Quoziente familiare in Italia, rimarrà un’utopia?

familia1Da più parti è stato chiesto a dovevailpaese di occuparsi della famiglia e, in particolare, del suo sostegno economico, soprattutto in questi anni di crisi e di difficoltà.
Abbiamo pensato che sarebbe stato più utile, anziché mostrare statistiche e percentuali, porre la nostra attenzione sulla necessità di una ridefinizione della pressione fiscale sui nuclei familiari.

Il problema è molto sentito dalla popolazione e anche la classe politica sa che è uno dei temi caldi. Infatti periodicamente in Italia, soprattutto a ridosso delle elezioni, riecheggiano nell’aria, come una formula magica in grado di attrarre consensi, le parole “famiglia” e  “quoziente familiare”. Purtroppo, però, come spesso accade nel nostro Paese, dopo che i politici hanno raggiunto i loro scopi la cosa decade e le famiglie italiane devono vedersela da sole, senza nessun contributo da parte dello stato.
Anche il premier Renzi non sfugge a questo modo di fare furbesco e opportunistico. Nel 2014 dopo aver introdotto gli 80 euro, promise che presto avrebbe affrontato il problema. Tanto che dichiaro:

« Ottanta euro dati ad un single hanno un impatto diverso rispetto ad un padre di famiglia monoreddito con 4 figli. Dobbiamo porci questo problema».

L’esecutivo era, ed è, perfettamente consapevole che la norma attuale assicura un doppio bonus a un nucleo composto da due persone con altrettanti stipendi, mentre non garantisce alcun sostegno a una famiglia di quattro persone con un solo reddito di 28.000 euro annui. Anche l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, in un’intervista a Panorama, dichiarò che c’era la volontà d’introdurre un principio di progressività attraverso il “quoziente familiare”. Purtroppo, però, la cosa è stata finora disattesa.

Visto che noi italiani non siamo in grado di fare una legge a sostegno della famiglia, sarebbe bello se l’Europa, che ci impone tante cose di cui potremmo veramente fare a meno, ci costringesse a prendere dei provvedimenti in tal senso. Anche perché in molti Paesi europei tale sostegno esiste già da molto tempo.
In Francia il “quoziente familiare” è stato introdotto nel 1945 e, perfezionato nel corso dei decenni, comporta una riduzione della pressione fiscale all’aumentare del numero dei figli. A sostegno della famiglia, la Germania, invece, utilizza un assegno di 164 euro mensili per figlio, che diventano 174 per il terzo e 195 dal quarto figlio in poi. Per la  famiglia l’Italia spende l’1,1% del Pil contro il 3,8% della Danimarca, il 3,2% della Germania, il 3% di Olanda e Finlandia, il 2,8% della Norvegia, il 2,5% della Francia e dell’Irlanda.

Sembra evidente che un dibattito debba avviarsi, almeno, per riportarci nella media europea che si attesta al 2,1%.

Per essere il paese dei mammoni, dei bamboccioni e dove “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia” (art. 29 della Costituzione) forse facciamo veramente troppo poco. Ma la politica italiana è fatta così: utilizza dei temi sensibili per farsi pubblicità e, poi, una volta ottenuto il voto si dimentica delle promesse.
Questa volta, però, la cosa è più grave e fastidiosa, perché il premier Renzi si è impegnato personalmente, ponendo anche la fiducia, per le “unioni civili”, mentre trascura i diritti delle famiglie nel loro complesso. Non vorremmo che nella sua testa ci fossero delle “unioni civili” e delle “unioni Incivili.”

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Poesia: I morti che vivono scontenti

TINTORETUna poesia di Marco Di Mico che, con ogni probabilità, farà molto rumore. Bella e cattiva esprime il malessere di molti che in questi anni di crisi stanno soffrendo fra l’indifferenza della politica e delle istituzioni, offesi e oltraggiati oltre che dalle proprie difficoltà dallo spettacolo di una classe politica corrotta, egoista e meschina oltre ogni immaginazione.

Un invito agli uomini di potere a non esasperare gli esasperati, non affamare gli affamati, non opprimere gli oppressi.

I morti che vivono scontenti

nelle misere case da contribuenti

che sono cittadini esemplari

e si impiccano ai lampadari

che lavorano dignitosi

e fanno una vita da merdosi

che credono nella politica, nella condivisione

e che sperano nella pensione,

risorgeranno col membro di fuori

per squartare i senatori

gli industriali, i banchieri, i parlamentari

perché pensano solo a fare affari;

violenteranno le loro figlie

bruceranno intere famiglie

gli diranno che è anticostituzionale, violento, brutto

ma loro risponderanno con un rutto

e non crederanno più al telegiornale e alle altre parole

perché dovranno salvare la loro prole.

In quel giorno torneranno giustizia e pace,

e verrà il mondo che ci piace.

Marco Di Mico

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Italia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo


Commissione-europeaItalia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo . Presto nuove elezioni sotto la sorveglianza di osservatori inviati da Bruxelles.  

Incredibile: dopo una settimana di intense discussioni, la Commissione Europea su indicazione del Consiglio Europeo e con l’avallo del Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere e mandato a casa la Presidenza del Consiglio italiana. Di fatto l’Italia è stata commissariata.
Nella nota appena trasmessa da Bruxelles, si legge che: “dopo un’estenuante discussione nella quale sono state soppesate tutte le possibili conseguenze, questo organo delibera il commissariamento dell’Italia per gravi infiltrazioni mafiose e clientelari“. Nel documento appena trasmesso, si esprime la piena convinzione che nessun’altra strada era percorribile, vista la natura della classe politica italiana e dei partiti. La commistione dei partiti con il malaffare è in Italia talmente elevata e ramificata da non rendere possibile nessun altro provvedimento.
Molto negativa appare anche l’opinione che l’Europa ha dei cittadini italiani. A conclusione della nota, infatti si legge: “Scarsissima è la fiducia di questo organo collegiale nella capacità dei cittadini italiani di uscire da soli dall’incresciosa situazione presente oggi in Italia. Del resto citando lo scrittore inglese George Orwell possiamo tranquillamente affermare che Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima: È COMPLICE.

Naturalmente quanto letto finora è solo un’invenzione, ma anche una speranza.

 

Migranti. L’Europa tenta l’esorcismo dell’Italia

barcone_immigratiÈ proprio così, per salvare l’Italia dal Male che la sta divorando, all’Europa è rimasta solo una strada: l’esorcismo.

Quando tutte le medicine e le terapie tradizionali falliscono, bisogna rassegnarsi a ricorrere a quelle soprannaturali. Ed ecco, allora, che quei freddi e compassati burocrati, pur di salvarci, pur di liberarci dalla corruzione e dal malaffare che corrompe l’anima della politica italiana hanno deciso di esorcizzarci. Certo non hanno chiamato un prete con acqua benedetta, croce e Bibbia, ma hanno chiuso le frontiere per farci purificare con il nostro stesso male. Infatti, in Europa hanno ormai capito che tutti gli immigrati che sbarcano sul nostro paese (scritto con la minuscola perché al momento non siamo degni di utilizzare la P maiuscola) sono il frutto del desiderio di fare soldi dei nostri politici. L’emergenza immigrazione è voluta, guidata e controllata da alcuni dei nostri politici perché per loro rappresenta una miniera d’oro. Hanno trasformato la bontà in un sistema per far arrivare i soldi pubblici ai gestori amici che si dividono il mercato. E il mercato dei fondi statali per i centri di accoglienza per gli immigrati è immenso. Lo sforzo che l’Italia fa per soccorrere gli immigrati non è bontà, ma interesse economico. Secondo Buzzi con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga. E quindi eccoci in prima linea nel cercare e recuperare i barconi. Purtroppo però, tutte queste persone che sbarcano in Italia cominciano ad essere troppe e allora il nostro governo ha tentato di sbolognarle in tutti i Paesi (questi con la maiuscola) europei. Una volta che i premier europei hanno capito il gioco, però, hanno chiuso le frontiere (in barba agli accordi di Schengenlasciandoci soli a gestire l’imbroglio, nella speranza che questo provvedimento purifichi come un fuoco salvifico le nostre istituzioni dalla corruzione e dall’illegalità.

Marco Di Mico

 

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

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Mafia Capitale. Buzzi al PM: “Non registri perché se parlo casca il governo”


via i ladri
Vogliamo tornare sui fatti di Mafia Capitale, non per sottolineare ancora una volta quanto sia corrotta e meschina la nostra politica, ma per evidenziare il basso livello del nostro sdegno di fronte a queste situazioni. Ormai siamo talmente assuefatti alla puzza che quasi non la percepiamo più.

Vediamo politici che fanno un uso spericolato dei rimborsi spese, che sfruttano i disperati per arricchirsi, che esultano quando un terremoto miete delle vittime perché già pensano a quanto lucreranno con la ricostruzione, che con arroganza ci dicono che i loro vitalizi sono un “diritto acquisito” intoccabile,  che nonostante l’evidenza delle intercettazioni e delle prove si vantano di essere innocenti fino al terzo grado di giudizio, e noi ci limitiamo a fare spallucce come se la cosa non ci riguardasse.

Sarebbe bello, invece, che la nostra indignazione li facesse tremare, che il loro sorrisetto si tramutasse in una smorfia di vergogna.
Durante la stagione di “Mani Pulite”, il 30 aprile 1993, Bettino Craxi (che il giorno prima era stato salvato dai suoi colleghi parlamentari che avevano negato l’autorizzazione a procedere contro di lui), esce dall’hotel Raphael di Roma dove era andato a festeggiare per lo scampato pericolo e trova una folla che lo accoglie al grido di “Ladro”, “Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore!”, “In galera”. Poi viene investito da un fitto lancio di monetine.  Dopo quel giorno la sua arroganza e il suo dito alzato verso il cielo scomparvero. Un anno dopo andò in esilio in Tunisia.

Ad indignarsi, però, non dovremmo essere solo noi cittadini. Prima di noi dovrebbero essere i partiti a pretendere massima onestà e correttezza. Dovrebbero cacciare via le mele marce e denunciarle per il danno che hanno causato alla propria immagine e ai propri elettori. Invece, assistiamo a ragionamenti capziosi, a bizantinismi con cui cercano di minimizzare, nascondere, difendere.
Siamo stanchi di “nessuno è colpevole fino a …”, “deve prevalere la presunzione di innocenza…”, ecc…
Cari partiti e cari politici, non abbiate paura dell’onestà, dell’irreprensibilità, della correttezza, dell’integrità morale.
Buzzi si preoccupa di non far cadere il governo. Però,  se proprio si dovesse rendere indispensabile, lasciate che i governi cadano e i responsabili paghino.

 

Marco Di Mico

 

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Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

Copertina libroSe amate la letteratura e vi piace immergervi in un libro, divorarlo senza accorgersi del tempo che passa, ho trovato quello che fa per voi (e per me).  Si intitola “La vicenda di un lavoratore… Bastardo”, scritto da Marco Di Mico ed edito da Medea. Come la vita stessa vi farà piangere e ridere, vi farà temere il peggio e vi donerà la speranza. Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista, insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

Di seguito il link per l’e-book

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e quello per la versione cartacea

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Libia. Siamo in grado di combattere?

Situazione Libia
Non ci stupiamo. Non ci stupiamo che le parole di Gentiloni: “In Libia Italia pronta a combattere”, siano state smentite dal presidente del Consiglio.
Sono anni che il nostro Paese non ha una politica estera. Non sarà un Gentiloni qualunque a imporne una. Il suo predecessore, il ministro Giulio Terzi (alla Farnesina durante il governo Monti) si dimise dopo che l’esecutivo rispedì i due marò in India. Al parlamento disse: “Me ne vado per salvare l’onorabilità del Paese”. La nostra sola politica è quella di essere al seguito di qualcuno, al servizio di qualcuno.
Nel caso di un eventuale intervento in Libia per contrastare le bande armate dell’l’Isis, il problema non è “se” fare la guerra, ma “come” farla. Come fronteggiare un esercito così brutale e sanguinario? Noi Italiani, e più in generale noi Europei, saremmo veramente in grado di combattere contro quei soldati incappucciati che sgozzano e ardono vivi i loro prigionieri? Con che cosa riusciremmo a contrastare tanta ferocia? Non parlo della quantità di armi, della preparazione militare e dell’efficienza logistica. Ma della convinzione, della determinazione, della forza e della necessaria crudeltà che sarebbero indispensabili per sconfiggere quei soldati disumani. Quegli assassini si sono formati e temprati con le certezze dell’estremismo islamico, dove gli uomini rappresentano la legge, l’autorità, la forza, la supremazia. Hanno la convinzione che Dio sia dalla loro parte. Vogliono imporre quella che per loro è la vera giustizia, la società pensata da Dio stesso per noi uomini. Senza prostituzione, senza droga, senza alcol, senza distrazioni di nessun genere, dove le donne sono schiave e serve invisibili, dove ogni aspetto della vita viene sottomesso a quello religioso. Si sentono gli incaricati di Dio, gli angeli che ne fanno rispettare la Parola. Sono pronti a tutto, disposti a tutto.
Noi, invece, nel nobile tentativo di creare un Mondo migliore abbiamo eliminato ogni differenza sessuale, ogni forma di aggressività, ogni riferimento alle nostra tradizione religiosa, alla nostra natura e alla nostra cultura. Abbiamo creato un’Europa ben educata, cortese e politicamente corretta, ma che non crede più a niente e non si riconosce più in niente. Dove gli uomini sono l’esatta copia delle donne e dove è peccato parlare di religione, di valori, di Patria, di orgoglio per la propria storia e per la propria cultura. Abbiamo rimodellato i maschi plasmandoli sul paradigma femminile, ritenuto più adeguato alla nostra moderna società.
Gli abbiamo insegnato che la dolcezza è superiore alla forza, il dialogo all’autorità, la pace alla guerra, la tolleranza alla violenza. Gli abbiamo spiegato che la virilità, il coraggio, la forza, la competizione sono cose indegne, schifose, spregevoli. Mamme premurose e attente non fanno giocare i maschietti con le armi giocattolo, per paura che diventino violenti. E le mogli fanno depilare i propri uomini perché così impone la moda. Il pelo è un segnale inequivocabile della mascolinità cavernicola, preistorica, guerriera. Appartiene al mondo che rifiutiamo. L’uomo “nuovo” deve essere glabro, sensibile, femminile. In questa confusione sessuale sarà difficile ritrovare la durezza, l’odio, la rabbia, l’orgoglio e la cattiveria necessarie per uccidere. Perché alla fine la guerra si riduce a questo: uccidere, distruggere, intimorire.
Inoltre, gli integralisti hanno un’altissima opinione della loro cultura, della loro religione, della loro visione del mondo, tutte cose che noi europei abbiamo rifiutato in nome dell’integrazione e dell’omologazione. La cultura islamica, o indiana, o cinese, o zingara, o marziana sono considerate come quella cristiano-occidentale. Vediamo la nostra specificità come una colpa, come una vergogna.
Abbiamo appiattito ogni cosa. Per noi, non esiste più indigeno o straniero, buono o cattivo, giusto o sbagliato, bene e male. In nome di un’errata idea di libertà che, ormai, è diventata arbitrio, menefreghismo, indifferenza, tutto è permesso, tutto è legittimo, tutto è tollerato, tutto è uguale.
Se veramente dovessimo arrivare ad uno scontro militare con quei mostri che commettono crudeltà inimmaginabili, inenarrabili, dove troveremo la forza per combattere? Quali valori ci sorreggeranno?
La religione che abbiamo accantonato per paura che potesse diventare un motivo di divisione?
Oppure la nostra cultura che, però, ci vergogniamo di proclamare superiore?
Rispolvereremo parole come Patria e onore?
In che cosa crediamo?
Un’ultima considerazione: è degno di un Continente civile come il nostro tollerare per paura, calcolo o convenienza che si commettano ogni sorta di barbarie così vicino le nostre case? È giusto girarsi dall’altra parte?

Forse questa crisi servirà a fare chiarezza e ci darà il modo di rinascere, di riconquistare una nostra identità. Spero che il prezzo da pagare non sia troppo alto.

Roma caput prostituzione (Eur a luci rosse)

Secondo Marino e la sua giunta alcune strade dell'Eur dovrebbero diventare a luci rosse

Secondo Marino e la sua giunta alcune strade dell’Eur dovrebbero diventare a luci rosse

Dopo “mafia capitale” arriva “Roma magnaccia”. Il comune di Roma, infatti, ha in mente di regolamentare e gestire la prostituzione. E così anche la capitale d’Italia avrà il suo quartiere a luci rosse. Lo hanno deciso i capoccioni del Campidoglio e del IX Municipio per liberare le strade dell’Eur dalle passeggiatrici, dicono. A questo scopo, hanno stabilito che il “mestiere” si potrà esercitare solo all’interno di un’area protetta. Dove le signore offriranno i loro servizi sotto la protezione della polizia municipale e dei volontari sanitari. Nelle altre zone, invece, la repressione sarà totale e gli eventuali avventori riceveranno multe di cinquecento euro.
Chi lavorerà all’interno della zona rossa, quindi, avrà un sicuro vantaggio, sia perché avrà meno concorrenza sia perché i propri clienti saranno risparmiati. Rimane da capire con quali racket il comune prenderà accordi. Quali saranno i “magnaccia” che potranno lavorare all’interno della zona a luci rosse e quali ne saranno esclusi? Oppure il comune di Roma gestirà la prostituzione in prima persona?
Quindi avremo un’amministrazione che o prenderà accordi con chi costringe le donne alla prostituzione e poi le sfrutta, oppure che recluterà direttamente le prostitute assumendole nei suoi organici. Francamente entrambe le soluzioni sembrano paradossali, ma l’Italia e Roma ci hanno abituato a tutto.

Inoltre, in base a quale principio giuridico sarà possibile multare solo i clienti delle prostitute che esercitano fuori dalla zona protetta? I comportamenti illeciti non dovrebbero essere sanzionati tutti allo stesso modo? È come dire che se si ruba a Tizio si commette un reato, mentre se si ruba Caio no.

Come al solito Marino e la sua combriccola dimostrano tutta la loro confusione e incapacità. Sempre che si tratti solo di inettitudine e che, invece, dietro questa presa di posizione non ci sia la necessità di risarcire quanti sono stati danneggiati dalle indagini su “mafia capitale”.
Non vorremmo che le organizzazioni criminali smascherate dalla magistratura stiano cercando, con l’appoggio dell’amministrazione comunale, di assicurarsi nuove fonti di reddito.
Come diceva un famoso politico, profondo conoscitore del modus operandi italiano:
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

 

 

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Primo racconto: IL DETTATO.

aula

Ecco a voi il primo racconto della nuova iniziativa di “DOVEVAILPAESE”.
Ringraziamo Marco Di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore bastardo”, per aver deciso di intraprendere con noi questo suo nuovo progetto artistico ed editoriale.

Buona lettura

IL DETTATO

Ho sette anni, un grembiulino blu con il colletto di plastica rigida e un fiocco bianco fatto da mamma con mille attenzioni. È il 1969, faccio la seconda elementare e tutti i giorni vado in giro vestito così. Non sono una cima, ma neanche una capra. Vivacchio, a scuola come a casa. Non brillo. Non ho entusiasmi particolari o aspirazioni. Sono nato, tutto qui. Faccio quello che mi dicono senza passione, per obbligo. A molti la maestra dice che sono intelligenti, ma che non si applicano. A me non dice niente. Ho paura a pensarlo, ma credo di non essere intelligente. Eppure dentro di me sento che c’è qualcosa. Solo che non so cosa. Non ho idee o sogni. Aspetto.
Mio padre è operaio e mi vuole un gran bene. Forse troppo. Mia madre fa la sarta e lavora a casa. Anche lei mi vuole molto bene, ma spesso è triste. Una volta gli ho domandato se fosse felice. Lei mi ha guardato e si è messa a piangere. Poi mi ha abbracciato e ha detto di essere felicissima di avere un bambino come me. Da allora mi guarda in maniera differente. Come se da me si aspettasse qualcosa che io, però, non so. Mi piacerebbe che i suoi occhi ridessero di più. Solo che non so come fare. Ho sette anni e molte cose dei grandi non riesco a capirle. Sono solo un bambino e neanche tanto studioso. Le cose di scuola, comunque, le capisco, ma mi sembra sempre di non saperle e che gli altri, quelli che gridano e che in classe pensano solo a muoversi e a vantarsi, siano più bravi di me. Oggi abbiamo il dettato e mi sento abbastanza preparato. Se riesco a farlo bene e a prendere un bel voto, magari a mamma si accendono un poco gli occhi e fa un bel sorriso.
Ho paura a pensare di aver capito qualcosa e di alzare la mano, perché poi se mi sbaglio, faccio una figuraccia e dopo mi metto a piangere e questo è anche peggio. Si perché ho anche questo problema: piango facilmente. Sai quanto ci provo a trattenere le lagrime, a pensare ad altro, a ricacciarle via. Però è più forte di tutti i miei sforzi. Mi sembra di avere il pianto sempre pronto. Mi basta una sgridata, un’osservazione, una figuraccia o una presa in giro e quelle cavolo di gocce salate mi scendono giù per il viso, fino alla bocca.
La mia classe fa schifo. È grigia, sporca, trascurata. I banchi sono di legno scuro, rigati dalla tristezza, dalla paura e dalla noia di chi li ha utilizzati prima di noi. Devono essere molto vecchi, perché hanno ancora il buco per il calamaio e al posto della sedia, hanno un sedile unito al resto del banco. I miei compagni sono anche peggio. Per metà sono quelli che noi chiamiamo i “baraccati”. A dire il vero sono loro stessi che ci hanno detto di chiamarsi così. Ci hanno spiegato di aver lasciato le baracche dove vivevano e di aver occupato un palazzo proprio vicino alla scuola. Sono molto contenti di abitare dentro una casa. Io in parte li capisco, perché anche mia madre mi ha raccontato che quando abbiamo lasciato la casa di Trastevere, che era vecchia e aveva il bagno sul balconcino, e siamo venuti a vivere dove abitiamo adesso, che è una casa vera, dalla gioia si è messa a piangere. A me i “baraccati” sono simpatici perché quando li vedo, penso sempre alla mamma e a quella volta che è stata così felice da piangere. Però un po’ mi rattristano, perché non sanno niente, urlano, fanno i dispetti e sembrano quasi orgogliosi di comportarsi male. Una volta la maestra ne ha interrogato uno che non ha aperto bocca. Allora ha cominciato a fargli delle domande sempre più facili, ma quello rimaneva zitto e muto, con lo sguardo lontano, oltre la finestra. Alla fine, la maestra gli ha chiesto: «Ti piace il calcio?».
«Si» ha risposto quello con gli occhi che erano tornati in classe.
«E di che squadra sei?»
«Della Roma.»
«Bene e lo sai in quanti si gioca la partita?»
«No» risponde quello abbassando lo sguardo.
Allora la maestra ha domandato alla classe:
«E voi lo sapete?»
Qualcuno ha alzato la mano e ha urlato “otto”, “tredici”, “quindici”. Io lo sapevo che si gioca in undici per squadra e che si possono fare al massimo tre cambi durante la partita. Ma non ho risposto. Un po’ perché avevo paura a parlare e un po’ perché non mi sembrava giusto. Io sono avvantaggiato. Mio padre tutte le domeniche che la Roma gioca in casa mi porta allo stadio, in curva sud, e quindi io del calcio so quasi tutto. Conosco anche le canzoni, i cori e le parolacce che si urlano all’arbitro. Papà tutti i pomeriggi, appena stacca dal lavoro, mi porta al cinema parrocchiale a vedere un film Western. Anche dei film so quasi tutto. Mi basta vedere le scene iniziali e già m’immagino il resto. Chi sono i buoni e come va a finire. Però non mi annoio perché lo guardo con tanta attenzione per vedere se ho ragione. A volte i cattivi non sono tanto cattivi, però alla fine muoiono