L’EVOLUZIONE NON È PROGRESSO E NON È ACCETTATA DALL’UOMO

La teoria dell’evoluzione è pressoché un dogma ormai accettato da tutti. È popolare e amata, la si insegna nelle scuole e riscuote un grande favore mediatico e culturale. È una sorta di stella che brilla luminosa nel cielo della scienza. Eppure noi uomini se da un lato ne riconosciamo il valore dall’altro facciamo di tutto per evitarne le conseguenze e la cosa è davvero strana

Ma cosa dice questa teoria?
In sostanza, e semplificando, dice che gli individui di una popolazione sono in competizione fra loro per le risorse naturali; in questa lotta per la sopravvivenza, l’ambiente opera una selezione, detta selezione naturale. Con la selezione naturale vengono eliminati gli individui più deboli, cioè quelli che, per le loro caratteristiche sono meno adatti a sopravvivere a determinate condizioni ambientali. Per cui in ogni momento popolano la terra i soggetti migliori, quelli più adatti e più forti. (si veda: https://it.wikipedia.org/wiki/L%27origine_delle_specie
https://it.wikipedia.org/wiki/Selezione_naturale)

La cosa inspiegabile è che nonostante siano quasi tutti d’accordo con questa teoria, all’atto pratico si cerchi di evitarla, di disattenderla, di non lasciare che agisca indisturbata. Infatti l’uomo ha, giustamente, creato delle sovrastrutture sociali e comportamentali che difendono proprio i più deboli, quelli che rimangono in dietro e che senza un aiuto non ce la farebbero.

È come se l’uomo osservasse la natura dall’alto e decidesse di non farne parte, È come se decidesse di renderla più “umana”. Probabilmente abbiamo dentro di noi la percezione di valori superiori alla stessa natura. Il nostro senso di pietà e di giustizia travalicano la riflessione scientifica alla ricerca di un ordine superiore. Vogliamo realizzare una perfezione diversa da quella che ci circonda e che noi sentiamo come gerarchicamente superiore, più importante, forse divina.

 

Marco Di Mico

 

DESTRA, SINISTRA, O REVOLUZIONE CIVICA?

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Droga libera, Libertà e Aristotele

 

 

 

 

 

 

 

Non sarà che la droga libera serve a darci l’illusione di essere felici quando invece non lo siamo? Non sarà che la parola libertà riferita alla droga serve a illuderci di essere liberi?

A che serve lo Stato?
Perché accettiamo di vivere in uno Stato che ci obbliga a pagare le tasse e a rispettare regole di ogni tipo?
Semplice!! Perché lo Stato dovrebbe garantirci la felicità, o almeno il massimo grado di serenità, soddisfazione, sviluppo. Insomma ci dovrebbe far vivere bene.
Quindi con uno Stato serio, onesto, che funziona, dovremmo stare a posto. Vivere in pace e tranquilli.
E allora se tutto è così perfetto, direi quasi magnifico, perché dovremmo ricercare la nostra soddisfazione, la nostra pace, la nostra gioia nella droga? E soprattutto perché lo Stato dovrebbe permetterci di utilizzarla liberamente?
Viene il sospetto che la droga serva a riempire le falle aperte dagli errori dello Stato nei nostri confronti. Serva a coprire le sue mancanze e a toglierci la lucidità. L’uomo istruito, libero e con le facoltà razionali perfettamente funzionanti fa paura. Per lo Stato incapace e disonesto, che non fa vivere bene i propri cittadini è meglio l’uomo che si accontenta della droga. E’ meglio quello che baratta la propria libertà e la propria dignità con lo “sballo”
A dire queste cose è, in buona sostanza, Aristotele, che nella “Politica” afferma che l’uomo è un animale  politico (politikòn zôon) e quindi portato per sua natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità. Il singolo ha bisogno degli altri sia per ottenere più facilmente ciò di cui vivere, sia perché senza leggi ed educazione non si può raggiungere la felicità. Perché, invece, noi nonostante siamo naturalmente portati a formare delle comunità vediamo spesso lo Stato come un nemico?

Non sarà che la droga libera serve a darci l’illusione di essere felici quando invece non lo siamo? Non sarà che la parola libertà riferita alla droga serve a illuderci di essere liberi? 

 

Cassazione. Sentenza contro il lavoro

cortecassazionePerché il lavoro è così impopolare agli occhi di chi detiene il potere?
Perché da alcuni anni i lavoratori sono sotto attacco?

Con la sentenza n° 25201 del 7 dicembre 2016 la corte di Cassazione stabilisce che “la volontà da parte del datore di lavoro di aumentare i profitti” rappresenta un giustificato motivo oggettivo per il licenziamento. Con questa sentenza della sezione Lavoro della suprema Corte non occorre che vi siano difficoltà economiche o uno stato di crisi per licenziare un lavoratore, ma è sufficiente che l’impresa si riproponga di guadagnare di più.

