Primo racconto: IL DETTATO.

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Ecco a voi il primo racconto della nuova iniziativa di “DOVEVAILPAESE”.
Ringraziamo Marco Di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore bastardo”, per aver deciso di intraprendere con noi questo suo nuovo progetto artistico ed editoriale.

Buona lettura

IL DETTATO

Ho sette anni, un grembiulino blu con il colletto di plastica rigida e un fiocco bianco fatto da mamma con mille attenzioni. È il 1969, faccio la seconda elementare e tutti i giorni vado in giro vestito così. Non sono una cima, ma neanche una capra. Vivacchio, a scuola come a casa. Non brillo. Non ho entusiasmi particolari o aspirazioni. Sono nato, tutto qui. Faccio quello che mi dicono senza passione, per obbligo. A molti la maestra dice che sono intelligenti, ma che non si applicano. A me non dice niente. Ho paura a pensarlo, ma credo di non essere intelligente. Eppure dentro di me sento che c’è qualcosa. Solo che non so cosa. Non ho idee o sogni. Aspetto.
Mio padre è operaio e mi vuole un gran bene. Forse troppo. Mia madre fa la sarta e lavora a casa. Anche lei mi vuole molto bene, ma spesso è triste. Una volta gli ho domandato se fosse felice. Lei mi ha guardato e si è messa a piangere. Poi mi ha abbracciato e ha detto di essere felicissima di avere un bambino come me. Da allora mi guarda in maniera differente. Come se da me si aspettasse qualcosa che io, però, non so. Mi piacerebbe che i suoi occhi ridessero di più. Solo che non so come fare. Ho sette anni e molte cose dei grandi non riesco a capirle. Sono solo un bambino e neanche tanto studioso. Le cose di scuola, comunque, le capisco, ma mi sembra sempre di non saperle e che gli altri, quelli che gridano e che in classe pensano solo a muoversi e a vantarsi, siano più bravi di me. Oggi abbiamo il dettato e mi sento abbastanza preparato. Se riesco a farlo bene e a prendere un bel voto, magari a mamma si accendono un poco gli occhi e fa un bel sorriso.
Ho paura a pensare di aver capito qualcosa e di alzare la mano, perché poi se mi sbaglio, faccio una figuraccia e dopo mi metto a piangere e questo è anche peggio. Si perché ho anche questo problema: piango facilmente. Sai quanto ci provo a trattenere le lagrime, a pensare ad altro, a ricacciarle via. Però è più forte di tutti i miei sforzi. Mi sembra di avere il pianto sempre pronto. Mi basta una sgridata, un’osservazione, una figuraccia o una presa in giro e quelle cavolo di gocce salate mi scendono giù per il viso, fino alla bocca.
La mia classe fa schifo. È grigia, sporca, trascurata. I banchi sono di legno scuro, rigati dalla tristezza, dalla paura e dalla noia di chi li ha utilizzati prima di noi. Devono essere molto vecchi, perché hanno ancora il buco per il calamaio e al posto della sedia, hanno un sedile unito al resto del banco. I miei compagni sono anche peggio. Per metà sono quelli che noi chiamiamo i “baraccati”. A dire il vero sono loro stessi che ci hanno detto di chiamarsi così. Ci hanno spiegato di aver lasciato le baracche dove vivevano e di aver occupato un palazzo proprio vicino alla scuola. Sono molto contenti di abitare dentro una casa. Io in parte li capisco, perché anche mia madre mi ha raccontato che quando abbiamo lasciato la casa di Trastevere, che era vecchia e aveva il bagno sul balconcino, e siamo venuti a vivere dove abitiamo adesso, che è una casa vera, dalla gioia si è messa a piangere. A me i “baraccati” sono simpatici perché quando li vedo, penso sempre alla mamma e a quella volta che è stata così felice da piangere. Però un po’ mi rattristano, perché non sanno niente, urlano, fanno i dispetti e sembrano quasi orgogliosi di comportarsi male. Una volta la maestra ne ha interrogato uno che non ha aperto bocca. Allora ha cominciato a fargli delle domande sempre più facili, ma quello rimaneva zitto e muto, con lo sguardo lontano, oltre la finestra. Alla fine, la maestra gli ha chiesto: «Ti piace il calcio?».
«Si» ha risposto quello con gli occhi che erano tornati in classe.
«E di che squadra sei?»
«Della Roma.»
«Bene e lo sai in quanti si gioca la partita?»
«No» risponde quello abbassando lo sguardo.
Allora la maestra ha domandato alla classe:
«E voi lo sapete?»