comunque. Altre volte mio padre mi porta a vedere i monumenti. Roma è piena di monumenti, di fontane, di palazzi e di strade che a Natale sono tutte illuminate e piene di gente. A piazza Navona mi ha fatto vedere anche Babbo Natale e la Befana. Secondo me sono fidanzati, però Babbo Natale se la poteva scegliere meglio. Alle volte, indica dei posti e mi dice che sono “da ricchi, da gente che ha studiato”. Altre volte cerca di spiegarmi qualcosa. Però non è mai tanto chiaro. Non finisce le frasi e la sua voce si spegne piano piano. D’altronde non credo che conosca molte cose. Non è ricco e non ha neanche studiato. A sei anni già lavorava e poi alla scuola serale ha fatto fino alla seconda elementare. Secondo me anche lui sa che c’è qualcosa in più, ma non sa bene cosa e gli piacerebbe che sia io a scoprirla.
Sta per iniziare il dettato. Io sono tranquillo perché la stranezza della parola “acqua” l’ho capita bene. Sto zitto come sempre e aspetto. La maestra inizia. La prima parola è proprio acqua. Poi seguono tutte le altre. Comunque è facile perché in tutte le parole che la maestra pronuncia c’è la parola “acqua”. Scrivo bene “acquazzone”, “acquario”, “acquarello” e tutte le altre di questo tipo. Alla fine la maestra ne pronuncia una a tranello. Dice: “Negozio”. Io so che si scrive con una “z” sola. C’è una regola apposta per questo tipo di parole. Consegno il compito sereno, fiducioso. Devo prendere un voto alto per far fare un bel sorriso a mamma. La maestra li corregge velocemente. Quelli che hanno preso un voto buono sono pochi. Questa volta faccio una bella figura. Quando tocca al mio, la maestra lo legge veloce e io vedo che non corregge niente. Bene. Poi mi chiama e mi dice di andare vicino a lei. Mi avvicino e penso che vuole congratularsi con me.
«Questo è il tuo dettato?» dice con una faccia per niente contenta.
«Si» faccio io.
«A chi hai copiato?» mi urla in faccia all’improvviso con un espressione che mette paura.
Io scoppio a piangere e gli dico, fra un singhiozzo e una tirata di naso che non ho copiato, che era facile e che l’ho fatto da solo.
Lei si arrabbia ancora di più. La sua voce diventa ancora più sgradevole e la classe si gela. Stanno tutti fermi e muti. La maestra punta il dito e mi dice che non sopporta i bugiardi e che se gli confesso che ho copiato non mi fa niente. Io però non posso confessare quello che non ho fatto. Quindi, sempre piangendo, gli confermo che non ho copiato. Lei urla che non sono all’altezza di scrivere così bene e che per dimostrarmelo mi farà ripetere il dettato.
«A te da solooooo…» strilla, mentre sbatte forte il registro sulla cattedra.
Io rivado al posto con gli occhi di tutta la classe puntati addosso. Continuo a piangere, ma prendo la penna e apro il quaderno.
La maestra inizia a dettare le parole. Sono le stesse di prima e io le so tutte. Ad un certo punto, penso che se le scrivo ancora tutte bene lei si arrabbierà anche di più. Mi viene il terrore che possa mandarmi in una classe differenziale. Allora per farla contenta, sbaglio apposta qualche parola. Così non perderà la sfida contro di me. Voglio dargli soddisfazione e, soprattutto, non voglio che mi urli di nuovo in quel modo.
Mentre scrivo, sono abbastanza soddisfatto di questa soluzione.
Il dettato finisce presto. La maestra mi richiama alla cattedra. Mi alzo e le porgo il quaderno. Tutti i bambini stanno con il fiato sospeso. Non sono mai stati così silenziosi. Anche i “baraccati” sono muti come pesci.
La maestra inizia a leggere e subito dopo fa un sorriso. Io mi rilasso. Invece lei inizia ad urlare di nuovo:
«Hai visto».
«Hai sbagliato.»
«Mi volevi prendere in giro.»
«Non ci provare mai più altrimenti ti faccio vedere io. Io li conosco quelli come voi.»
Alla fine tira il quaderno verso il mio banco.
Capisco che devo tornare al posto.
Esco. Mamma mi aspetta in prima fila. Vede subito che ho gli occhi gonfi di pianto.
«Che hai fatto? Ti hanno menato i “baraccati”?».
«No mamma. Andiamo. Ti racconto tutto a casa.»
A casa mamma mi prende con le buone, ma è irremovibile. Devo raccontargli tutto.
E io comincio a parlare e a piangere. Gli spiego che sapevo scrivere tutte le parole e che la maestra non ci ha creduto, che mi ha fatto ripetere il dettato e che io per non farmi strillare ancora, ho sbagliato apposta qualche parola, ma che quella si è arrabbiata ancora di più.
Lei inizia a dire:
«Ma tu dovevi scr…». Poi però si zittisce, mi trascina verso di sé e mi abbraccia forte. Quando mi lascia, la guardo in faccia. Dagli occhi escono delle lagrime, ma il viso è radioso, sorridente. Forse sono riuscito ugualmente a dargli un altro poco di felicità.

Marco Di Mico

 

Copertina libroA conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

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