Poesia: I morti che vivono scontenti

TINTORETUna poesia di Marco Di Mico che, con ogni probabilità, farà molto rumore. Bella e cattiva esprime il malessere di molti che in questi anni di crisi stanno soffrendo fra l’indifferenza della politica e delle istituzioni, offesi e oltraggiati oltre che dalle proprie difficoltà dallo spettacolo di una classe politica corrotta, egoista e meschina oltre ogni immaginazione.

Un invito agli uomini di potere a non esasperare gli esasperati, non affamare gli affamati, non opprimere gli oppressi.

I morti che vivono scontenti

nelle misere case da contribuenti

che sono cittadini esemplari

e si impiccano ai lampadari

che lavorano dignitosi

e fanno una vita da merdosi

che credono nella politica, nella condivisione

e che sperano nella pensione,

risorgeranno col membro di fuori

per squartare i senatori

gli industriali, i banchieri, i parlamentari

perché pensano solo a fare affari;

violenteranno le loro figlie

bruceranno intere famiglie

gli diranno che è anticostituzionale, violento, brutto

ma loro risponderanno con un rutto

e non crederanno più al telegiornale e alle altre parole

perché dovranno salvare la loro prole.

In quel giorno torneranno giustizia e pace,

e verrà il mondo che ci piace.

Marco Di Mico

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Italia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo


Commissione-europeaItalia. Presidenza del Consiglio e Parlamento destituiti dal Consiglio Europeo . Presto nuove elezioni sotto la sorveglianza di osservatori inviati da Bruxelles.  

Incredibile: dopo una settimana di intense discussioni, la Commissione Europea su indicazione del Consiglio Europeo e con l’avallo del Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere e mandato a casa la Presidenza del Consiglio italiana. Di fatto l’Italia è stata commissariata.
Nella nota appena trasmessa da Bruxelles, si legge che: “dopo un’estenuante discussione nella quale sono state soppesate tutte le possibili conseguenze, questo organo delibera il commissariamento dell’Italia per gravi infiltrazioni mafiose e clientelari“. Nel documento appena trasmesso, si esprime la piena convinzione che nessun’altra strada era percorribile, vista la natura della classe politica italiana e dei partiti. La commistione dei partiti con il malaffare è in Italia talmente elevata e ramificata da non rendere possibile nessun altro provvedimento.
Molto negativa appare anche l’opinione che l’Europa ha dei cittadini italiani. A conclusione della nota, infatti si legge: “Scarsissima è la fiducia di questo organo collegiale nella capacità dei cittadini italiani di uscire da soli dall’incresciosa situazione presente oggi in Italia. Del resto citando lo scrittore inglese George Orwell possiamo tranquillamente affermare che Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima: È COMPLICE.

Naturalmente quanto letto finora è solo un’invenzione, ma anche una speranza.

 

Mafia Capitale. Buzzi al PM: “Non registri perché se parlo casca il governo”


via i ladri
Vogliamo tornare sui fatti di Mafia Capitale, non per sottolineare ancora una volta quanto sia corrotta e meschina la nostra politica, ma per evidenziare il basso livello del nostro sdegno di fronte a queste situazioni. Ormai siamo talmente assuefatti alla puzza che quasi non la percepiamo più.

Vediamo politici che fanno un uso spericolato dei rimborsi spese, che sfruttano i disperati per arricchirsi, che esultano quando un terremoto miete delle vittime perché già pensano a quanto lucreranno con la ricostruzione, che con arroganza ci dicono che i loro vitalizi sono un “diritto acquisito” intoccabile,  che nonostante l’evidenza delle intercettazioni e delle prove si vantano di essere innocenti fino al terzo grado di giudizio, e noi ci limitiamo a fare spallucce come se la cosa non ci riguardasse.

Sarebbe bello, invece, che la nostra indignazione li facesse tremare, che il loro sorrisetto si tramutasse in una smorfia di vergogna.
Durante la stagione di “Mani Pulite”, il 30 aprile 1993, Bettino Craxi (che il giorno prima era stato salvato dai suoi colleghi parlamentari che avevano negato l’autorizzazione a procedere contro di lui), esce dall’hotel Raphael di Roma dove era andato a festeggiare per lo scampato pericolo e trova una folla che lo accoglie al grido di “Ladro”, “Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore!”, “In galera”. Poi viene investito da un fitto lancio di monetine.  Dopo quel giorno la sua arroganza e il suo dito alzato verso il cielo scomparvero. Un anno dopo andò in esilio in Tunisia.

Ad indignarsi, però, non dovremmo essere solo noi cittadini. Prima di noi dovrebbero essere i partiti a pretendere massima onestà e correttezza. Dovrebbero cacciare via le mele marce e denunciarle per il danno che hanno causato alla propria immagine e ai propri elettori. Invece, assistiamo a ragionamenti capziosi, a bizantinismi con cui cercano di minimizzare, nascondere, difendere.
Siamo stanchi di “nessuno è colpevole fino a …”, “deve prevalere la presunzione di innocenza…”, ecc…
Cari partiti e cari politici, non abbiate paura dell’onestà, dell’irreprensibilità, della correttezza, dell’integrità morale.
Buzzi si preoccupa di non far cadere il governo. Però,  se proprio si dovesse rendere indispensabile, lasciate che i governi cadano e i responsabili paghino.

 

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

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Mafia Capitale atto secondo: la vergogna

È arrivata la sRome, Italy.econda puntata di Mafia Capitale. La politica è allo sfascio e noi cittadini dobbiamo trovare la forza di cacciare i corrotti e i collusi. È per questo che ai miei figli non gli insegno più a essere buoni, tolleranti, pazienti: perché in Italia queste non sono virtù, ma è un modo per essere collusi col sistema. Di fronte al degrado che ci circonda, li educo a essere violenti, irosi, caparbi ma giusti. Perché solo dei cittadini in grado di reagire, di protestare, di insorgere riusciranno a salvare il nostro Paese.