Qualcuno ha alzato la mano e ha urlato “otto”, “tredici”, “quindici”. Io lo sapevo che si gioca in undici per squadra e che si possono fare al massimo tre cambi durante la partita. Ma non ho risposto. Un po’ perché avevo paura a parlare e un po’ perché non mi sembrava giusto. Io sono avvantaggiato. Mio padre tutte le domeniche che la Roma gioca in casa mi porta allo stadio, in curva sud, e quindi io del calcio so quasi tutto. Conosco anche le canzoni, i cori e le parolacce che si urlano all’arbitro. Papà tutti i pomeriggi, appena stacca dal lavoro, mi porta al cinema parrocchiale a vedere un film Western. Anche dei film so quasi tutto. Mi basta vedere le scene iniziali e già m’immagino il resto. Chi sono i buoni e come va a finire. Però non mi annoio perché lo guardo con tanta attenzione per vedere se ho ragione. A volte i cattivi non sono tanto cattivi, però alla fine muoiono comunque. Altre volte mio padre mi porta a vedere i monumenti. Roma è piena di monumenti, di fontane, di palazzi e di strade che a Natale sono tutte illuminate e piene di gente. A piazza Navona mi ha fatto vedere anche Babbo Natale e la Befana. Secondo me sono fidanzati, però Babbo Natale se la poteva scegliere meglio. Alle volte, indica dei posti e mi dice che sono “da ricchi, da gente che ha studiato”. Altre volte cerca di spiegarmi qualcosa. Però non è mai tanto chiaro. Non finisce le frasi e la sua voce si spegne piano piano. D’altronde non credo che conosca molte cose. Non è ricco e non ha neanche studiato. A sei anni già lavorava e poi alla scuola serale ha fatto fino alla seconda elementare. Secondo me anche lui sa che c’è qualcosa in più, ma non sa bene cosa e gli piacerebbe che sia io a scoprirla.
Sta per iniziare il dettato. Io sono tranquillo perché la stranezza della parola “acqua” l’ho capita bene. Sto zitto come sempre e aspetto. La maestra inizia. La prima parola è proprio acqua. Poi seguono tutte le altre. Comunque è facile perché in tutte le parole che la maestra pronuncia c’è la parola “acqua”. Scrivo bene “acquazzone”, “acquario”, “acquarello” e tutte le altre di questo tipo. Alla fine la maestra ne pronuncia una a tranello. Dice: “Negozio”. Io so che si scrive con una “z” sola. C’è una regola apposta per questo tipo di parole. Consegno il compito sereno, fiducioso. Devo prendere un voto alto per far fare un bel sorriso a mamma. La maestra li corregge velocemente. Quelli che hanno preso un voto buono sono pochi. Questa volta faccio una bella figura. Quando tocca al mio, la maestra lo legge veloce e io vedo che non corregge niente. Bene. Poi mi chiama e mi dice di andare vicino a lei. Mi avvicino e penso che vuole congratularsi con me.
«Questo è il tuo dettato?» dice con una faccia per niente contenta.
«Si» faccio io.
«A chi hai copiato?» mi urla in faccia all’improvviso con un espressione che mette paura.
Io scoppio a piangere e gli dico, fra un singhiozzo e una tirata di naso che non ho copiato, che era facile e che l’ho fatto da solo.
Lei si arrabbia ancora di più. La sua voce diventa ancora più sgradevole e la classe si gela. Stanno tutti fermi e muti. La maestra punta il dito e mi dice che non sopporta i bugiardi e che se gli confesso che ho copiato non mi fa niente. Io però non posso confessare quello che non ho fatto. Quindi, sempre piangendo, gli confermo che non ho copiato. Lei urla che non sono all’altezza di scrivere così bene e che per dimostrarmelo mi farà ripetere il dettato.
«A te da solooooo…» strilla, mentre sbatte forte il registro sulla cattedra.
Io rivado al posto con gli occhi di tutta la classe puntati addosso. Continuo a piangere, ma prendo la penna e apro il quaderno.
La maestra inizia a dettare le parole. Sono le stesse di prima e io le so tutte. Ad un certo punto, penso che se le scrivo ancora tutte bene lei si arrabbierà anche di più. Mi viene il terrore che possa mandarmi in una classe differenziale. Allora per farla contenta, sbaglio apposta qualche parola. Così non perderà la sfida contro di me. Voglio dargli soddisfazione e, soprattutto, non voglio che mi urli di nuovo in quel modo.
Mentre scrivo, sono abbastanza soddisfatto di questa soluzione.
Il dettato finisce presto. La maestra mi richiama alla cattedra. Mi alzo e le porgo il quaderno. Tutti i bambini stanno con il fiato sospeso. Non sono mai stati così silenziosi. Anche i “baraccati” sono muti come pesci.
La maestra inizia a leggere e subito dopo fa un sorriso. Io mi rilasso. Invece lei inizia ad urlare di nuovo:
«Hai visto».
«Hai sbagliato.»
«Mi volevi prendere in giro.»
«Non ci provare mai più altrimenti ti faccio vedere io. Io li conosco quelli come voi.»
Alla fine tira il quaderno verso il mio banco.
Capisco che devo tornare al posto.
Esco. Mamma mi aspetta in prima fila. Vede subito che ho gli occhi gonfi di pianto.
«Che hai fatto? Ti hanno menato i “baraccati”?».
«No mamma. Andiamo. Ti racconto tutto a casa.»
A casa mamma mi prende con le buone, ma è irremovibile. Devo raccontargli tutto.
E io comincio a parlare e a piangere. Gli spiego che sapevo scrivere tutte le parole e che la maestra non ci ha creduto, che mi ha fatto ripetere il dettato e che io per non farmi strillare ancora, ho sbagliato apposta qualche parola, ma che quella si è arrabbiata ancora di più.
Lei inizia a dire:
«Ma tu dovevi scr…». Poi però si zittisce, mi trascina verso di sé e mi abbraccia forte. Quando mi lascia, la guardo in faccia. Dagli occhi escono delle lagrime, ma il viso è radioso, sorridente. Forse sono riuscito ugualmente a dargli un altro poco di felicità.