La sentenza è parte di un disegno molto ampio. L’obiettivo finale è ridurre sensibilmente i salari e le tutele per allineare il lavoro italiano, ma anche europeo, a quello dei paesi emergenti. Quella che stiamo vivendo è la seconda fase della “delocalizzazione”. Oramai gli industriali e le multinazionali che per un certo periodo avevano optato per portare le loro fabbriche nei paesi dell’Est, in Sudamerica, o in Asia, hanno realizzato che questa soluzione ha forti costi di realizzazione. Inoltre in alcuni paesi mancano sicurezza, infrastrutture, qualificazione. Così è iniziata la “fase due”, fatta di forte immigrazione incontrollata e abbattimento delle tutele del lavoro. Gli immigrati sono la mano d’opera che accetterà qualunque lavoro, con qualunque contratto, con qualunque salario, ma per far questo occorrono leggi appropriate, che permettano di rendere sempre più precario il lavoro. La sinistra sta portando a compimento questo progetto contro i suoi stessi cittadini, facilitando l’immigrazione e demolendo le tutele del lavoro.

Naturalmente la precarizzazione del lavoro non è solo colpa di Renzi, ma è comunque la Sinistra ad averla pensata e realizzata. Infatti, il lavoro temporaneo in Italia, venne introdotto dalla legge Treu nel 1997, dall’allora Governo Prodi. L’intento dichiarato era quello di combattere il lavoro nero, aumentare l’occupazione, dare slancio e flessibilità al mercato del lavoro, accrescere la competitività delle aziende. Questa legge si ispirava al modello danese, denominato Flexicurity perché è l’unione di flessibilità e sicurezza. Là, i lavoratori licenziati percepiscono dallo Stato l’80% dell’ultimo reddito ed entrano in un percorso di riqualificazione che ne aumenta l’occupabilità. In Italia, invece, ci si è concentrati sulla flessibilità, tralasciando completamente la protezione sociale. La legge 30 del 2003 (conosciuta come legge Biagi), poi, introducendo il lavoro ripartito, a progetto, intermittente, accessorio e occasionale non ha certo migliorato la situazione. Gli imprenditori hanno guadagnato la possibilità di licenziare, i politici quella di vantarsi di aver modernizzato il Paese e i lavoratori, purtroppo, pagano il tutto.

Successivamente il governo Monti ha, con il “decreto salva Italia” del 2012, liberalizzato tutto il commercio, permettendo ai negozi di rimanere aperti 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana, senza aumentare la protezione dei lavoratori di quel settore, che si sono ritrovati a dover rinunciare alle domeniche e alle festività religiose e civili come Natale, I° Maggio, 25 aprile, Pasqua ecc…senza contropartita. Inoltre questo governo, con la “legge Fornero” ha ulteriormente danneggiato i lavoratori che hanno visto allontanarsi la data della pensione.

Poi, Renzi con il suo Jobs act ha tolto la protezione dell’art. 18 e ora questa sentenza contribuisce a quest’opera di smantellamento della difesa dei diritti dei lavoratori.

Questo attacco al lavoro e ai lavoratori parte da lontano e purtroppo non è ancora giunto alla fine. Per fermarlo e magari ricacciarlo facendolo retrocedere abbiamo una sola arma: la prossima volta che avremo la fortuna di andare a votare, valutare con la massima attenzione i programmi dei partiti e soprattutto ricordarsi di chi ha contribuito maggiormente a rendere precario e instabile il lavoro.

 

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Referendum, 4 risate per decidere

scheda-referendum1Secondo voi, la Costituzione deve essere accessibile a tutti, oppure la sua comprensione deve appartenere a pochi eletti?

E sempre secondo voi, è più facile ingannare i cittadini con una legge chiara oppure con una incomprensibile?

Per farsi un’idea di cosa votare al quesito referendario di domenica 4 dicembre, vi invito a confrontare l’art. 70 attualmente in vigore nella nostra Costituzione con il nuovo art. 70 proposto da Renzi. Il confronto vi aprirà gli occhi e vi mostrerà su quale simbolo apporre la vostra croce.

A parte le risate che vi farete, alla fine della lettura provate a sintetizzarne il contenuto. Qui da noi nessuno ci è riuscito.

 

ARTICOLO 70 IN VIGORE OGGI

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere

ARTICOLO 70 PROPOSTO DA RENZI

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche (NdR art. 6 Cost.), i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71 (NdR referendum popolari propositivi e d’indirizzo, ecc.), per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma (NdR modalità di attribuzione dei seggi del Senato e di elezione tra consiglieri regionali e sindaci), 80, secondo periodo (NdR autorizzazione alla ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia alla U.E.), 114, terzo comma (NdR ordinamento della Capitale), 116, terzo comma (NdR attribuzione alle Regioni di ulteriori forme e condizioni di autonomia), 117, quinto (NdR norme di procedura concernenti la partecipazione delle Regioni alle decisioni volte alla formazione degli atti normativi dell’U.E.) e nono comma (NdR casi e forme di accordi delle Regioni con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato), 119, sesto comma (NdR fondo perequativo per territori con minore capacità fiscale per abitante), 120, secondo comma (NdR procedure per l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato rispetto alle Regioni), 122, primo comma (NdR principi fondamentali concernenti il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente, Giunta e consiglieri regionali), e 132, secondo comma (NdR aggregazione di un Comune ad altra Regione). Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma (NdR intervento della legge statale in materia riservata alla competenza regionale quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale), è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma (NdR bilancio e rendiconto consuntivo), approvati dalla Camera dei deputati sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.