 

Ci risiamo! È arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale. E così siamo di nuovo costretti alla triste visione di una classe politica che si proclama diversa da quelle precedenti, che si vanta di essere in grado di migliorare il Paese, ma che, e i fatti lo dimostrano, è solo corrotta, collusa e, profondamente, disonesta. Cambiano gli slogan e la forma, ma non la sostanza.

I nostri politici non si accorgono mai di niente. Sono ciechi, muti e sordi. Non si domandano da dove provengano i voti o, peggio ancora, i soldi. Sono lontani, dai reali problemi dei cittadini ma estremamente attenti nella difesa dei propri privilegi. La nostra classe politica è pronta a compiere “tagli dolorosi” allo stato sociale e ad aumentare le tasse “per salvare il Paese”, ma non può rinunciare a niente di quello che è suo perché “È UN DIRITTO ACQUISITO”.
Se i politici nazionali, regionali, comunali, circoscrizionali ecc… sono anch’essi italiani perché non contribuiscono adeguatamente al salvataggio dell’Italia? Mistero dei misteri: per loro le leggi non valgono.

E vero: non tutti i politici sono uguali. Ci sono anche quelli onesti. Ma che cosa aspettano quest’ultimi a cacciare i disonesti?

I cattivi, ossia quelli che pensano male, dicono che in Italia si fa politica per, come si dice a Roma, “svortare”. Cioè per arricchirsi e sistemarsi una volta per tutte. Quei calunniatori si permettono addirittura di affermare che i politici pensano solo a rubare e a spremere quello che Trilussa chiama “popolo cojone”. A sostegno di questa ipotesi portano il fatto che costruire un Km di alta velocità in Italia costa nove volte più che in Giappone e sei volte più che in Germania. Invece noi che siamo buoni, a queste cose non ci facciamo caso e lasciamo correre rassegnati. Ci diciamo: «… e vabbè…  e che vuoi fare… si sa… è sempre stato così».

Noi buoni dovremmo trovare il coraggio di diventare non dico cattivi, ma GIUSTI. Sì perché se uno è giusto, è per forza di cose anche buono. Però se ha un forte senso della giustizia, trova anche il coraggio di indignarsi per i torti subiti e protestare. E magari riesce anche a farsi rispettare e a cacciare via i corrotti, i ciechi e i distratti della politica.

È per questo che ai miei figli non gli insegno più a essere buoni, tolleranti, pazienti: perché in Italia queste non sono virtù, ma è un modo per essere collusi col sistema. Di fronte al degrado che ci circonda, li educo a essere violenti, irosi, caparbi ma giusti. Perché solo dei cittadini in grado di reagire, di protestare, di insorgere riusciranno a salvare il nostro Paese.

Marco Di Mico

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STRAGE AL TRIBUNALE DI MILANO. PARTE SECONDA. RICERCHIAMO IL PERCHE’

tribunale milanoLa strage al tribunale di Milano è un episodio orribile, del quale, però, nessuno ricerca il vero PERCHÉ. Tutta l’attenzione si è concentrata sul COME sia potuto avvenire. Ma il vero problema è perché un imprenditore debba fare una strage. Quell’atto violento ha, nella sua testa, sostituito la Giustizia che non ha ricevuto dalle Istituzioni?

 

Tutti, media, politici, forze dell’ordine, magistratura, si affannano per capire COME sia stata possibile una strage all’interno del tribunale di Milano. Invece, la domanda da porsi dovrebbe essere: PERCHÉ un imprenditore abbia deciso di uccidere senza esitazione e/o pietà tre persone, ferirne altre tre e tentare di ucciderne una quarta?
L’assassino era coinvolto nel crack Eutelia-Agile a causa del quale 2000 famiglie sono state gettate sul lastrico con costi sociali-familiari-psicologici drammatici. Era anche lui una vittima “messa in mezzo” da qualcuno? Oppure aveva solo dei risentimenti personali? La verità interessa qualcuno, oppure conta solo proteggere giudici, avvocati e quant’altro all’interno del tribunale? Si parla solo di falle all’interno della sicurezza. Ma quello è un finto problema, uno specchietto per distrarre l’attenzione dalle vere cause. Infatti le vittime potevano essere tranquillamente uccise davanti le loro case o all’uscita dal lavoro. Anzi, in questo caso il colpevole avrebbe avuto più possibilità di farla franca.
Purtroppo, però, sembra che il “perché” non interessi nessuno.
I Tg si sono affaticati per raccontarci il tipo di controlli che si devono superare per accedere al tribunale.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato i funerali di Stato (a cui, nel momento in cui scrivo dovrebbe partecipare anche il presidente della Repubblica) per le vittime della strage.
Il presidente del Consiglio ha sentenziato che la colpa è della “prolificazione delle armi”.
In questa spasmodica ricerca delle soluzioni più inutili alla comprensione di una possibile verità, si sono intensificati i controlli per accedere nei tribunali. L’unico risultato è stato quello di creare file talmente lunghe che molti processi sono stati rinviati perché mancavano i giudici, gli avvocati, gli imputati o i testimoni. A Napoli, gli avvocati esasperati per le ore di attesa hanno deciso di sfondare il varco d’ingresso causando il ferimento di due persone. In sostanza, sono stati attuati solo provvedimenti di facciata, esteriori, in linea con la nostra peggiore tradizione. È come se dopo la strage di piazza Fontana, il presidente del consiglio di allora avesse affermato: “la colpa è delle bombe” e ci fossimo limitati a mettere i metal detector all’ingresso delle banche e basta, senza compiere indagini per ricercare la verità (In effetti, nel nostro Paese la verità viene ricercata molto raramente. Più che altro viene insabbiata).

Nessuno ha tentato di farci capire in che modo Giardiello fosse legato con la vicenda Eutelia-Agile, né i suoi risentimenti, né perché abbia affermato “Il Tribunale mi ha rovinato, quel posto è l’origine di tutti i miei mali“. Forse questa storia fa troppa paura. Infatti il cliché avrebbe voluto che l’imprenditore fallito puntasse la pistola contro sé stesso e al massimo contro la propria famiglia. Invece, la sua azione (o dovremmo dire reazione) è diversa, inaspettata, imprevedibile. Apre la strada a nuovi inquietanti scenari, dove chi ritiene di aver ricevuto un torto si fa giustizia da solo. Il “sistema“, nella sua totalità se ne sente minacciato e, di conseguenza, reagisce facendo quadrato e ponendo l’attenzione sul problema più gestibile, meno preoccupante: quello del controllo degli accessi. Nella speranza che ancora una volta gli italiani, anziché guardare la Luna, si soffermino sul dito che la indica.

Di seguito riportiamo il link dove trovare alcuni articoli pubblicati sulla vicenda Eutelia-Agile

http://www.medeaonline.net/tag/agile/

 

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Di seguito il link per l’e-book

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Marino rinucia alla zona a luci rosse

Marino cambia idea sulle zona a luci rosse dell'Eur

Marino cambia idea sulle zona a luci rosse dell’Eur

Et voilà, Marino e i suoi hanno fatto dietrofront. Dopo il colloquio avuto con il commissario del Pd Matteo Orfini e dopo che il prefetto di Roma aveva definito l’idea «fuorilegge in quanto si sarebbe profilato il reato di favoreggiamento» il sindaco di Roma ha rinunciato all’insano proposito. Noi di “dovevailpaese” non avevamo dubbi sull’insensatezza di questo progetto. Pertanto il ripensamento del Campidoglio non può che farci piacere e confermare la convinzione che le nostre idee sono quelle giuste.

Roma caput prostituzione (Eur a luci rosse)

Secondo Marino e la sua giunta alcune strade dell'Eur dovrebbero diventare a luci rosse

Secondo Marino e la sua giunta alcune strade dell’Eur dovrebbero diventare a luci rosse

Dopo “mafia capitale” arriva “Roma magnaccia”. Il comune di Roma, infatti, ha in mente di regolamentare e gestire la prostituzione. E così anche la capitale d’Italia avrà il suo quartiere a luci rosse. Lo hanno deciso i capoccioni del Campidoglio e del IX Municipio per liberare le strade dell’Eur dalle passeggiatrici, dicono. A questo scopo, hanno stabilito che il “mestiere” si potrà esercitare solo all’interno di un’area protetta. Dove le signore offriranno i loro servizi sotto la protezione della polizia municipale e dei volontari sanitari. Nelle altre zone, invece, la repressione sarà totale e gli eventuali avventori riceveranno multe di cinquecento euro.
Chi lavorerà all’interno della zona rossa, quindi, avrà un sicuro vantaggio, sia perché avrà meno concorrenza sia perché i propri clienti saranno risparmiati. Rimane da capire con quali racket il comune prenderà accordi. Quali saranno i “magnaccia” che potranno lavorare all’interno della zona a luci rosse e quali ne saranno esclusi? Oppure il comune di Roma gestirà la prostituzione in prima persona?
Quindi avremo un’amministrazione che o prenderà accordi con chi costringe le donne alla prostituzione e poi le sfrutta, oppure che recluterà direttamente le prostitute assumendole nei suoi organici. Francamente entrambe le soluzioni sembrano paradossali, ma l’Italia e Roma ci hanno abituato a tutto.

Inoltre, in base a quale principio giuridico sarà possibile multare solo i clienti delle prostitute che esercitano fuori dalla zona protetta? I comportamenti illeciti non dovrebbero essere sanzionati tutti allo stesso modo? È come dire che se si ruba a Tizio si commette un reato, mentre se si ruba Caio no.

Come al solito Marino e la sua combriccola dimostrano tutta la loro confusione e incapacità. Sempre che si tratti solo di inettitudine e che, invece, dietro questa presa di posizione non ci sia la necessità di risarcire quanti sono stati danneggiati dalle indagini su “mafia capitale”.
Non vorremmo che le organizzazioni criminali smascherate dalla magistratura stiano cercando, con l’appoggio dell’amministrazione comunale, di assicurarsi nuove fonti di reddito.
Come diceva un famoso politico, profondo conoscitore del modus operandi italiano:
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

 

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 

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Charlie Hebdo, Parigi e il mondo contro il terrorismo

manifestazione1In concomitanza con la manifestazione di Parigi e per ricordare le vittime del terrorismo, pubblichiamo una riflessione su quei fatti e sulla riscoperta dei nostri valori.

 

C’era una volta un Occidente morente, disgregato, vecchio, obsoleto, decadente. Distrutto da due guerre mondiali, diviso nella religione, frantumato dall’individualismo estremo, separato dall’ideologia, spaccato dalla visione economica, ansimante per la crisi e per la concorrenza dei paesi emergenti. I problemi e le difficoltà nazionali lo stavano portando verso il suo dissolvimento definitivo. L’idea stessa di Occidente stava perdendo il suo significato. Poi arrivarono i fatti estremi di Parigi ed ecco che in un istante i cittadini di quel vecchio mondo disilluso e depresso ritrovarono il coraggio e l’orgoglio. Rialzarono la testa e videro che il mondo aveva bisogno di loro. Così’ scesero nelle strade e nelle piazze per ricordare a tutto e a tutti, anche a sé stessi, che custodivano qualcosa di unico, di grande. Che nei loro cuori e nelle loro menti c’era la più grande conquista dell’umanità: la Libertà.

L’Occidente, che fino a quel momento era confuso, ha così ritrovato la sua identità. Ha capito che nonostante tutto è unito dal proprio patrimonio culturale e dalla consapevolezza di voler sempre difendere la libertà dell’uomo e delle sue idee, anche quando sono contrarie alle proprie. È questo amore, questo rispetto per l’uomo e per ogni sua espressione che ci unisce e caratterizza. Questo è quello che ci contraddistingue e che abbiamo ricevuto in dono dalla storia dell’umanità. È un filo che lega Ellenismo, Cristianesimo, Umanesimo e Illuminismo e che ha condotto l’uomo al centro del mondo, anzi della stessa Creazione. Durante questo lungo processo, l’essere umano, grazie alla Ragione, si è sempre più elevato, fino a divenire il punto più alto del Creato.
Per noi è ormai intollerabile pensare all’odio razziale, religioso, ideologico.
Non abbiamo più paura delle idee che volano come colombe, perché abbiamo capito che per poter dare il loro massimo frutto e farci progredire, devono essere libere di propagarsi e confrontarsi, sarà la loro bontà a farle imporre, non la violenza. È in questa consapevolezza che nasce la nostra tolleranza a volte esagerata, il nostro amore per la libertà di opinione e di espressione, la nostra fiducia nel futuro e nel progresso.
È per questa nostra specificità di Occidentali che ci stringiamo attorno a Charlie Hebdo e a tutte le vittime del terrorismo, e che marciamo fieri di essere cittadini liberi di un mondo libero. Perché per noi è assolutamente inaccettabile che la violenza tenti di sopprimere le idee e perché la parola più bella che conosciamo è una sola: LIBERTA’.

 

Marco Di Mico

JUVENTUS ROMA 05 OTTOBRE 2014

Ringraziamo ancora una volta Marco Di Mico per questo suo intervento calcistico-politico-antropologico-sociale.

Voglio ringraziare la Juventus per questa splendida vittoria sulla Roma. Una vittoria commovente, sincera, schietta, pura. Una vittoria che trascende il semplice risultato sportivo per divenire il modello, la bandiera di questa Italia degradata, corrotta, disonesta, ossequiosa, viscida, flaccida. Di questa Italia dove non serve essere preparati, ma è indispensabile venire raccomandati, di quest’Italia dove non è importante studiare e lavorare sodo, ma trovare la conoscenza giusta. Di quest’Italia di piagnoni, furbi e ruffiani, dove il successo e il riconoscimento sociale si comprano un tanto al chilo. Di questa Italia senza dignità, senza morale, senza giustizia, dove il disonesto viene osannato e la vittima lapidata. Di quest’Italia capovolta, dove non funziona niente e che pretende di ammodernarsi calpestando gli ultimi, i deboli, gli inermi. Di quest’Italia appecoronata, senza pudore, davanti a qualunque forma di potere, anzi di prepotenza. Ho visto dei giocatori con la maglia a strisce bianche e nere alzare le braccia verso il cielo con il volto implorante per richiedere una grazia a qualche santo venerato a Regina Coeli, all’Ucciardone, a Poggioreale, a san Vittore. E ho visto la lunga mano di questi uomini d’onore calare sulla Terra per esaudire quella richiesta. Con una naturalezza tutta divina, hanno stravolto gli eventi, modificato la realtà, le leggi, la morale. Hanno premiato chi non merita e punito il giusto. E poi, ho visto quegli stessi giocatori esultare per la gioia di essere i preferiti da quegli uomini di potere, di comando.
Per questo volevo ancora una volta esprimere il mio più sentito ringraziamento alla squadra e alla dirigenza della Juventus per essersi assunta l’onere di rappresentarci nel mondo con una sincerità, un’onestà assolutamente vera, trasparente, forse brutale.

https://www.facebook.com/#!/marco.dimico.1

Letteratura. “Darshan” il racconto completo di Marco Di Mico gratis per voi

La redazione di dovevailpaese pubblica l’intero racconto di Marco Di Mico e si scusa per il periodo di assenza.
A tutti voi auguriamo buona lettura

 

Darshan

 

Racconto

di
Marco Di Mico

 

 

 

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

<<Siamo un padre e un figlio sopravvissuti>>.

<<Unitevi a noi>>.

<<Ricostruiamo insieme il mondo distrutto>>.

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello. Niente. Solo il silenzio. Solo il deserto.

Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

Durante quell’inverno il monastero divenne una vera casa. Con l’aiuto di un’automobile portarono molti generi alimentari, coperte, utensili per la cucina. Arthur volle crearvi anche una biblioteca. Voleva conoscere il mondo com’era stato. Non gli bastavano più i racconti di suo padre. Aveva bisogno di vedere di che cosa fosse stato capace l’uomo. Così dalle librerie dei paesi vicino al monastero, prelevò tutti i libri di fotografie, di viaggi e di storia dell’arte che trovò. Passava intere giornate a sfogliare quelle pagine piene dei ricordi che lui non aveva. Mike, invece, non smise di sperare che qualche altro uomo fosse ancora in vita. Con un generatore a benzina teneva acceso un ricetrasmettitore da radioamatore nella speranza di captare qualche segnale, qualche comunicazione fra umani. Inoltre passava ore appiccicato ad un binocolo a scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere qualche altro uomo. O, meglio ancora, una piccola comunità di superstiti. Se erano sopravvissuti tutto quel tempo, un motivo doveva pur esserci. Il mondo non poteva finire con loro. Non era possibile che tutto il Creato finisse in quel modo. Qualcosa sarebbe successo e il tutto avrebbe avuto un nuovo inizio. Una nuova Creazione. Forse la distruzione cui avevano assistito era stata come il diluvio universale. Una punizione esemplare per la cattiveria e la stupidità umana. Ma questo era impossibile. Dio stesso aveva promesso a Noè che non si sarebbe più vendicato: “Io stabilisco la mia alleanza con voi, non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”. Qualunque cosa fosse successa Lui avrebbe continuato a donare solo Amore. Quella tragedia immane, quell’apocalisse era dipesa solo dall’uomo e solo l’uomo doveva porvi rimedio.

In quel luogo accogliente, l’inverno passò velocemente.  Quando fu primavera, però, non ripartirono.

<<Pà, rimaniamo qui. E’ il posto più bello dove siamo mai stati. Ti prego, rimaniamo>>.

<<Figliolo, è nostro dovere metterci in marcia e cercare degli altri uomini>>.

<<Tu hai la radio e il binocolo. Continua a ricercarli con questi strumenti. In fin dei conti abbiamo più possibilità di scorgere qualcuno da quassù che dalla strada>>.

<<Ma così ho l’impressione di essermi arreso. Di aver perso la speranza. Io devo trovare qualcuno per te. Qualcuno con cui potrai vivere quando non ci sarò più>>.

<<Te l’ho detto. Ci sono più possibilità se rimaniamo qui. E poi tu sei ancora giovane. Abbiamo tempo>>.

<<Non sono giovane. Ho sessant’anni e tu venti. Tu sei giovane, ed io devo pensare al tuo futuro. E poi lo sai che il tempo a nostra disposizione non dipende da noi>>.

<<Appunto. Dio troverà per noi la soluzione giusta sia se andiamo, sia se rimaniamo. Affidiamoci alla sua volontà>>.

Detto questo, la vittoria non poteva che essere del figlio.

Il padre cercò di limitare la sua sconfitta dicendo:

<<Ok. Facciamo come vuoi tu. Però, la prossima primavera partiamo>>.

Arthur aveva finalmente trovato un posto dove si sentiva a casa. Anche in quella situazione di eccezionale precarietà, era riuscito a crearsi un suo mondo. A coltivare i suoi interessi e ad essere indipendente dal padre. Era pur sempre un ragazzo.

Passò un anno, ne passarono due e ne passarono tre, ma non partirono. Era troppo bello rimanere nel monastero. I due ospiti lo avevano personalizzato secondo le loro esigenze. Era diventato una vera casa.

Dopo dieci anni dal loro arrivo stavano ancora lì. Mike non aveva perso la speranza di ritrovare altri uomini. Tutti i giorni, sia che nevicasse sia che ci fosse il solleone, si recava sul tetto a scrutare l’orizzonte. E la radio era sempre accesa in attesa di una voce o di un segnale intelligente. A quest’attività, aveva aggiunto la cura di un orto e di un giardino. Inoltre, aveva rimesso in funzione la fontana al centro del chiostro e passava alcune ore in quel luogo di serenità e di pace. In quei momenti, neanche si ricordava della loro condizione. Si godeva la musica dell’acqua, la bellezza dei fiori e basta.

Arthur aveva coltivato la sua passione per l’arte. Dopo dieci anni di studi su tutti i testi che aveva trovato, era diventato un vero esperto. La sua biblioteca era ricchissima, quasi monumentale. Ma a lui non bastava più. Ora era lui a voler partire per vedere dal vero qualche capolavoro. Gli uomini avevano fatto delle cose bellissime, sublimi e lui era orgoglioso di appartenere alla razza umana.

<<Papà, io vorrei che ci rimettessimo in cammino>>.

<<Come? Se mi ha costretto a rimanere qui? Ora, all’improvviso hai cambiato idea>>.

<<Papà, per me è fondamentale vedere un capolavoro dal vivo. Assorbirne la forza, la grandezza. Trarne ispirazione e auspicio. Specchiarmi in esso. Riconoscermi, come uomo, nella sua bellezza. Io avevo sempre pensato che nella nostra natura ci fossero solo distruzione e devastazione. Che noi due fossimo un’eccezione. Invece, ora ho capito che dentro ogni uomo c’era, comunque, un poco di Michelangelo, di Monet, di Giotto, di Cimabue, di Brunelleschi, di Pollock, di Mondrian. Come pure degli artisti arabi, indiani, cinesi. Voglio che la parte bella dell’umanità mi sostenga e mi spinga verso l’alto. Verso la perfezione, verso Dio. E perché ciò accada, sento che devo vedere gli originali. La visione della realtà ha una forza infinita>>.

<<E qui ce l’hai. Nella chiesa e nel monastero ci sono tante opere d’arte>>.

<<E’ vero. E devo dirti che hanno fatto molto per me. Ma ora voglio rinnovare l’entusiasmo e la forza che mi hanno dato quando le ho viste per la rima volta. Non capisci. Io ho bisogno di vedere l’originale, il vero. Mi sono documentato e so che qui vicino c’erano dei musei. Andiamoci. Magari nei loro magazzini troviamo ancora qualche quadro. Ho bisogno, veramente bisogno, di vederli dal vero>>.

<<Lo sai. Io non ti dico mai di no. Se per te è così importante, andiamo>>.

<<Grazie pà, staremo via solo qualche mese. Poi torneremo qui. Questa, ormai è la nostra casa. Organizzo tutto io. Penso che fra una settimana saremo pronti>>.

<<Va bene, va bene>>.

Arthur si mise subito al lavoro per preparare l’automobile, le provviste, il carburante, le carte geografiche e tutto quello che poteva servire.

Vedendolo, Mike sorrise. Era bello vedere suo figlio così entusiasta e motivato. Nonostante tutto aveva uno scopo e viveva con passione.

Era primavera e la natura cantava felice la sua resurrezione. Fiori e profumi ovunque. Il monastero sembrava un’isola in un oceano dai mille colori. Mike si mise, come il solito, di vedetta a caccia di qualche essere umano. Guardava distrattamente. I pensieri andavano all’imminente partenza. Improvvisamente gli parve di vedere qualcosa. Sembrava una donna piegata sulle ginocchia. Cerco di migliorare la messa a fuoco del suo binocolo. Boh. Era proprio una donna? Chiamò suo figlio. Anche lui guardò con attenzione nel binocolo. Poi disse: <<Andiamo a vedere>>. Uscirono di corsa. Ad ogni passo l’eccitazione aumentava. Nei loro animi comparve anche una punta di paura. L’ignoto spaventa sempre. Salirono in auto e partirono. Quando arrivarono, la donna era distesa a terra in posizione supina. Poteva avere dai 50 ai 60 anni. Gli occhi erano chiusi e le mani giunte sul petto. Come se qualcuno avesse iniziato a comporla per l’ultimo viaggio. Arthur rimase pietrificato. Mike si fece avanti. Tocco la donna. Era sicuramente morta. Diede un’occhiata in giro per assicurarsi che non ci fosse nessun altro. Non si sentiva tranquillo.

<<Andiamocene. Non possiamo far niente>>.

<<Pà, almeno seppelliamola>>.

<<E’ una faticaccia inutile>>.

<<Ti prego pà. Siamo uomini. Comportiamoci come tali>>.

<<Allora andiamo a prendere gli attrezzi>>.

Risalirono. Mike prese una vanga e la pistola. Al ritorno iniziarono subito a scavare. Faceva molto caldo. Arthur si fermò per asciugarsi il sudore.

<<Vuoi un sorso d’acqua?>> disse una voce femminile che proveniva da dietro un grosso oleandro pieno di fiori rosa e bianchi. La ragazza uscì. Era molto bella. Giovane e tonica, indossava un paio di jeans chiari e una maglietta gialla mezza manica che gli lasciava scoperta parte della pancia. Quando la vide, Arthur arrossì.

<<Chi sei?>> disse Mike, mentre la mano correva verso la pistola che portava infilata nei pantaloni.

<<Sono Maryam>>.

<<Chi era questa donna?>>.

<<Vivevamo insieme da tanti anni. Mi ha molto aiutato. Io non vedo benissimo e senza di lei non so se ce l’avrei fatta>>.

<<Sei cieca?>> disse Mike.

<<No. Vedo abbastanza bene se si tratta di cose distanti. Ma se sono vicine, allora è un vero casino. Saprei anche leggere, ma non ci riesco sempre, perché spesso le lettere sono troppo piccole. Voi siete veramente gentili a prendervi cura di Elisabeth>>.

<<Lo facciamo volentieri>> disse Arthur che si era ripreso.

Poi Mike aggiunse: <<E ora come farai? Senza la tua amica, per te sarà molto dura. Vuoi che ti accompagniamo da qualche parte?>>. Mike voleva capire se poteva fidarsi e se le due donne fossero sole o se facessero parte di un gruppo più vasto.

<<Non saprei. Noi vivevamo in una specie di grotta…>>:

Arthur non la fece finire e disse: <<Allora vieni a stare da noi. Abitiamo in quel monastero lì>> e col dito indicò il posto. Il padre gli lanciò un’occhiataccia severa che lo fulminò all’istante. Non era prudente rivelare subito il loro rifugio. Arthur ormai era partito: <<Vedrai che bello, sembra un castello. E poi c’è una biblioteca fantastica>>.

<<Sarebbe magnifico>> disse Mike <<ma noi fra pochi giorni dovremmo partire alla ricerca di alcuni musei>>.

<<Chi se ne frega dei musei. Dare ospitalità ad un altro essere umano è molto più importante>>.

<<Non possiamo decidere noi. È Maryam che deve farlo>>.

Dal modo in cui la ragazza si era avvicinata ad Arthur, la risposta non poteva che essere un “SI”.

<<Io sarei felicissima di iniziare una nuova vita con voi>>.

<<Allora è deciso>> disse Arthur raggiante.

I due ragazzi erano elettrizzati. Avevano avuto una fortuna pazzesca. Mike, invece, seppure la ragazza fosse proprio come l’aveva sognata, aveva una strana sensazione. Un’inquietudine che lo rendeva sospettoso.

Finita la sepoltura, coprirono il cumulo di terra con una miriade di fiori e, poi, tornarono al monastero. I due ragazzi si accomodarono dietro, mentre il padre faceva da autista.

Appena giunti, Arthur preparò una stanza per Maryam. Poi la condusse nella sua biblioteca. Qui iniziò a parlare dei suoi libri, della logica con cui erano divisi, dei periodi storici, dei grandi artisti, dell’influenza dell’arte nella vita. Insomma voleva fare bella figura.

Il viaggio venne rimandato. Arthur per il momento era troppo preso da quella ragazza per pensare ad altro. I due stavano sempre insieme. Col tempo, nacque una grande confidenza e complicità, ma non quell’intimità che il padre sperava. Mike non riusciva a capire come fosse possibile che i due non si lasciassero andare. Com’era possibile che la pulsione sessuale non prendesse il sopravvento? Come potevano non capire che la rinascita dell’umanità dipendeva da loro?

Alla fine si fece coraggio e li affrontò:

<<Scusatemi se tocco un argomento delicato, personale. Voi sapete che avete una grande responsabilità, vero?>>.

<<Certo>> disse Arthur.

<<E allora?>>.

<<Vedi pà, Maryam è una ragazza fantastica e vor…>>

<<Lascia che sia io a spiegare tutto>> lo interruppe lei. Poi aggiunse: <<Io lo so che noi siamo una specie di Adamo ed Eva, e che il futuro dell’umanità, forse, dipende da noi. E voglio anche dirvi che Arthur è un ragazzo eccezionale, forte, bello, intelligente e che io sono molto attratta da lui. Però io non posso … non posso concedermi a lui>>. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi la ragazza riprese: <<Perché, per farlo, io devo essere certa che dalla nostra unione germogli un’umanità migliore di quella che ci ha preceduto. Un’umanità in cui prevalga l’amore, anzi incentrata sull’amore. Per questo è importante chi io ami profondamente Arthur e che anche lui mi ami veramente. La nostra unione non deve essere una cosa meccanica, ma un legame spirituale in grado di generare dei figli migliori di noi. Veramente liberi dal male. Elisabeth mi ha preparato a questo momento. Lei mi ripeteva sempre che dovevo concepire solo quando fossi innamorata in maniera assoluta, totale e con una persona che lo fosse altrettanto di me, perché un’umanità malvagia ed egoista già c’era stata e aveva portato solo morte e distruzione. Io mi sento schiacciata da questa grande responsabilità>>.

<<Giustissimo>> disse Mike  <<tu sei innamorata di mio figlio?>>.
<<Da impazzire>>.
<<E tu Arthur la ami?>>.
<<Muoio d’amore per lei>>.
<<Quindi, dov’è il problema?>>.
<<E’ che io non posso essere sicura del suo amore>> disse la ragazza quasi scusandosi.
<<E che cosa deve fare Arthur per convincerti che ti ama in modo assoluto e totale?>>.

<<Gliel’ho ripetuto centinaia di volte che è proprio così>> disse il ragazzo.

<<Zitto>> disse Mike <<evidentemente, le parole non bastano>>.

<<Infatti>> aggiunse Maryam <<per averne la certezza, io dovrei guardarlo negli occhi. Il suo sguardo non potrebbe mentire>>.

<<E guardami, allora>>.

<<Lo sai che da vicino non ci vedo bene. Per me è impossibile conoscerti veramente>>. La ragazza stava piangendo.

<<Quindi, se tu fossi in grado di vedere bene i suoi occhi per poterlo guardare in profondità, per vedere la sua anima, non ci sarebbero problemi?>> disse Mike.

<<Non credo>> rispose la ragazza mentre si asciugava le lagrime con la mano.

A quel punto Mike scoppiò in una risata chiassosa, sonora, argentina. Ora era lui che piangeva, ma dal ridere. Afferrò i due ragazzi per le mani e corse verso l’automobile. Sempre ridendo li spinse dentro e partì sgommando come un pazzo. La macchina scivolava veloce lungo la strada che scendeva dal monastero verso la valle. Le buche e i rami la facevano sobbalzare in continuazione. Mentre guidava, Mike rideva e batteva le mani sul volante. In pochi minuti furono davanti ai ruderi di un immenso centro commerciale. Entrarono. Le grandi finestre lasciavano passare molta luce. Mike, camminando velocemente, precedeva i due ragazzi e dettava l’andatura. Girava per i corridoi come un forsennato. Finalmente si fermò. Entrò in un negozio semidistrutto e cominciò a frugare nei cassetti. Gettava tutto in aria. Afferrò alcuni occhiali da presbite e li porse a Maryam: <<Indossali>>.

La ragazza non li aveva mai visti, ma capì istintivamente come si facesse. <<Ora guarda Arthur>>. Lei si girò. Con gli occhiali era anche più bella. I due si guardarono negli occhi. Lei si avvicinò ad Arthur e lo baciò. La connessione tra le anime era stabilita. L’umanità avrebbe avuto una seconda possibilità.

“La vicenda di un lavoratore bastardo”, l’imperdibile romanzo di Marco Di Mico

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

versione elettronica

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

 Copertina libro

 



La vittoria debole

logo_300Se ancora ci fosse lo scontro Comunismo – Capitalismo, sicuramente, oltrecortina griderebbero vittoria. Il Capitalismo, infatti, sembra stia implodendo sotto il peso del Mercato e della Finanza, ossia delle cose che dovrebbero promuoverlo e farlo crescere.

Il crollo del Comunismo ha dimostrato che l’economia non può essere interamente pianificata e che per mantenere efficienza e produttività elevate ha bisogno del prezzo e della concorrenza. Altrettanto chiaramente le nostre difficoltà stanno evidenziando l’incapacità del Capitalismo di fare a meno dell’intervento dello Stato nella formazione della domanda globale, nella tutela del lavoro e, soprattutto, sono la prova di come la preponderanza della Finanza stia distruggendo l’economia reale.

Dopo la caduta del Comunismo, l’Occidente ha confidato ciecamente nel libero Mercato e nell’onnipotenza della Finanza. Seguendo queste strade, però, in pochi anni le nostre economie sono diventate più deboli, e meno competitive. Dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto tre gravi crisi finanziarie:

1)   Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998).

2)   La Bolla di Internet (2000). Cui ha fatto seguito la crisi economica del 2001.

3)   Il crack dei mutui subprime (2007). Da cui è scaturita la crisi che stiamo vivendo e che sta mettendo a repentaglio la solidità di interi paesi, dell’euro e forse della stessa Europa.

Durante queste crisi gli Stati hanno speso ingenti somme per sostenere gli istituti finanziari. In special modo per l’ultima si stanno investendo cifre da capogiro. Si salvano le banche, si comprano i titoli di stato dei Paesi in difficoltà e si fa di tutto per far tornare a crescere l’indice borsistico. Come se il benessere dei cittadini dipendesse, veramente, dai numeri degli indici azionari.  Nonostante tutto questo esborso di denaro pubblico, però, le condizioni di vita stanno lentamente peggiorando. Le tasse aumentano, i giovani non trovano lavoro, e se lo trovano si tratta di lavoro precario, la disoccupazione cresce, la fiducia nel futuro diminuisce l’economia rallenta ed è sempre sull’orlo della recessione. Dati i risultati, è evidente che questi soldi sono spesi male. Bisognerebbe spenderli per rilanciare l’economia reale, per aiutare chi produce, chi commercia, chi assume. Non si possono sperperare i soldi della collettività per dare valore a dei titoli virtuali, che magari racchiudono altri titoli altrettanto virtuali.

Il nostro Paese, ma più in generale il mondo intero, ha bisogno di crescita economica reale, fatta di fabbriche che producono e assumono, di beni tangibili, di lavoro regolare e tutelato. Abbiamo bisogno di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, e non di indici che salgono. Ora gli Stati, invece di sostenere il lavoro, sostengono la Finanza. Viene garantita la ricchezza di pochi invece che il benessere di molti.

Il mondo è vittima di un sistema che non riesce più a controllare. Secondo i dati riportati da Luciano Gallino (in “Finanzcapitalismo”, Einaudi) trenta anni fa, le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Questo nei mercati ufficiali che sono controllati. Nei mercati diciamo liberi, dove, di fatto, non ci sono né effettivi controlli, né vere garanzie, e denominati “over the counter”, sempre nel 2007 l’ammontare di questi derivati era stimato pari a 12,6 volte il PIL del mondo. E ora, vista la facilità con cui vengono salvate le banche compromesse con questi prodotti finanziari, sarà ulteriormente aumentato.

Il sistema finanziario mondiale si è trasformato da strumento dell’economia reale a suo padrone. Le risorse disponibili sono tutte destinate a garantire questo ammasso di titoli che racchiudono solo altri titoli e che sono completamente slegati da ogni garanzia reale. Oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con attività economiche reali materiali e immateriali. L’Unione Europea e gli USA, assieme a tutti gli altri Paesi, dovrebbero passare dalle azioni puramente difensive come il fondo salvastati, gli Eurobond e il salvataggio delle banche troppo esposte con i titoli spazzature ad una fase offensiva. Di forte contrasto alla speculazione.

La Tobin tax potrebbe andare in questa direzione, sfatando il mito della incontrollabilità dei movimenti finanziari. Questa tassazione, proposta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni per stabilizzarle (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale. L’Idea principale è che la modica tassazione peserebbe sulla speculazione, perché effettua molte operazioni, mentre non danneggerebbe gli investimenti tradizionali che sono praticamente statici. L’Europa si è decisa ad adottarla, ma con molta riluttanza e, solo dal 2014. Forse non sarà completamente sufficiente, ma è già un inizio.

E’ necessario ritornare ad occuparci di economia, di crescita e di lavoro. Sia per un senso di giustizia, sia perché la stabilità sociale del mondo comincia a vacillare.

 

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Economia italiana. Dove stiamo andando?

logo_300Che cosa rimarrà del nostro sistema produttivo? Forse niente di niente. Fra le aziende che chiudono, quelle che delocalizzano e quelle che sono vendute ai grandi gruppi stranieri, stiamo diventando un deserto industriale. La situazione, nonostante la sua drammaticità, sembra non preoccupare. Il nostro tessuto produttivo si affievolisce sempre di più e noi stiamo perdendo posti di lavoro, conoscenze, ricchezza. In Italia non esiste più la grande industria chimica (nonostante che nel 1963 Giulio Natta vinse il premio Nobel per la chimica), né quella siderurgica, né quella informatica (Olivetti è ormai scomparsa), né quella degli elettrodomestici (Indesit e Merloni non ci sono più).

Molte aziende pur esistendo hanno delocalizzato:

Fiat ha stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Geox ha delocalizzato in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
Dainese ha stabilimenti in Turchia.
Bialetti produce in Cina.
Rossignol ha portato la produzione in Romania.
Omsa produce in Serbia.
Benetton ha stabilimenti in Croazia.
Calzedonia ha delocalizzato in Bulgaria.
Stefanel ha preferito la Croazia.

Poi ci sono le aziende che non sono più italiane.
Bulgari appartiene al colosso francese Louis Vuitton Moet Hennesy (Lvmh).
Emilio Pucci, nel 2000, anche questo marchio è passato sotto il controllo di Lvmh.
Ferré, a inizio febbraio 2011, è stato ceduto al Paris group di Dubai.
Fendi, nel 1999 il marchio fondato dalle cinque sorelle romane, è stata venduta a Lvmh di Bernard Arnault.
Gucci e Bottega Veneta appartengono al gruppo francese Ppr (Pinault -Printemps -Redout).
Valentino è passato qualche anno fa dal gruppo Marzotto al fondo di private equity Permira Holdings Limited (Phl), con base a Guernsey, nelle isole del canale britannico.
Prada, a gennaio 2011, si è quotata alla Borsa di Hong Kong.
Ducati è stata acquistata da Audi.
Bnl è stata acquistata da BNP Paribas.
Cariparma è diventata Crédit Agricole.

Tutto questo, porta verso una dequalificazione del nostro capitale umano. Senza la grande impresa è difficile che si riesca a fare ricerca, innovazione, sviluppo e ad investire in formazione.

Se poi consideriamo che il nostro Paese ha pochi laureati e diplomati, e che è altissimo l’abbandono scolastico, la situazione appare ancora più drammatica. Il nostro spread con la Germania non è preoccupante solo per quanto riguarda i titoli di stato. Nell’istruzione la situazione è ancora più inquietante. In Italia (dati 2009) solo il 15% delle persone tra i 25 e i 64 anni è laureata, contro il 26% della Germania. Mentre i diplomati sono poco meno del 40% contro il 59%. Le persone che hanno completato solo la scuola dell’obbligo sono quasi il 46 per cento in Italia contro il 15% della Germania.

Anche a prescindere dalla recessione attuale, dalle misure prese dal governo Monti, dalla rigidità della Merkel, dallo spread, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, da ogni altro fattore che si è sviluppato dal 2008 ad oggi, la realtà è che l’Italia sta diventando un Paese periferico, marginale, subalterno. Bisogna uscire dalla crisi, ma è indispensabile ricostruire una politica industriale e educativa che ci riporti verso un nuovo Rinascimento. In fin dei conti siamo sempre “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Speriamo che basti.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

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Nasce DOVEVAILPAESE

Cari lettori,

lo scopo di questo Blog è la conoscenza del nostro Paese. Solo mostrando i suoi mali potremo correggerli. Solo la consapevolezza può aiutarci a trovare la via per risollevarci. Lo sdegno deve essere la benzina che ci mette in moto per trasformare l’Italia, per renderla finalmente un Paese civile.
Vi auguro una buona lettura e spero che questo sito vi procuri uno sdegno utile e costruttivo.

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