Marco Di Mico

 

Copertina libroA conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Letteratura: al via un nuovo progetto

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Su “DOVEVAILPAESE” parte un nuovo progetto: verranno pubblicati dei racconti che alla fine costituiranno i capitoli di un romanzo.
Ognuno di questi racconti è, diciamo così, completo. Nel senso che ha un suo inizio e una fine. Non vuole lasciare con il fiato sospeso fino alla prossima puntata come succedeva sui giornali di fine Ottocento. La loro successione farà progredire un romanzo che, attraverso le vicende di un ragazzino nato nel 1962, ripercorrerà la storia del nostro paese con le sue tensioni, contraddizioni, successi e clamorosi capitomboli. Ci avvicineremo a questo bambino e lo vedremo crescere fisicamente, ma soprattutto modificare la sua sfera emotiva, sentimentale e culturale. Gli occhi del personaggio ci aiuteranno a guardare meglio il nostro passato e con esso la realtà nella quale viviamo oggi. Un’ultima cosa: anche se cercheremo di evitarlo, potrebbe succedere che la successione cronologica non sia sempre rispettata.

Il primo di questi racconti si intitola “Il dettato” e sarà pubblicato lunedì 15 dicembre 2014.
BUONA LETTURA A TUTTI.

 

Poesia

sole

Poesia di Marco Di Mico dal titolo:

E’ per questo che sei andato via?

Signore
Signore
Signore,
Ci hai lasciato a piangere addosso a un muro.
A pregarti disperati
A invocarti nella notte.
I cieli ricolmi di tremolanti, lucenti, raggianti stelle
Ci parlano di te,
ma tu non ci sei.
Ci hai lasciati soli ad ammazzarci come fratelli,
a tradirci come sposi
per rubarci quello che non vogliamo
ma che, per egoismo, desideriamo.
Siamo gocce di pioggia
Che cadono nel mare,
inutili, solitarie, cattive.
È per questo che sei andato via Signore?
È per questo?

Marco Di Mico

L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico