REALIZZARE IL “BENE COMUNE”

Essere cittadini è un grande onore ma anche una grande responsabilità. Spesso ci lamentiamo dei politici, di quanto siano inadeguati i nostri governanti e di come il Paese non funzioni. Tutte cose vere, sacrosante, ma cosa facciamo veramente per sanare queste situazioni?

 

 

È evidente che se lasciamo tutto com’è, non ci sarà nessun miglioramento. Dobbiamo impegnarci in prima persona. Dobbiamo essere noi il cambiamento. Cominciamo con il dedicare tempo, passione e intelligenza per migliorare i luoghi dove viviamo. Lo so, non è facile, perché non vogliamo essere come quei politici che disprezziamo. Abbiamo vergogna, timore di “sporcarci”. Però spetta a noi iniziare una nuova fase, una rinascita veramente democratica che partendo dal basso ricrei il concetto stesso di politica.

Il rinnovamento deve iniziare dalle cose concrete. Dalla realtà che ci circonda, dai nostri Municipi, dalla nostra città; per poi diventare un’onda lunga che rimoduli completamente la politica nazionale ormai bloccata in sterili contrapposizioni.

La nostra democrazia si limita ad un segno apposto su una scheda. E, invece, dovrebbe essere partecipazione, condivisione di obiettivi, controllo costante della cosa pubblica. Prendiamo il coraggio di decidere in prima persona, di stabilire liberamente che cosa è meglio per noi. Non possiamo continuare a delegare chi ci ha sempre delusi.

Solo noi possiamo veramente realizzare il “Bene Comune”, perché nessuno può tutelare i nostri interessi meglio di noi stessi.

A Roma è nata Revoluzione Civica proprio per realizzare questa sogno.

Marco Di Mico

https://revoluzionecivica.it/chi-siamo/
https://www.facebook.com/REvoluzioneCivica

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PRENDIAMOCI LA POLITICA E LA LIBERTA’. INVERTIAMO LA ROTTA

DESTRA, SINISTRA, O REVOLUZIONE CIVICA?

PRENDIAMOCI LA POLITICA E LA LIBERTA’. INVERTIAMO LA ROTTA

I portiti politici sono dei Panzer che procedono spediti sulla loro strada. Niente può fargli cambiare rotta se non una bordata sparata da un altro partito-carro armato. In questo contesto i cittadini possono schierarsi dietro uno oppure l’altro mezzo corazzato ma non possono certo modificarne la traiettoria. E allora qual è il nostro ruolo? Quello di votare il partito che reputiamo il meno peggio. Tutto qui.
Ma dei nostri bisogni, dei nostri interessi, delle nostre reali necessità chi se ne occupa? C’è un iato incolmabile tra gli elettori e i politici e questo deve finire. Non ci sarà mai vera democrazia e la sovranità non apparterrà mai al popolo finché i cittadini non potranno indirizzare la politica del Paese in modo attivo. Senza il benestare o l’appoggio di un “potente” nessuna idea popolare potrà realizzarsi. È giunto il momento di invertire la rotta. Perché è ormai evidente che la classe politica molto spesso è meno istruita, meno preparata e meno capace di chi vota. Non ho menzionato la parola onestà perché quella dovrebbe essere sinonimo nel termine politico.

Bisogna, però, che i cittadini si impegnino per cambiare le cose, che credano nella possibilità di creare una politica che venga dal basso, che si alleino e che si ascoltino vicendevolmente. Per questo è importante il ruolo delle liste civiche. A Roma Revoluzione Civica nasce dall’esperienza del VII Municipio e del suo Presidente Monica Lozzi (https://revoluzionecivica.it/chi-siamo/ https://www.facebook.com/REvoluzioneCivica) ma il suo intento è quello di esportare anche a livello nazionale un modello di partecipazione e di collaborazione fra cittadini che si è dimostrato estremamente efficace.

Ripartire dal basso è possibile.

Marco Di Mico

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Italia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo


Commissione-europeaItalia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo . Presto nuove elezioni sotto la sorveglianza di osservatori inviati da Bruxelles.  

Incredibile: dopo una settimana di intense discussioni, la Commissione Europea su indicazione del Consiglio Europeo e con l’avallo del Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere e mandato a casa la Presidenza del Consiglio italiana. Di fatto l’Italia è stata commissariata.
Nella nota appena trasmessa da Bruxelles, si legge che: “dopo un’estenuante discussione nella quale sono state soppesate tutte le possibili conseguenze, questo organo delibera il commissariamento dell’Italia per gravi infiltrazioni mafiose e clientelari“. Nel documento appena trasmesso, si esprime la piena convinzione che nessun’altra strada era percorribile, vista la natura della classe politica italiana e dei partiti. La commistione dei partiti con il malaffare è in Italia talmente elevata e ramificata da non rendere possibile nessun altro provvedimento.
Molto negativa appare anche l’opinione che l’Europa ha dei cittadini italiani. A conclusione della nota, infatti si legge: “Scarsissima è la fiducia di questo organo collegiale nella capacità dei cittadini italiani di uscire da soli dall’incresciosa situazione presente oggi in Italia. Del resto citando lo scrittore inglese George Orwell possiamo tranquillamente affermare che Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima: È COMPLICE.