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MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

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Amministrative 2016. La Verità

Elezioni_amministrative_2016I partiti tradizionali, PD e FI in testa, con i loro apparati burocratici, le loro sezioni, organizzati come un esercito e che costano milioni di euro sono finiti. Non hanno più presa sui cittadini italiani che ora pretendono dai politici onestà, trasparenza, coerenza tra dichiarazioni e fatti.

 

I giochi sono fatti. Gli italiani hanno votato e ora iniziano le danze. Ogni partito dichiarerà la sua “profonda” soddisfazione per i risultati raggiunti e si reputerà soddisfatto. I media che contano e che sono tutti al servizio dei partiti tradizionali faranno le capriole per avvalorare queste tesi fasulle. Ma la verità è una sola. La verità è che i partiti tradizionali, PD e FI in testa, con i loro apparati burocratici, le loro sezioni, organizzati come un esercito e che costano milioni di euro sono finiti. Non hanno più presa sui cittadini italiani che ora pretendono dai politici onestà, trasparenza, coerenza tra dichiarazioni e fatti.
Il PD non vince al primo turno in nessuna città importante, neanche a Torino e Milano dove i suoi candidati avevano fatto bene ed erano super favoriti.

A Roma il Pd parla di “Miracolo” Giachetti per aver raggiunto meno del 25% delle preferenze.
Se la prestazione di Giachetti, sostenuta da tutte le sezioni del partito e dalla rete di interessi di “mafia capitale” è stata un successo, allora quella della Meloni che si è presentata sostenuta solo dalla sua faccia e dalla sua credibilità potrebbe essere definita un “trionfo”. E quella della Raggi, esponente del Movimento cinque stelle qualcosa di veramente “divino”.  

C’è nell’aria odore di cambiamento e la politica tradizionale se vorrà continuare ad esistere dovrà rinunciare all’affarismo e alle collusioni che l’hanno caratterizzata fino ad oggi.

marco di mico

 

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Integrazione. Strategia possibile?

moscheaIntegrazione…  integrazione… integrazione. Questa parola rimbalza in ogni calle, in ogni città, in ogni nazione europea. Non si sente altro. Dal mare del Nord al Mediterraneo, dalle coste atlantiche a quelle dell’Egeo sembra sia l’unica strategia possibile per affrontare il terrorismo islamico. Come al solito i politici europei o non hanno capito niente o si sforzano di manipolare, con le loro affermazioni, i nostri giudizi e la nostra comprensione di quello che succede.

Fra gli attentatori di Parigi e di Bruxelles ci sono dei giovani nati in Occidente e vissuti secondo i nostri canoni. Hanno studiato in Europa e condiviso con i loro coetanei passioni e divertimenti. Sono, quindi, persone “estremamente” integrate. Eppure ad un certo punto della loro vita hanno deciso di abbandonare la loro integrazione per diventare assassini. È evidente che il problema va ricercato da un’altra parte.
Allora qualche altro capoccione alla guida di noi cittadini europei ha puntato il dito sulla povertà e sul degrado di alcune periferie. Dimenticando che nelle periferie non ci sono solo islamici.

Dunque bisognerebbe capire che cosa porti, veramente, questi giovani a un cambio di vita così radicale. Quali sono i motivi che spingono molti ragazzi di fede islamica a partire come foreign fighters o, peggio, ad abbracciare il terrorismo?.
Che cos’è che li affascina in una scelta così estrema.

La miseria e l’integrazione non c’entrano nulla. A spingerli è una propaganda che li convice di essere superiori. Che gli fa credere che loro sono gli eletti, i puri, gli angeli che devono punire noi peccatori degenerati. Naturlamente non tutti i musulmani si lasciano convincere. A subire il fascino di questa campagna sono solo coloro che già provano per noi occidentali un sentimento di repulsione e superiorità. Solo chi già ci disprezza perché ci giudica deboli, molli, inermi, dubbiosi, privi di forti convinzioni religiose, etiche, morali si lascia convincere. Solo chi odia i nostri costumi, il nostro amore per la pace, per l’eguaglianza, per la libertà (che interpreta come fragilità) ci vuole distruggere e annullare. I reclutatori forniscono sia gli strumenti ideologici sia quelli di morte, ma non possono costringerli a diventare i nostri assassini e a odiarci senza una base di tacita approvazione. I reclutatori riescono a trasformare dei ragazzi integrati in violenti e spietati soldati di Dio perché possono far leva su idee e convinzioni molto diffuse e che sono state già lungamente metabolizzate. Chi si lascia convincere è perché già nutre per noi odio e disprezzo, e perché già si ritiene il rappresentante di una civiltà superiore.  La violenza diviene la prova che loro sono più forti di noi, che hanno ragione, che sono nel giusto.

Per prevenire e combattere il terrorismo di matrice islamica, allora, bisognerebbe che i musulmani “sani” divenissero i difensori delle nostre convinzioni, dell’eguaglianza fra uomo e donna, del rispetto della libertà e dei diritti altrui. Dovrebbero avere la lucidità di accettare il nostro modello di vita e di società. Non devo adottarlo, basta che lo rispettino, facendo attenzione a non criticarlo, a non giudicarlo sbagliato. Finché non troveranno la forza per compiere una simile operazione la pace sarà sempre messa a rischio.

