedendo? Non respirava?
Forse l’involucro giallo lo isolava dall’ambiente
esterno e gli forniva una riserva interna di gas
atmosferici?
Bactana fu preso dalla paura, non poteva far nulla
a questi esseri! Si erano protetti da lui. Forse
l’avevano scoperto. Forse avevano compreso come li
attaccava.
L’apparecchio con le antenne emise un suono e
l’essere cominciò a gridare.
«Correte! È qui! Il rilevatore l’ha individuato!»
L’essere urlava in un linguaggio incomprensibile e si
agitava. Aveva paura.
Gli altri si voltarono e accorsero. Bactana pensò
subito alla fuga, sentiva il pericolo. E sentiva quelle
voci che lo spaventavano ancora di più.
«Stai tranquillo!» disse un secondo essere quando
raggiunse il primo. «Non può farti nulla, mantieni il
contatto con il rilevatore».
Bactana si allontanava da loro con tutte le sue
forze, ma era lentissimo e vide due di quelle creature
vestite di giallo avvicinarsi. Erano equipaggiate in
modo diverso dagli altri, avevano due grosse
bombole da cui partiva un tubo collegato a un
diffusore che impugnavano. Conoscevano la sua
posizione, perché, quando lui cambiava direzione,
anche loro correggevano la traiettoria e miravano sul
bersaglio. Ebbe l’impressione che lo vedessero
attraverso l’apparecchio con le antenne.
Bactana fu preso dall’angoscia: l’avevano
scoperto e volevano ucciderlo. Doveva scappare,
doveva salvarsi.
Un getto di gas giallo lo investì, gli stavano
sparando con un tiro incrociato e lui, per quanti
sforzi facesse per fuggire, era sempre più lento dei
suoi inseguitori. Non c’era scampo.
Sentì un forte bruciore, il gas di cui era fatto il
suo corpo si consumava, reagendo col gas giallo che
gli avevano buttato addosso. Era un dolore
insopportabile.
Bactana si agitò, guardò in tutte le direzioni
cercando una via di fuga.
Pensò alla sua specie: se fosse morto, il ciclo si
sarebbe interrotto. Forse gli altri erano scampati, o
forse li avevano già uccisi tutti.
Aveva scelto il mondo sbagliato, lui non era
cattivo, aveva solo seguito la sua natura di predatore
che vive nutrendosi delle sue prede.
Il suo ultimo pensiero fu pieno di disperazione,
poi si dissolse nel nulla.

BIOGRAFIA

Marco Alfaroli coltiva ormai da anni le sue passioni: la scrittura e l’illustrazione. È autore di racconti e romanzi di fantascienza e fantasy. Ha pubblicato il romanzo Archon (Runa Editrice 2013), la serie di 24 racconti “Schegge dallo spazio” (2014). Ha illustrato, insieme ad altri disegnatori, il gioco di ruolo “L’Era di Zargo” (Raven 2014), ispirato al famoso gioco da tavolo Zargo’s Lords. Ha illustrato copertine per altri autori, alcuni colleghi in Edizioni Imperium.
Con Edizioni Imperium ha pubblicato i racconti: “Firefighter” (2013), “Stazione rifugio Idra” (2013), “Firefighter Forever” (2014), “Gannikar” (2015), “Firefighter the last mission” (2015), e la graphic novel “Pianeta Blu” (2015) in collaborazione con lo scrittore Diego Bortolozzo.

 

Il suo blog:

http://archonzeist.blogspot.it/

Amazon:

http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss/275-8740664-4755106?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=marco+alfaroli+schegge+dallo+spazio&rh=i%3Aaps%2Ck%3Amarco+alfaroli+schegge+dallo+spazio

L’uomo è un essere “Social”?

social1Volentieri pubblichiamo alcune riflessioni di Viviana Sassi, autrice del romanzo “Privilegio pericoloso”, sull’uomo al tempo dei social. Con questo suo contributo Viviana fa, da oggi, parte del nostro staff.
Un augurio sincero da parte della nostra redazione

 

L’avvento dei social network ha portato a grandi innovazioni. Hanno creato posti di lavoro e rivoluzionato la vita di persone e aziende.

Se prima si ricorreva ai cartelloni pubblicitari, ora si pubblica su qualche social. Connettersi è semplicissimo, e ognuno, in qualsiasi luogo, può vedere e commentare.

Milioni di persone iscritte sui social al giorno d’oggi, spesso ragazzini in età adolescenziale, li sfruttano per fare nuove “amicizie” e connettersi con quante più persone, (non importa nemmeno chi siano e da dove vengano), solo per il gusto di poter dire “ho migliaia di follower”.

Un tempo le amicizie erano poche ma buone e un amico valeva un tesoro. Oggi che sono virtuali, invece, quanto valgono? Questi amici digitali sono in grado di farci sentire amati e appagati? Certo che se abbiamo qualche decina di migliaia di “amici” siamo proprio bravi e popolari.

Peccato che questa fama sia a scapito dell’interazione tra esseri umani. Ormai tutti sono di fretta, camminano a testa bassa concentrati sullo schermo del cellulare e se ti sbattono contro, senza neanche degnarti di uno sguardo.

Quant’era bello uscire per un pomeriggio tra amici, all’insegna del divertimento. Certo, non si avevano milioni di seguaci per la strada, si contavano ,infatti, solo due o tre amici, ma erano in carne e ossa, sempre presenti.

Oggi siamo soli, camminiamo per strada attaccati al cellulare, appunto, mentre scriviamo quello che stiamo “osservando” (si fa per dire) in strada, con una schiera di migliaia di seguaci fantasma a rincorrerci. Guai a loro, però, se smettono di seguirci! Lì, una crisi d’ansia non si toglie a nessuno… e gli psicologi, in vista delle prossime nuove malattie mentali, già si sfregano le mani tutti contenti.

Allora, viene da domandarsi, possibile che sia davvero così importante avere delle amicizie virtuali? Non sarebbe bello, ogni tanto, spegnere tutto, disconnetterci dalla rete, per tornare sul Pianeta Terra e uscire a fare una passeggiata, magari fermandoci a scambiare due chiacchiere con il vicino antipatico, con il quale litighiamo nelle riunioni condominiali e scriviamo di lui ogni genere di cattiveria su qualche social? Probabilmente scopriremmo in lui doti di simpatia e cordialità che mai avremmo trovato se non ci fossimo soffermati a scambiarci due parole. Perché le amicizie vere, quelle durature, nascono proprio così, da due chiacchiere reali stringendosi una mano.

http://dovevailpaese.altervista.org/blog/privilegio-pericoloso-lappassionante-romanzo-di-viviana-a-k-sassi/

http://www.amazon.it/Privilegio-pericoloso-VIVIANA-A-K-S-ebook/dp/B013L4WSTC

Letteratura. Divoratori del cosmo. Il nuovo romanzo di Frank Detari

frankPerché sogniamo nuovi mondi?
Perché l’uomo ha dentro di sé questa smania di Universo?
Nei viaggi della Fantascienza diamo vita a questa smania di Infinito. All’immensità che abbiamo nel nostro intimo, nel nostro Io, nella nostra Anima.

E’ per questo che dovevailpaese è felice di presentare il libro di Frank Detari, perché nessuno come lui sa rappresentare la grandezza e la profondità dell’uomo. I suoi personaggi viaggiando nello Spazio senza fine, viaggiano dentro ognuno di noi.

 

 

 

Sinossi

La piccola colonia solariana di Alfa Ganimede perde definitivamente il contatto col distretto minerario di epsilon Acaia.

Epsilon Acaia fornisce alla casa madre gran parte del proprio reddito e una spedizione di soccorso costerebbe alla colonia ben più delle proprie disponibilità. Camera del Lavoro e Soviet supremo pertanto votano l’invio di una semplice missione ricognitiva, limitata al biologo Boris Zuckowsky e all’ufficiale della sicurezza Chaspar Khasbulatov.

I due, notoriamente inetti, in maniera fortuita riescono a raggiungere epsilon Acaia, ma dopo averla trovata deserta si imbattono in una pila di cadaveri decapitati.

Anche Zuckowsky e Khasbulatov interromperanno i contatti con la casa madre, ma prima riuscirannno a spedire qualche foto inquietante…

 

Nota Biografica

Frank Detari nasce a Budapest nel 1952 da padre ungherese e madre italiana. Vissuto e cresciuto   fra Trieste e Ancona, è laureato in lettere moderne presso l’Università di Camerino. Fino a un anno fa docente di Italiano e storia presso le scuole superiori e stimato ghost writer, autopubblica ebook di genere fantastico per diletto. Attualmente è in pensione e vedovo da dieci anni.

 

http://www.amazon.it/Divoratori-nel-cosmo-Frank-Detari-ebook/dp/B014K58JMG

 

Racconto notiziario. La domanda di una bambina

Come redazionepioggia 1100 di dovevailpaese continuiamo il nostro esperimento di informare attraverso la letteratura. Siamo, infatti, convinti che le storie raggiungano più facilmente il nostro cervello e il nostro cuore. Questo breve racconto notiziario pone una domanda alla quale è difficile dare una risposta.

Io e la mia famiglia usciamo dal cinema. In tutto siamo quattro. Abbiamo visto un film per bambini. Come sempre ti lasciano un buon sapore in bocca. I buoni sentimenti fanno bene. Il cinema è vicino e rincasiamo a piedi. Piove, però non molto. Camminiamo sotto gli ombrelli. Il maschio è con me e la femmina con mia moglie. Camminiamo veloci. Sotto un balcone un barbone si sta riparando dalla pioggia. Noi quasi lo scavalchiamo. L’effetto benefico del film appena visto sparisce di colpo. Rincasiamo in silenzio. Mangiamo e poi accendiamo la televisione. Al Tg mostrano le navi della marina italiana che scaricano fiumi di immigrati. Poi le immagini dei centri di accoglienza e dei residence che accolgono gli immigrati. Mia figlia che ha solo sette anni dice: «Ma quel signore che dormiva in terra non poteva andare in uno di questi posti? Non sarebbe stato meglio?»
Io e mia moglie non sappiamo cosa rispondere e così rimaniamo zitti. Quella domanda, però, ancora ci frulla in testa. Voi avreste avuto una risposta da dargli e, a questo punto, da dare anche a noi? Come preservare il suo naturale e innato senso di giustizia?

 

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/