Naturalmente quanto letto finora è solo un’invenzione, ma anche una speranza.

 

Strage al tribunale di Milano

tribunale-di-milano2Tutti, media, politici, forze dell’ordine, magistratura, si preoccupano per capire COME sia avvenuta una strage nel tribunale di Milano. Invece, la domanda da farsi sarebbe PERCHE’ un uomo normale ha ucciso senza esitazione tre persone. L’assassino era coinvolto nel crack Eutelia-Agile a causa del quale 2000 famiglie sono state gettate sul lastrico con costi sociali-familiari-psicologici drammatici. Era anche lui una vittima “messa in mezzo” da qualcuno? Oppure aveva solo dei risentimenti personali? La verità interessa qualcuno, oppure conta solo proteggere giudici, avvocati e quant’altro all’interno del tribunale? In fin dei conti non è un problema di sicurezza, perché le vittime potevano essere tranquillamente uccise davanti le loro case o all’uscita dal lavoro. Anzi, in questo caso il colpevole avrebbe avuto più possibilità di farla franca.

Bisogna che la magistratura e le forze dell’ordine indaghino per comprendere i veri motivi di quel gesto scellerato e disperato e che i media non si limitino a un ruolo di altoparlante della verità ufficiale, ma ne ricerchino e propongano una loro.

Per farsi un’idea su quello che ha significato il crack Eutelia-Agile, leggetevi “La vicenda di un lavoratore bastardo”, di Marco Di Mico che, anche se romanzati, racconta proprio quei fatti.

 

Copertina libroDi seguito il link per l’e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

e quello per la versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

 

Marino rinucia alla zona a luci rosse

Marino cambia idea sulle zona a luci rosse dell'Eur

Marino cambia idea sulle zona a luci rosse dell’Eur

Et voilà, Marino e i suoi hanno fatto dietrofront. Dopo il colloquio avuto con il commissario del Pd Matteo Orfini e dopo che il prefetto di Roma aveva definito l’idea «fuorilegge in quanto si sarebbe profilato il reato di favoreggiamento» il sindaco di Roma ha rinunciato all’insano proposito. Noi di “dovevailpaese” non avevamo dubbi sull’insensatezza di questo progetto. Pertanto il ripensamento del Campidoglio non può che farci piacere e confermare la convinzione che le nostre idee sono quelle giuste.

La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Charlie Hebdo, Parigi e il mondo contro il terrorismo

manifestazione1In concomitanza con la manifestazione di Parigi e per ricordare le vittime del terrorismo, pubblichiamo una riflessione su quei fatti e sulla riscoperta dei nostri valori.

 

C’era una volta un Occidente morente, disgregato, vecchio, obsoleto, decadente. Distrutto da due guerre mondiali, diviso nella religione, frantumato dall’individualismo estremo, separato dall’ideologia, spaccato dalla visione economica, ansimante per la crisi e per la concorrenza dei paesi emergenti. I problemi e le difficoltà nazionali lo stavano portando verso il suo dissolvimento definitivo. L’idea stessa di Occidente stava perdendo il suo significato. Poi arrivarono i fatti estremi di Parigi ed ecco che in un istante i cittadini di quel vecchio mondo disilluso e depresso ritrovarono il coraggio e l’orgoglio. Rialzarono la testa e videro che il mondo aveva bisogno di loro. Così’ scesero nelle strade e nelle piazze per ricordare a tutto e a tutti, anche a sé stessi, che custodivano qualcosa di unico, di grande. Che nei loro cuori e nelle loro menti c’era la più grande conquista dell’umanità: la Libertà.

L’Occidente, che fino a quel momento era confuso, ha così ritrovato la sua identità. Ha capito che nonostante tutto è unito dal proprio patrimonio culturale e dalla consapevolezza di voler sempre difendere la libertà dell’uomo e delle sue idee, anche quando sono contrarie alle proprie. È questo amore, questo rispetto per l’uomo e per ogni sua espressione che ci unisce e caratterizza. Questo è quello che ci contraddistingue e che abbiamo ricevuto in dono dalla storia dell’umanità. È un filo che lega Ellenismo, Cristianesimo, Umanesimo e Illuminismo e che ha condotto l’uomo al centro del mondo, anzi della stessa Creazione. Durante questo lungo processo, l’essere umano, grazie alla Ragione, si è sempre più elevato, fino a divenire il punto più alto del Creato.
Per noi è ormai intollerabile pensare all’odio razziale, religioso, ideologico.
Non abbiamo più paura delle idee che volano come colombe, perché abbiamo capito che per poter dare il loro massimo frutto e farci progredire, devono essere libere di propagarsi e confrontarsi, sarà la loro bontà a farle imporre, non la violenza. È in questa consapevolezza che nasce la nostra tolleranza a volte esagerata, il nostro amore per la libertà di opinione e di espressione, la nostra fiducia nel futuro e nel progresso.
È per questa nostra specificità di Occidentali che ci stringiamo attorno a Charlie Hebdo e a tutte le vittime del terrorismo, e che marciamo fieri di essere cittadini liberi di un mondo libero. Perché per noi è assolutamente inaccettabile che la violenza tenti di sopprimere le idee e perché la parola più bella che conosciamo è una sola: LIBERTA’.

 

Marco Di Mico

Primo racconto: IL DETTATO.

aula

Ecco a voi il primo racconto della nuova iniziativa di “DOVEVAILPAESE”.
Ringraziamo Marco Di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore bastardo”, per aver deciso di intraprendere con noi questo suo nuovo progetto artistico ed editoriale.

Buona lettura

IL DETTATO

Ho sette anni, un grembiulino blu con il colletto di plastica rigida e un fiocco bianco fatto da mamma con mille attenzioni. È il 1969, faccio la seconda elementare e tutti i giorni vado in giro vestito così. Non sono una cima, ma neanche una capra. Vivacchio, a scuola come a casa. Non brillo. Non ho entusiasmi particolari o aspirazioni. Sono nato, tutto qui. Faccio quello che mi dicono senza passione, per obbligo. A molti la maestra dice che sono intelligenti, ma che non si applicano. A me non dice niente. Ho paura a pensarlo, ma credo di non essere intelligente. Eppure dentro di me sento che c’è qualcosa. Solo che non so cosa. Non ho idee o sogni. Aspetto.
Mio padre è operaio e mi vuole un gran bene. Forse troppo. Mia madre fa la sarta e lavora a casa. Anche lei mi vuole molto bene, ma spesso è triste. Una volta gli ho domandato se fosse felice. Lei mi ha guardato e si è messa a piangere. Poi mi ha abbracciato e ha detto di essere felicissima di avere un bambino come me. Da allora mi guarda in maniera differente. Come se da me si aspettasse qualcosa che io, però, non so. Mi piacerebbe che i suoi occhi ridessero di più. Solo che non so come fare. Ho sette anni e molte cose dei grandi non riesco a capirle. Sono solo un bambino e neanche tanto studioso. Le cose di scuola, comunque, le capisco, ma mi sembra sempre di non saperle e che gli altri, quelli che gridano e che in classe pensano solo a muoversi e a vantarsi, siano più bravi di me. Oggi abbiamo il dettato e mi sento abbastanza preparato. Se riesco a farlo bene e a prendere un bel voto, magari a mamma si accendono un poco gli occhi e fa un bel sorriso.
Ho paura a pensare di aver capito qualcosa e di alzare la mano, perché poi se mi sbaglio, faccio una figuraccia e dopo mi metto a piangere e questo è anche peggio. Si perché ho anche questo problema: piango facilmente. Sai quanto ci provo a trattenere le lagrime, a pensare ad altro, a ricacciarle via. Però è più forte di tutti i miei sforzi. Mi sembra di avere il pianto sempre pronto. Mi basta una sgridata, un’osservazione, una figuraccia o una presa in giro e quelle cavolo di gocce salate mi scendono giù per il viso, fino alla bocca.
La mia classe fa schifo. È grigia, sporca, trascurata. I banchi sono di legno scuro, rigati dalla tristezza, dalla paura e dalla noia di chi li ha utilizzati prima di noi. Devono essere molto vecchi, perché hanno ancora il buco per il calamaio e al posto della sedia, hanno un sedile unito al resto del banco. I miei compagni sono anche peggio. Per metà sono quelli che noi chiamiamo i “baraccati”. A dire il vero sono loro stessi che ci hanno detto di chiamarsi così. Ci hanno spiegato di aver lasciato le baracche dove vivevano e di aver occupato un palazzo proprio vicino alla scuola. Sono molto contenti di abitare dentro una casa. Io in parte li capisco, perché anche mia madre mi ha raccontato che quando abbiamo lasciato la casa di Trastevere, che era vecchia e aveva il bagno sul balconcino, e siamo venuti a vivere dove abitiamo adesso, che è una casa vera, dalla gioia si è messa a piangere. A me i “baraccati” sono simpatici perché quando li vedo, penso sempre alla mamma e a quella volta che è stata così felice da piangere. Però un po’ mi rattristano, perché non sanno niente, urlano, fanno i dispetti e sembrano quasi orgogliosi di comportarsi male. Una volta la maestra ne ha interrogato uno che non ha aperto bocca. Allora ha cominciato a fargli delle domande sempre più facili, ma quello rimaneva zitto e muto, con lo sguardo lontano, oltre la finestra. Alla fine, la maestra gli ha chiesto: «Ti piace il calcio?».
«Si» ha risposto quello con gli occhi che erano tornati in classe.
«E di che squadra sei?»
«Della Roma.»
«Bene e lo sai in quanti si gioca la partita?»
«No» risponde quello abbassando lo sguardo.
Allora la maestra ha domandato alla classe:
«E voi lo sapete?»