 

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Io sono il più grande scrittore e la letteratura fa schifo

libro 1La letteratura italiana fa schifo?

Chi è il più grande scrittore italiano?

Perché gli italiani non leggono?

 

 

Sono Marco Di Mico, il più grande scrittore italiano. Il mio libro è l’unico capolavoro della letteratura italiana in commercio. Leggetelo e mi crederete.

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Dicono che gli italiani non leggono.
Per forza, dico io: se gli editori importanti pubblicano solo la merda, non può essere altrimenti.

Da noi non importa quello che c’è scritto nel libro, quello che conta è il nome scritto sulla copertina.
E così le librerie sono piene di libri della Littizzetto, di Buffon, di veline, di letterine, di assassini, di papponi e di politici. Livello artistico ZERO. Qualità ZERO. Fantasia ZERO.

Compri un libro e quando lo hai finito che cosa ti rimane?
NIENTE. Hai buttato quindici euro. Così pensi: “La prossima volta è col piffero che mi fregano”.

Poi in televisione compare un esperto di letteratura, un professorone che occupa un posto importante perché amico di un politico, che ti spiega quanto sarebbe fondamentale che i giovani leggessero. Leggessero che?

La colpa è degli editori che vanno a cercare i romanzi nei cassonetti dell’immondizia e poi allestiscono i loro mercatini con gli scarti, con i rifiuti della società italiana.

Ve lo ripeto. Leggete il mio libro e poi vedrete che la letteratura esiste. Che leggere non è una palla enorme, una mattonata in piena testa, una fregatura colossale. Leggete il mio libro e scoprirete quanto è bello leggere, e come la letteratura accresca il bello presente nelle nostre vite. Se poi non vi dovesse piacere, vi autorizzo ad aspettarmi sotto casa e tirarmelo sulla zucca. Tanto sono sicuro che questo non accadrà, perché il mio libro è bellissimo

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Letteratura. La vicenda di un lavoratore bastardo

copertinalibrookDovevailpaese pubblica un breve stralcio del romanzo di Marco Di Mico “La vicenda di un lavoratore bastardo”.

BUONA LETTURA

 

 

 

 

“Verso sera, i nostri eroi, ripresero i pullman con la sensazione
di aver fatto qualcosa di utile per difendere il proprio futuro.
Avevano camminato, urlato, detto tante parolacce, mangiato
pizza e panini, chiacchierato, pisciato in tutti i bar disponibili,
preso tre o quattro caffè. Insomma, dei veri rivoluzionari, spietati
e determinati. Al ritorno, nel tepore dei sedili anatomici,
si parlava di strategie future e di scenari sindacali. Ognuno si
vantava per il modo in cui aveva urlato e fischiato, o per la
perfezione con cui aveva illustrato la loro situazione ai negozianti
e ai passanti. C’era, poi, chi aveva sventolato la bandiera
“benissimo” anzi in maniera superlativa. Insomma, il ritorno fu
un vero trionfo. Tutti si sentivano dei leader e dei combattenti
in grado di dare una svolta alla propria vertenza grazie all’impegno
e alla partecipazione. Mai illusione fu più disattesa. Con
le leggi che ci sono in Italia, se un’azienda vuole macellare
migliaia di lavoratori, non ha nessun ostacolo. Pare incredibile,
ma è proprio quello che successe e che, forse, sta succedendo
anche in questo momento in qualche parte del nostro meraviglioso,
sgangherato, sfasciato, diroccato, amato Paese. Ognuno
si sentiva meglio, perché reagire è sempre meglio che abbozzare
e basta. Poi, quando arrivò il momento della stanchezza e
della cecagna, i cuori di quegli uomini comuni, mascherati da
intrepidi e coraggiosi combattenti, si riempirono di malinconia.
L’oscurità aprì la porta ai pensieri negativi. La possibilità
di perdere veramente il lavoro sembrò di colpo realistica, e il
pullman divenne silenzioso come una tomba. Anzi, come una
fabbrica abbandonata. Michele tentò di consolarsi pensando ai
suoi bambini, ma la tristezza aumentò ancora di più. Come farli
crescere sereni se avesse perso il lavoro? Come assicurargli un
futuro? Pensieri terribili gli si affollavano nella capoccia e un
forte dolore lo colpì alla bocca dello stomaco.
A casa Susanna gli chiese: «Come è andata?».
«Abbiamo fatto l’Italia» rispose Michele, che poi aggiunse
«speriamo che ora alcuni italiani non si facciano a noi.»
Non gli andava di essere serio, di raccontargli veramente quello che
pensava e che temeva. Non gli andava di essere compatito, coccolato,
rassicurato. Le diede un bacio.
Intanto Michele, da quell’individualista presuntuoso quale
in fondo ancora era, continuava la sua personale battaglia per
impedire lo sfacelo aziendale. La sera, dal suo computer, scriveva
a tutto il mondo per informarlo di cosa stesse succedendo
alla sua azienda, ai suoi colleghi e a lui.”

 

 

Descrizione di google libri:

Il protagonista e i suoi colleghi vengono truffati dall’azienda per la quale lavorano. Michele capisce quale è l’unico modo per affrontare quella situazione, ma per perseguire questa sua idea deve scontrarsi con una parte del sindacato e con molti colleghi che lo avversano perché le sue idee non sono ortodosse. La mancanza di lavoro e di soldi, complicano anche la situazione familiare. Tutto sembra crollare. Ma Michele trova il coraggio di cambiare e di fronteggiare tutte le difficoltà. Con il suo motto “resistere, resistere, resistere” e con la scrittura, riesce a salvare una parte dell’azienda, la famiglia e il rispetto di se stesso.

Dalla quarta di copertina:

Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati. Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista. Insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

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Racconto notiziario. Al volontariato dico NO

AAA-cercasi-volontariCome redazione di dovevailpaese continuiamo il nostro esperimento di informare attraverso il racconto. Siamo, infatti, convinti che le storie raggiungano più facilmente il nostro cervello e il nostro cuore.
A questo proposito pubblichiamo la lettera di un genitore che è stanco delle inefficienze della Pubblica amministrazione e che ritiene sbagliato il volontariato.

 

“Buongiorno,

sono un papà alle prese con la richiesta della scuola di utilizzare noi genitori per pulire, verniciare e manutenere le classi. Dopo un primo periodo in cui ho aderito con slancio, mi ritrovo ad avere dei ripensamenti. Vi scrivo perché mi sento un po’ in colpa per questo mio cambiamento, però mi sono convinto che il volontariato sia profondamente ingiusto e che esercitarlo sia una sorta di complicità con chi ha portato l’Italia a questo livello di inefficienza e degrado. È mai possibile che non ci sia nulla gestito dal Pubblico che funzioni?

Tanto per fare un esempio di come funziona la scuola (almeno quella dove va mia figlia):
Mia figlia ha tre maestre. Italiano, Matematica, Religione. La settimana scorsa sono mancate tutte e tre, e pare che le assenze proseguano anche questa settimana.
I bambini escono da scuola affamati, perché la mensa fornisce pasti insufficienti e di scarsa qualità. Noi paghiamo 80 euro al mese, tutti i mesi, anche quando non si va a scuola perché malati o perché ci sono le vacanze di Natale e di Pasqua.
Le gite culturali sono scarse perché le maestre non se la sentono di portare 23 bambini in giro.
Vorrei precisare che io vivo a Roma, in un quartiere molto centrale e che queste situazioni sono diffuse su tutto il territorio. Infatti un mio amico di Milano riscontra gli stessi problemi.

Finché noi utenti non ci faremo rispettare, finché accetteremo le inefficienze, gli sprechi e i furti con rassegnazione, non otterremo mai servizi in linea con le tasse che siamo obbligati a pagare. Non dobbiamo prestarci al loro gioco. Non dobbiamo renderci disponibili, come volontari, a sopperire alle deficienze della pubblica amministrazione. Dobbiamo pretendere servizi che funzionino, luoghi sicuri e alti livelli di professionalità. È troppo facile far funzionare la macchina pubblica grazie al lavoro non retribuito dei volontari. Perché non bastano le tasse che paghiamo? Dove vanno i nostri soldi? La pressione fiscale italiana è tra le più alte del mondo, perché i servizi che riceviamo non lo sono.
Inoltre c’è, a mio avviso, un problema di eguaglianza tra cittadini. Avete mai visto politici che puliscono le aule di Montecitorio o di palazzo Madama?
Se non lo fanno loro che sono i responsabili del degrado italiano perché dobbiamo farlo noi che siamo le vittime?
Per finire vorrei anche porre l’accento sul fatto che il volontariato, se fatto nei settori sbagliati, può togliere lavoro. Un conto è andare in ospedale a tenere compagnia a chi è solo e un altro è andarvi per fare il lavoro dei medici. Lo stesso ragionamento deve valere per tutti gli altri settori. I volontari devono svolgere solo le attività che non sono concorrenti al lavoro retribuito.
Vi ringrazio per l’attenzione e mi scuso per lo sfogo.”

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
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Il Cristianesimo e la definizione della guerra. Dalle Beatitudini Evangeliche all’idea di “guerra giusta”

agostinobotticelliIn questi momenti di violenza, di attentati e di guerra, come deve comportarsi un Cristiano? Che cosa deve fare per continuare a sperare di entrare nel Regno di Dio?
Un’indicazione precisa ce la fornisce direttamente Gesù nel “discorso della montagna” attraverso quelle che noi chiamiamo “le Beatitudini Evangeliche”:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»
(Matteo 5, 3-12)

È evidente che coloro che saranno “beati”, e che forse lo sono già nella vita presente, sono quelli che non si ribellano, che accettano ogni cosa che il Signore manda loro, che si rimettono completamente nelle Sue mani.

Le “Beatitudini” rappresentano l’autoritratto di Gesù stesso e, quindi, anche quello del Padre. Infatti, Gesù dice: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30-38) e «Chi ha visto Me ha visto il Padre» (Giovanni 14, 6-14).
Cristo con le “Beatitudini” e con la sua vita, ci insegna esplicitamente a non ricorrere alla violenza e a sottomettersi con cuore mite e umile. Ad essere come Lui che è l’Agnello che, con mansuetudine, accetta la croce senza difendersi, senza protestare.
Egli dice: «Beati i miti, perché erediteranno la terra… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Eppure nonostante questo, non riusciamo a seguire questi suoi insegnamenti. Per noi uomini sono irraggiungibili, sono una meta cui tendere ma alla quale non arriveremo mai. Tuttavia anche se sappiamo che non raggiungeremo mai questa perfezione, nulla ci vieta di tentare.

I singoli possono cercare di emulare Gesù, ma uno Stato può rinunciare a difendersi e a difendere i propri cittadini? Come deve, e può, comportarsi uno Stato a maggioranza cristiana, che (nonostante l’omissione della costituzione europea) affonda le proprie radici nel Cristianesimo, davanti a una minaccia concreta? Come può giustificare un intervento armato e il ricorso alla guerra? Questa domanda non è, certamente, nuova.

I primi padri della chiesa, basandosi su alcuni brani del Vangelo e credendo di interpretarne lo spirito, ritenevano che la guerra andasse sempre condannata e che ogni guerra fosse sempre illecita. Il buon senso, e l’esperienza, però, mostravano che perseguire la pace non fosse sempre possibile e che vi erano situazioni in cui bisognava reagire.

Sant’Agostino d’Ippona gettò le fondamenta per risolvere la questione. Il santo, infatti, introdusse l’idea della “guerra giusta”. Per lui la guerra è ingiusta solo se fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria. In tutti questi casi la guerra va considerata un brigantaggio in grande stile.
Per sant’Agostino la guerra è l’extrema ratio per risolvere una controversia tra Stati. Affinché la guerra non sia inhonesta si devono rispettare tre condizioni:

1) che la guerra sia dichiarata dalla “legittima autorità” (legitima auctoritas);

2) che si debba attaccare solo per legittima difesa o per scongiurare un male più grande della guerra stessa.

3) Che sia dichiarata con retta intenzione.

La filosofia Scolastica e in particolare San Tommaso d’Aquino ripresero le posizioni di sant’Agostino e aggiunsero altri due criteri:

1) la guerra deve essere dichiarata come ultima ratio (solo dopo aver esperito tutti i tentativi di trovare soluzioni per via diplomatica);

2) deve essere combattuta in debitus modus, ossia con dei mezzi legittimi e assicurando la protezione dei civili.

Grazie all’opera dei due grandi santi, il problema della definizione dei conflitti ha trovato una sua sistemazione. La possibilità di fare la guerra non è più lasciata all’arbitrio e al desiderio di prevaricazione, si pensi ai grandi conquistatori del passato come Alessandro Magno o, molto più vicino a noi, come Hitler. E, inoltre viene contrastato anche quel pacifismo totale che, rifiutando ogni guerra e ogni tipo di difesa, assume un carattere utopico e impraticabile e che, se attuato fino alle sue estreme conseguenze, causa la rassegnazione alla violenza e dell’ingiustizia.

La “guerra giusta” diviene una sorta di linea mediana, di sintesi in grado contrastare sia l’idea di guerra come fattore naturale della storia dell’umanità ed elemento in grado di portare sviluppo e crescita, sia la rassegnazione al male procurato dagli uomini a gli altri uomini.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

versione elettronica
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versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

 

 

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Letteratura. La scuola e la Luna. Il nuovo capitolo del nostro romanzo a puntante


aulaPubblichiamo oggi un nuovo racconto del nostro romanzo a puntate. Anche se pubblicato per terzo è l’inizio della storia. Che altro dire? “Buona lettura”

 

È il primo ottobre 1968 e sono pronto per il mio primo giorno di scuola. Ho il grembiulino blu, il colletto rigido e un fiocco bianco fatto come Cristo comanda. Sento come una mano che mi strizza la pancia e sono talmente triste che quasi non riesco a respirare. Il fatto è che io vorrei rimanere a casa con mamma. Non voglio andare a scuola. Non sono abituato a lasciare la mia famiglia, non ho fatto neanche l’asilo. Mamma però è stata inflessibile, mi ha detto che se non ci andiamo, vengono i carabinieri e mi ci portano loro. La scuola deve essere una cosa veramente importante, perché mamma si è truccata e sistemata come quando andiamo a un matrimonio. Comunque a me pare sempre un po’ vecchia.

A Roma fa ancora caldo, quindi esco così come sono, cioè con il grembiulino e il fiocco ben visibile. Abbiamo appena lasciato il portone che mamma cade in terra. Io mi giro e non la vedo più. Guardo sotto e la vedo in ginocchio che tenta di rialzarsi. Ha una gamba che è diventata tutta rossa e gonfia. A fatica ritorniamo a casa. Io penso di essermela sfangata, invece no. Mamma ansimando si sdraia sul letto e da quel pulpito improvvisato mi dice che andrò con le mie sorelle. Lei proprio non ce la fa. Mi da tanti baci, una carezza e mi dice di andare. Io guardo il crocifisso che sovrasta il letto e gli chiedo di aiutare e proteggere la mia mamma. Esco da casa ancora più angosciato di prima.
Cammino per strada come Pinocchio in mezzo ai due carabinieri. Ho Adriana a destra e Daniela a sinistra. Alla fine mi ci sono voluti veramente i carabinieri per andare a scuola.