Qualcuno ha alzato la mano e ha urlato “otto”, “tredici”, “quindici”. Io lo sapevo che si gioca in undici per squadra e che si possono fare al massimo tre cambi durante la partita. Ma non ho risposto. Un po’ perché avevo paura a parlare e un po’ perché non mi sembrava giusto. Io sono avvantaggiato. Mio padre tutte le domeniche che la Roma gioca in casa mi porta allo stadio, in curva sud, e quindi io del calcio so quasi tutto. Conosco anche le canzoni, i cori e le parolacce che si urlano all’arbitro. Papà tutti i pomeriggi, appena stacca dal lavoro, mi porta al cinema parrocchiale a vedere un film Western. Anche dei film so quasi tutto. Mi basta vedere le scene iniziali e già m’immagino il resto. Chi sono i buoni e come va a finire. Però non mi annoio perché lo guardo con tanta attenzione per vedere se ho ragione. A volte i cattivi non sono tanto cattivi, però alla fine muoiono comunque. Altre volte mio padre mi porta a vedere i monumenti. Roma è piena di monumenti, di fontane, di palazzi e di strade che a Natale sono tutte illuminate e piene di gente. A piazza Navona mi ha fatto vedere anche Babbo Natale e la Befana. Secondo me sono fidanzati, però Babbo Natale se la poteva scegliere meglio. Alle volte, indica dei posti e mi dice che sono “da ricchi, da gente che ha studiato”. Altre volte cerca di spiegarmi qualcosa. Però non è mai tanto chiaro. Non finisce le frasi e la sua voce si spegne piano piano. D’altronde non credo che conosca molte cose. Non è ricco e non ha neanche studiato. A sei anni già lavorava e poi alla scuola serale ha fatto fino alla seconda elementare. Secondo me anche lui sa che c’è qualcosa in più, ma non sa bene cosa e gli piacerebbe che sia io a scoprirla.
Sta per iniziare il dettato. Io sono tranquillo perché la stranezza della parola “acqua” l’ho capita bene. Sto zitto come sempre e aspetto. La maestra inizia. La prima parola è proprio acqua. Poi seguono tutte le altre. Comunque è facile perché in tutte le parole che la maestra pronuncia c’è la parola “acqua”. Scrivo bene “acquazzone”, “acquario”, “acquarello” e tutte le altre di questo tipo. Alla fine la maestra ne pronuncia una a tranello. Dice: “Negozio”. Io so che si scrive con una “z” sola. C’è una regola apposta per questo tipo di parole. Consegno il compito sereno, fiducioso. Devo prendere un voto alto per far fare un bel sorriso a mamma. La maestra li corregge velocemente. Quelli che hanno preso un voto buono sono pochi. Questa volta faccio una bella figura. Quando tocca al mio, la maestra lo legge veloce e io vedo che non corregge niente. Bene. Poi mi chiama e mi dice di andare vicino a lei. Mi avvicino e penso che vuole congratularsi con me.
«Questo è il tuo dettato?» dice con una faccia per niente contenta.
«Si» faccio io.
«A chi hai copiato?» mi urla in faccia all’improvviso con un espressione che mette paura.
Io scoppio a piangere e gli dico, fra un singhiozzo e una tirata di naso che non ho copiato, che era facile e che l’ho fatto da solo.
Lei si arrabbia ancora di più. La sua voce diventa ancora più sgradevole e la classe si gela. Stanno tutti fermi e muti. La maestra punta il dito e mi dice che non sopporta i bugiardi e che se gli confesso che ho copiato non mi fa niente. Io però non posso confessare quello che non ho fatto. Quindi, sempre piangendo, gli confermo che non ho copiato. Lei urla che non sono all’altezza di scrivere così bene e che per dimostrarmelo mi farà ripetere il dettato.
«A te da solooooo…» strilla, mentre sbatte forte il registro sulla cattedra.
Io rivado al posto con gli occhi di tutta la classe puntati addosso. Continuo a piangere, ma prendo la penna e apro il quaderno.
La maestra inizia a dettare le parole. Sono le stesse di prima e io le so tutte. Ad un certo punto, penso che se le scrivo ancora tutte bene lei si arrabbierà anche di più. Mi viene il terrore che possa mandarmi in una classe differenziale. Allora per farla contenta, sbaglio apposta qualche parola. Così non perderà la sfida contro di me. Voglio dargli soddisfazione e, soprattutto, non voglio che mi urli di nuovo in quel modo.
Mentre scrivo, sono abbastanza soddisfatto di questa soluzione.
Il dettato finisce presto. La maestra mi richiama alla cattedra. Mi alzo e le porgo il quaderno. Tutti i bambini stanno con il fiato sospeso. Non sono mai stati così silenziosi. Anche i “baraccati” sono muti come pesci.
La maestra inizia a leggere e subito dopo fa un sorriso. Io mi rilasso. Invece lei inizia ad urlare di nuovo:
«Hai visto».
«Hai sbagliato.»
«Mi volevi prendere in giro.»
«Non ci provare mai più altrimenti ti faccio vedere io. Io li conosco quelli come voi.»
Alla fine tira il quaderno verso il mio banco.
Capisco che devo tornare al posto.
Esco. Mamma mi aspetta in prima fila. Vede subito che ho gli occhi gonfi di pianto.
«Che hai fatto? Ti hanno menato i “baraccati”?».
«No mamma. Andiamo. Ti racconto tutto a casa.»
A casa mamma mi prende con le buone, ma è irremovibile. Devo raccontargli tutto.
E io comincio a parlare e a piangere. Gli spiego che sapevo scrivere tutte le parole e che la maestra non ci ha creduto, che mi ha fatto ripetere il dettato e che io per non farmi strillare ancora, ho sbagliato apposta qualche parola, ma che quella si è arrabbiata ancora di più.
Lei inizia a dire:
«Ma tu dovevi scr…». Poi però si zittisce, mi trascina verso di sé e mi abbraccia forte. Quando mi lascia, la guardo in faccia. Dagli occhi escono delle lagrime, ma il viso è radioso, sorridente. Forse sono riuscito ugualmente a dargli un altro poco di felicità.

Marco Di Mico

 

Copertina libroA conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico

JUVENTUS ROMA 05 OTTOBRE 2014

Ringraziamo ancora una volta Marco Di Mico per questo suo intervento calcistico-politico-antropologico-sociale.

Voglio ringraziare la Juventus per questa splendida vittoria sulla Roma. Una vittoria commovente, sincera, schietta, pura. Una vittoria che trascende il semplice risultato sportivo per divenire il modello, la bandiera di questa Italia degradata, corrotta, disonesta, ossequiosa, viscida, flaccida. Di questa Italia dove non serve essere preparati, ma è indispensabile venire raccomandati, di quest’Italia dove non è importante studiare e lavorare sodo, ma trovare la conoscenza giusta. Di quest’Italia di piagnoni, furbi e ruffiani, dove il successo e il riconoscimento sociale si comprano un tanto al chilo. Di questa Italia senza dignità, senza morale, senza giustizia, dove il disonesto viene osannato e la vittima lapidata. Di quest’Italia capovolta, dove non funziona niente e che pretende di ammodernarsi calpestando gli ultimi, i deboli, gli inermi. Di quest’Italia appecoronata, senza pudore, davanti a qualunque forma di potere, anzi di prepotenza. Ho visto dei giocatori con la maglia a strisce bianche e nere alzare le braccia verso il cielo con il volto implorante per richiedere una grazia a qualche santo venerato a Regina Coeli, all’Ucciardone, a Poggioreale, a san Vittore. E ho visto la lunga mano di questi uomini d’onore calare sulla Terra per esaudire quella richiesta. Con una naturalezza tutta divina, hanno stravolto gli eventi, modificato la realtà, le leggi, la morale. Hanno premiato chi non merita e punito il giusto. E poi, ho visto quegli stessi giocatori esultare per la gioia di essere i preferiti da quegli uomini di potere, di comando.
Per questo volevo ancora una volta esprimere il mio più sentito ringraziamento alla squadra e alla dirigenza della Juventus per essersi assunta l’onere di rappresentarci nel mondo con una sincerità, un’onestà assolutamente vera, trasparente, forse brutale.

https://www.facebook.com/#!/marco.dimico.1

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

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LA NUOVA LOTTA DI CLASSE. UNA GUERRA PERSA

In Italia i disoccupati sono 3.254.000. Nel 2007 erano (sembra incredibile) 1.401.000. In soli 6 anni abbiamo perso circa 1.800.000 posti di lavoro. Il nostro Pil è sceso di un altro 1,8%. E il debito pubblico ha continuato a crescere toccando, a ottobre 2013, la quota record di 2.085.321 miliardi. Anche il rapporto debito/Pil è peggiorato nel corso del 2013 raggiungendo quota 133,3%.

Insomma, potremmo definire la situazione economica italiana veramente drammatica. Eppure, nonostante questo quadro desolante il nostro Spread è diminuito in maniera clamorosa. Mentre scrivo, è intorno quota 200. Il 9 novembre 2011 era 574. Quindi, nonostante la nostra economia sia peggiorata, il debito pubblico italiano è diventato incredibilmente più affidabile.

Ma perché mentre tutto va male, gli investitori nazionali e internazionali reputano lo Stato italiano più solvibile?

Perché gli investitori non si preoccupano delle sorti del Paese nel quale investono, ma solo dei propri soldi. La discesa dello Spread dimostra che in Italia sono state compiute quelle riforme che mettono al sicuro i guadagni degli speculatori internazionali. L’aumento delle tasse, la riduzione della spesa sociale, la precarizzazione del lavoro, la riforma delle pensioni, sono i provvedimenti con cui si garantisce lo spostamento della ricchezza dal popolo alla finanza internazionale. In sostanza il nostro Stato ha deciso di togliere sicurezza e benessere a noi cittadini per garantire i guadagni di chi gli presta i soldi (banche comprese). La nostra miseria è la loro garanzia.

In tutto questo quadro, la “crisi economica” non centra assolutamente niente. Anzi la famigerata crisi esiste solo per noi che non facciamo parte dell’Élite finanziaria. Sono solo il lavoro e l’occupazione a essere in crisi. Infatti, le borse di tutto il mondo hanno avuto un 2013 fantastico, strepitoso, spettacolare: Tokio + 56,72, New York + 37,52, Francoforte + 25,48, Madrid + 21,52, Parigi + 17,61, Milano + 16,56, Londra + 14,30.

Una colossale riorganizzazione politica, economica e sociale ai danni delle classi meno abbienti (una vera e propria lotta di classe), ha portato a questa netta divisione: da un lato i super ricchi sempre più ricchi e dall’altro i normali cittadini sempre più in difficoltà.