L’edificio è vecchio, molto vecchio, preceduto da un piccolo parco ricoperto di ghiaia e circondato di alberi. Una turba di bambini scalmanati corre e urla da tutte le parti, mentre un altro squadrone prende a calci i tronchi e tira sassi alle foglie.
Dopo un po’ arriva una maestrina che inizia subito a fare l’appello. Io cerco di seguire, ma il frastuono e troppo e non capisco una parola. A un certo punto Adriana dice che mi hanno chiamato. Io vado verso la maestra ma non sono convinto. Mi preoccupo e mi metto a piangere. Allora mia sorella viene lì per consolarmi, ma quella la scaccia in malo modo. È lei che comanda e nessuno gli ha chiesto di consolarmi. Io mi dispero e dagli occhi escono delle gocce che potrebbero riempire il fontanone del Gianicolo. Saliamo in aula ed è una baraonda ancora peggiore che nel cortile. Per metà la classe è formata da bambini che si definiscono “baraccati”. La maestra ci spiega che i genitori di questi bambini hanno occupato un palazzo proprio vicino la scuola e quindi loro non vivendo più nelle baracche non devono definirsi così. A parte questo non ci sono più contatti fra noi e la maestra. Nell’aria volano penne, matite, pallottole di carta, sputi e parolacce. Prego che quest’incubo finisca presto. Cerco di concentrarmi su casa mia, sulla sua quiete e sull’ora di uscita. Mi immergo nei miei pensieri come quando d’estate vado a Ostia con papà e nuoto sott’acqua.  Il mare è bello per questo, perché ti protegge da tutto. Sott’acqua è il posto più bello del mondo. In quel silenzio i tuoi pensieri sono sempre calmi e ti fanno compagnia. Trattengo il fiato fino alle 12.30 quando suona la campanella dell’uscita. Dovrei essere felice che questo strazio è finito, invece mi sento ancora più inquieto. Ho paura che non ci sia nessuno a prendermi, che si sono dimenticati di me.
Tutti si buttano fuori come impazziti, corrono e si spintonano senza guardare e senza sapere dove stanno andando. Io vado piano e guardo con attenzione se c’è qualcuno a prendermi. Alla fine vedo mia sorella Adriana.
Mi riempie di domande. Io mi limito a fare di si e di no con la testa.

È bello rientrare a casa. Vado subito nella stanza da letto. Voglio vedere come sta mamma. Invece il letto è vuoto. Mischiando parole e lagrime mia sorella mi dice che mamma sta in ospedale. Dovrà fare un piccolo intervento alla gamba. Il pomeriggio andiamo da mamma in ospedale, ma io devo aspettare fuori perché possono entrare solo i bambini che hanno almeno dodici anni. Io ne ho appena la metà e quindi devo soffrire. Comunque mamma si affaccia alla finestra e mi saluta. Questo mi tranquillizza un po’.
Torniamo a casa io, papà, Adriana e Daniela. Siamo tutti tristi. Il giorno dopo papà che fa l’operaio in una fabbrica non va al lavoro. Va al mercato a fare la spesa e ci prepara il pranzo. Le mie sorelle sono delle ragazze un po’ più grandi di me, ma non ce le vedo a mandare avanti una famiglia.
A scuola tutto uguale. Baraonda totale, urli, parolacce e confusione. Io faccio la solita immersione. Anche i giorni successivi papà rimane a casa per fare quello che faceva mamma. Io vorrei dirgli che non voglio andare a scuola, però non me la sento perché lo vedo preoccupato. A scuola vado sempre con le mie sorelle. Passano due settimane e mamma sta ancora in ospedale e papà a casa. Devo dire che a cucinare se la cava bene. Oggi è un po’ più allegro e mi dice che «domani o al massimo dopodomani mamma esce». Aspetto con ansia. A scuola cominciamo a fare qualcosa. Quei rari momenti in cui la maestra riesce a parlare o a farci fare i bastoncini o i cerchietti sul quaderno non sono malaccio.