È stata una guerra fra finanza e lavoro, persa senza neanche rendercene conto. D’altronde non avremmo mai potuto vincerla, perché le nostre forze armate, ossia i politici da noi votati ed eletti, erano in combutta con il nostro nemico. Anzi erano il loro esercito di mercenari.

Una discriminazione inaccettabile

La redazione di DOVEVAILPAESE pubblica la lettera di una lavoratrice del commercio e si affianca a tutti i lavoratori di quel settore.

“Scrivo questa lettera con arti tremanti, dolori muscolari, iperestesia, laringospasmo, idrofobia, aggressività e irascibilità. Ossia con i sintomi della “rabbia”. Sono rabbiosa perché sto verificando che i lavoratori non sono tutti uguali agli occhi dei nostri politici. Infatti, noi lavoratori del commercio siamo stati ridotti in schiavitù senza che nessun partito dicesse una sola parola per difenderci. Liberalizzando il nostro settore ci hanno tolto le domeniche e tutte le altre feste consacrate e con esse la possibilità di stare con la famiglia e di accudire i nostri figli. Praticamente i negozi devono essere sempre aperti, sempre a disposizione degli utenti. La legge permetterebbe anche le aperture notturne. Però nessuno ha pensato di introdurre norme per verificare se il personale sia sufficiente a un simile ritmo, se i diritti dei lavoratori sono rispettati, se un minimo di dignità è garantito.

Noi commessi siamo carne da macello che deve lavorare senza riposi e garanzie. I nostri politici super pagati, scortati, faziosi e inconcludenti ci hanno tolto la libertà e la possibilità di essere cittadini come gli altri solo per illudere l’opinione pubblica, per fargli credere che si stanno occupando del rilancio della nostra sgangherata economia sottosviluppata e in declino. Invece di trovare risorse, magari togliendosi un po’ degli infiniti e anacronistici privilegi di cui godono immeritatamente, per sostenere la domanda aggregata e l’occupazione, loro aprono i negozi, come se questo potesse far spendere alla gente i soldi che non possiede.

La spesa aggregata non dipende dalle ore di apertura al pubblico, ma dalla ricchezza di cui si dispone e dalle previsioni che si hanno per il futuro. Altrimenti basterebbe tenere aperti i negozi – baracca degli Stati più poveri del mondo per risolvere i problemi della povertà, della fame e della malnutrizione che affliggono molte aree geografiche del nostro Pianeta.
Questo è quanto riesce a fare la nostra classe politica. Che incapace di risolvere i problemi del Paese, cerca di non perdere le simpatie degli elettori dando panem et circenses.

Chiosa finale per una riflessione bonaria.
Art. 3 della Costituzione Italiana:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La nostra Repubblica sta veramente rimuovendo gli ostacoli che limitano l’eguaglianza dei cittadini?”

Lettera firmata

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

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La vittoria debole

logo_300Se ancora ci fosse lo scontro Comunismo – Capitalismo, sicuramente, oltrecortina griderebbero vittoria. Il Capitalismo, infatti, sembra stia implodendo sotto il peso del Mercato e della Finanza, ossia delle cose che dovrebbero promuoverlo e farlo crescere.

Il crollo del Comunismo ha dimostrato che l’economia non può essere interamente pianificata e che per mantenere efficienza e produttività elevate ha bisogno del prezzo e della concorrenza. Altrettanto chiaramente le nostre difficoltà stanno evidenziando l’incapacità del Capitalismo di fare a meno dell’intervento dello Stato nella formazione della domanda globale, nella tutela del lavoro e, soprattutto, sono la prova di come la preponderanza della Finanza stia distruggendo l’economia reale.

Dopo la caduta del Comunismo, l’Occidente ha confidato ciecamente nel libero Mercato e nell’onnipotenza della Finanza. Seguendo queste strade, però, in pochi anni le nostre economie sono diventate più deboli, e meno competitive. Dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto tre gravi crisi finanziarie:

1)   Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998).

2)   La Bolla di Internet (2000). Cui ha fatto seguito la crisi economica del 2001.

3)   Il crack dei mutui subprime (2007). Da cui è scaturita la crisi che stiamo vivendo e che sta mettendo a repentaglio la solidità di interi paesi, dell’euro e forse della stessa Europa.

Durante queste crisi gli Stati hanno speso ingenti somme per sostenere gli istituti finanziari. In special modo per l’ultima si stanno investendo cifre da capogiro. Si salvano le banche, si comprano i titoli di stato dei Paesi in difficoltà e si fa di tutto per far tornare a crescere l’indice borsistico. Come se il benessere dei cittadini dipendesse, veramente, dai numeri degli indici azionari.  Nonostante tutto questo esborso di denaro pubblico, però, le condizioni di vita stanno lentamente peggiorando. Le tasse aumentano, i giovani non trovano lavoro, e se lo trovano si tratta di lavoro precario, la disoccupazione cresce, la fiducia nel futuro diminuisce l’economia rallenta ed è sempre sull’orlo della recessione. Dati i risultati, è evidente che questi soldi sono spesi male. Bisognerebbe spenderli per rilanciare l’economia reale, per aiutare chi produce, chi commercia, chi assume. Non si possono sperperare i soldi della collettività per dare valore a dei titoli virtuali, che magari racchiudono altri titoli altrettanto virtuali.

Il nostro Paese, ma più in generale il mondo intero, ha bisogno di crescita economica reale, fatta di fabbriche che producono e assumono, di beni tangibili, di lavoro regolare e tutelato. Abbiamo bisogno di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, e non di indici che salgono. Ora gli Stati, invece di sostenere il lavoro, sostengono la Finanza. Viene garantita la ricchezza di pochi invece che il benessere di molti.

Il mondo è vittima di un sistema che non riesce più a controllare. Secondo i dati riportati da Luciano Gallino (in “Finanzcapitalismo”, Einaudi) trenta anni fa, le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Questo nei mercati ufficiali che sono controllati. Nei mercati diciamo liberi, dove, di fatto, non ci sono né effettivi controlli, né vere garanzie, e denominati “over the counter”, sempre nel 2007 l’ammontare di questi derivati era stimato pari a 12,6 volte il PIL del mondo. E ora, vista la facilità con cui vengono salvate le banche compromesse con questi prodotti finanziari, sarà ulteriormente aumentato.

Il sistema finanziario mondiale si è trasformato da strumento dell’economia reale a suo padrone. Le risorse disponibili sono tutte destinate a garantire questo ammasso di titoli che racchiudono solo altri titoli e che sono completamente slegati da ogni garanzia reale. Oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con attività economiche reali materiali e immateriali. L’Unione Europea e gli USA, assieme a tutti gli altri Paesi, dovrebbero passare dalle azioni puramente difensive come il fondo salvastati, gli Eurobond e il salvataggio delle banche troppo esposte con i titoli spazzature ad una fase offensiva. Di forte contrasto alla speculazione.

La Tobin tax potrebbe andare in questa direzione, sfatando il mito della incontrollabilità dei movimenti finanziari. Questa tassazione, proposta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni per stabilizzarle (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale. L’Idea principale è che la modica tassazione peserebbe sulla speculazione, perché effettua molte operazioni, mentre non danneggerebbe gli investimenti tradizionali che sono praticamente statici. L’Europa si è decisa ad adottarla, ma con molta riluttanza e, solo dal 2014. Forse non sarà completamente sufficiente, ma è già un inizio.

E’ necessario ritornare ad occuparci di economia, di crescita e di lavoro. Sia per un senso di giustizia, sia perché la stabilità sociale del mondo comincia a vacillare.

 

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
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Economia italiana. Dove stiamo andando?

logo_300Che cosa rimarrà del nostro sistema produttivo? Forse niente di niente. Fra le aziende che chiudono, quelle che delocalizzano e quelle che sono vendute ai grandi gruppi stranieri, stiamo diventando un deserto industriale. La situazione, nonostante la sua drammaticità, sembra non preoccupare. Il nostro tessuto produttivo si affievolisce sempre di più e noi stiamo perdendo posti di lavoro, conoscenze, ricchezza. In Italia non esiste più la grande industria chimica (nonostante che nel 1963 Giulio Natta vinse il premio Nobel per la chimica), né quella siderurgica, né quella informatica (Olivetti è ormai scomparsa), né quella degli elettrodomestici (Indesit e Merloni non ci sono più).

Molte aziende pur esistendo hanno delocalizzato:

Fiat ha stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Geox ha delocalizzato in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
Dainese ha stabilimenti in Turchia.
Bialetti produce in Cina.
Rossignol ha portato la produzione in Romania.
Omsa produce in Serbia.
Benetton ha stabilimenti in Croazia.
Calzedonia ha delocalizzato in Bulgaria.
Stefanel ha preferito la Croazia.

Poi ci sono le aziende che non sono più italiane.
Bulgari appartiene al colosso francese Louis Vuitton Moet Hennesy (Lvmh).
Emilio Pucci, nel 2000, anche questo marchio è passato sotto il controllo di Lvmh.
Ferré, a inizio febbraio 2011, è stato ceduto al Paris group di Dubai.
Fendi, nel 1999 il marchio fondato dalle cinque sorelle romane, è stata venduta a Lvmh di Bernard Arnault.
Gucci e Bottega Veneta appartengono al gruppo francese Ppr (Pinault -Printemps -Redout).
Valentino è passato qualche anno fa dal gruppo Marzotto al fondo di private equity Permira Holdings Limited (Phl), con base a Guernsey, nelle isole del canale britannico.
Prada, a gennaio 2011, si è quotata alla Borsa di Hong Kong.
Ducati è stata acquistata da Audi.
Bnl è stata acquistata da BNP Paribas.
Cariparma è diventata Crédit Agricole.

Tutto questo, porta verso una dequalificazione del nostro capitale umano. Senza la grande impresa è difficile che si riesca a fare ricerca, innovazione, sviluppo e ad investire in formazione.

Se poi consideriamo che il nostro Paese ha pochi laureati e diplomati, e che è altissimo l’abbandono scolastico, la situazione appare ancora più drammatica. Il nostro spread con la Germania non è preoccupante solo per quanto riguarda i titoli di stato. Nell’istruzione la situazione è ancora più inquietante. In Italia (dati 2009) solo il 15% delle persone tra i 25 e i 64 anni è laureata, contro il 26% della Germania. Mentre i diplomati sono poco meno del 40% contro il 59%. Le persone che hanno completato solo la scuola dell’obbligo sono quasi il 46 per cento in Italia contro il 15% della Germania.

Anche a prescindere dalla recessione attuale, dalle misure prese dal governo Monti, dalla rigidità della Merkel, dallo spread, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, da ogni altro fattore che si è sviluppato dal 2008 ad oggi, la realtà è che l’Italia sta diventando un Paese periferico, marginale, subalterno. Bisogna uscire dalla crisi, ma è indispensabile ricostruire una politica industriale e educativa che ci riporti verso un nuovo Rinascimento. In fin dei conti siamo sempre “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Speriamo che basti.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

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 E qui quella cartacea

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L’Infinita crisi italiana

6fa29408d86ce37a7b0c481127fe02c1_353157Pil in ulteriore calo dell’1,8% e disoccupazione che nel 2014 continuerà a crescere. L’Italia non trova la strada per risollevarsi. L’altra grande crisi economica che ha colpito l’occidente moderno e industrializzato fu quella verificatasi dopo il crack del 1929. La soluzione arrivò quando lo Stato iniziò a spendere per sostenere lo sforzo americano nella Seconda Guerra Mondiale. Il premio Nobel per l’economia, Peter North: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale». Finita la guerra erano pronte le teorie di Keynes e gli Stati continuarono a spendere per sostenere la domanda aggregata con lo scopo di avvicinarsi alla piena occupazione.

L’Italia realizzò un vasto programma di opere pubbliche: edilizia popolare, scuole, università, ospedali, opere idrauliche, marittime ecc… Nel 1956 iniziano anche i lavori per l’autostrada del sole. E, in effetti, il nostro Paese crebbe talmente che si parlò di Boom economico. Gli incrementi salariali della fine degli anni 60, la prima crisi petrolifera (1973), la continua crescita delle spese per il welfare, però, cominciarono a incrinare questo modello di sviluppo. Iniziò la stagflazione: una miscela di stagnazione e inflazione (quest’ultima raggiunse nel 1976 il 20,90% e nel 1980 era ancora il 18,30%). Quando durante gli anni Ottanta apparve evidente che era impossibile continuare con il keynesismo era già pronta una nuova dottrina economica.

Fu il trionfo del monetarismo di Milton Friedman con la sua deregulation e la rivincita del mercato. Ora, che a causa delle grandi difficoltà dell’economia occidentale, anche questo modello sta tramontando, non ce n’è un altro pronto a sostituirlo. La crisi ci ha portato al punto di partenza. Disoccupazione elevata e consumi in calo. Solo che ora, per la stessa malattia, non possiamo adoperare la stessa cura. Un ritorno al Keynesismo è impensabile. La paura della crescita del debito pubblico e del giudizio dei mercati è troppo grande. Quindi, per adesso, rimaniamo immobili, ricercando nell’attuale sistema liberista una soluzione che non c’è. Anche se è evidente che il concetto neoclassico di equilibrio, secondo il quale nel lungo periodo capitale, lavoro, redditi, produzione e prezzi si distribuiscono perfettamente, è fallito.

In questi anni di mercato e liberismo la distribuzione del reddito nazionale ha favorito la rendita, piuttosto che il lavoro. «Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito; nel 1972 era il 59,2%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti». Così Geminello Alvi nel 2006 (Una Repubblica fondata sulle rendite). Il problema dell’Italia, ma di quasi tutto l’occidente, è che senza una rilevante spesa dello Stato non riusciamo ad avere una domanda aggregata tale da far ripartire la crescita e l’occupazione. La parola d’ordine, però, è controllo del debito pubblico. Per risolvere il problema si è cercato di far indebitare i privati anziché gli Stati. I mutui sub prime, il credito a tasso zero e le carte revolving sono proprio il tentativo di incrementare la domanda attraverso il debito privato.

In attesa di trovare la nuova dottrina economica da seguire, dovremmo perlomeno rivalorizzare il lavoro, aumentare i salari e contrastare la rendita. «I salari troppo bassi riducono il reddito disponibile delle giovani coppie, penalizzando i consumi e ritardando la ripresa economia» (Mario Draghi). Abbiamo ormai sperimentato che la via dei tagli e della precarizzazione non è servita né a modernizzare il paese, né a rilanciare l’occupazione, ma ha solo reso più fragile il nostro tessuto produttivo e sociale.

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Nasce DOVEVAILPAESE

Cari lettori,

lo scopo di questo Blog è la conoscenza del nostro Paese. Solo mostrando i suoi mali potremo correggerli. Solo la consapevolezza può aiutarci a trovare la via per risollevarci. Lo sdegno deve essere la benzina che ci mette in moto per trasformare l’Italia, per renderla finalmente un Paese civile.
Vi auguro una buona lettura e spero che questo sito vi procuri uno sdegno utile e costruttivo.

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