Mamma non esce, «forse dopodomani», mi dice papà. «Devono fare altre analisi, altre lastre prima di dimetterla».
La cosa va avanti così ancora per qualche giorno, fino a che mi dicono che mamma deve fare un altro intervento. Questo è più serio perché gli hanno trovato un grosso fibroma uterino e lo devono rimuovere. Passano altri giorni. Tutte le mattine prima di andare a scuola divento molto triste e mi fa male la pancia. Piango e faccio mille capricci, però mi portano comunque a scuola.
Oggi, però, operano mamma, per cui siamo andati tutti in ospedale. Io come al solito aspetto giù. Per farmi compagnia fanno a turno le mie sorelle, mia zia e papà. Nel pomeriggio torniamo a casa. L’operazione è andata bene. Tra poco mamma tornerà a casa. La scuola è ormai iniziata da un mese. Io continuo ad avere il mal di scuola tutte le mattine. Papà ancora non è tornato al lavoro. Lo vedo molto indaffarato con i certificati medici. Oggi, al ritorno da una visita medica mi ha detto che per altri dieci giorni possiamo stare tranquilli.
Ho iniziato a scrivere le prime parole. Mi sento importante. Riesco anche a leggere le insegne dei negozi. La scuola sarebbe bella se i bambini fossero tranquilli, la maestra urlasse di meno e se, al momento dell’uscita, non avessi paura di non trovare nessuno. Io lo so che mi vogliono bene e che non si possono dimenticare di me, però ho paura lo stesso. A dire il vero c’è anche un’altra cosa che a scuola non va: i bambini che vogliono fare i prepotenti. Io non voglio litigare con nessuno e cerco sempre di evitare le discussioni, specie con quelli più bulli, solo che non sempre è possibile. Alle volte sei costretto e devi reagire. Io so come difendermi, perché anch’io gioco spesso per strada. Però vorrei che la scuola fosse diversa e che non seguisse le stesse regole della strada. Anche fuori da scuola, con i miei amici io non litigo quasi mai. Mio padre vorrebbe che menassi a tutti. Mi ripete sempre che devo colpire per primo e che devo menare per fare male. Perché più fai male, più ti rispettano e più diventano amici tuoi. Lui è un tipo che è cresciuto facendo a cazzotti con tutti. Però io non sono come lui e quindi non gli do ascolto. Penso che ognuno è fatto a modo suo. Comunque, se qualcuno proprio mi costringe gli do uno spintone e quando lui torna all’attacco tutto arrabbiato, lo colpisco con un solo pugno sul mento e quello cade subito per terra. Anche qualche giorno fa a scuola sono stato costretto a fare in questo modo. A scuola è anche più facile, perché i bulletti non si aspettano una simile reazione da uno taciturno e calmo come me.
La situazione è peggiorata. Mamma è stata male per due giorni consecutivi. Alla fine hanno capito che ha un’emorragia interna dovuta all’intervento. In sostanza l’operazione è andata bene ma ora rischia di morire. A casa piangono tutti. Papà è bianco in faccia e silenzioso. Domani devono «riaprire mamma per cercare di fermare l’emorragia». Intanto gli stanno facendo delle trasfusioni in continuazione. Io la sera nel lettone con papà prego la Madonna e Gesù, che sta sul crocifisso sopra il letto, che facciano guarire la mamma. Se la salvano, gli vorrò sempre bene, sia a mamma che a loro. La preghiera mi viene spontanea, anche se noi in famiglia non siamo molto credenti e in chiesa non ci andiamo mai.
La mattina, quando mi sveglio, il lettone è vuoto. Anche casa sembra deserta. Papà è uscito presto per andare in ospedale. Io a scuola non vado. Rimango a casa con mia sorella.
Il pomeriggio papà rientra verso le cinque. È stravolto. Mi abbraccia.
«Tutto bene. Mamma è ancora viva.»
Poi, parlando sia a me sia alle mie sorelle dice che gli hanno fatto uno squarcio che va dalla bocca dello stomaco alla fine della pancia. La convalescenza sarà molto lunga. Lui si dovrà inventare qualcosa per non andare al lavoro.
Io penso che se il problema è reale, non è giusto che uno deve dire le bugie per rimanere con i figli. Dovrebbe bastare la verità.
Papà ricomincia subito con i certificati. «Ora mi devo inventare una malattia lunga. Devo fingere di avere l’esaurimento nervoso. Se qualcuno ti domanda qualcosa, tu rispondi che sono sempre silenzioso e che a casa non faccio niente.»
«Ma papà non è vero» dico io. Appena finisco di parlare, capisco quello che intendeva. Lui non mi risponde. Ha capito che ho capito.
Passa un altro mese e mezzo. Io tutte le sere nel lettone dico le mie preghiere. Nessuno sa che lo faccio. Loro non fanno niente per mamma. Io, invece, prego sempre che guarisca.
A scuola faccio progressi. Leggo e scrivo sempre meglio, però non alzo mai la mano e cerco di non mettermi in mostra in nessun modo. Quando entro in classe, mi tuffo dentro di me per non lasciarmi sporcare dalle urla, dalle risate forzate, dalle occhiatacce, dalle parole inutili vomitate contro tutti.
Ieri la maestra non è venuta. Al suo posto è arrivato un supplente, un ragazzo con i jeans e la camicia a quadri portata fuori dai pantaloni. Ha parlato degli scacchi e ci ha spiegato le regole del gioco. Poi, prima di andare via ha consegnato a ognuno un pieghevole con tutte le regole e con alcuni esempi di mosse. Quasi tutti l’hanno buttato. Io, invece, l’ho riposto per bene nella cartella. Voglio imparare a giocare bene a scacchi. Deve essere bello. Un gioco dove si pensa e non si parla, da fare in silenzio, dove l’avversario va sempre rispettato. Anche il mio compagno di banco l’ha riposto con cura. Anche lui è tranquillo e parla poco. Forse anche sua mamma è malata.
Da qualche giorno mamma ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della camera d’ospedale e a salutarmi. Allora è viva. Non mi hanno detto una bugia. Quasi non me la ricordo più. Però gli voglio bene lo stesso.
Passano altri giorni. Mamma è ancora in ospedale ma papà è più sereno e questo tranquillizza anche me. Ieri sera, poi è rientrato sorridente come non lo vedevo da tanto. La sera, nel lettone, mi ha raccontato che ha dovuto fare una visita da uno psichiatra per vedere se stava fingendo oppure no. Inizialmente aveva pensato di dire la verità al professore e cercare di commuoverlo. Poi, però, ci ha ripensato. «Aveva una faccia da puzzone e non si sarebbe impietosito. Allora mi sono detto: a questo lo devo fregare e basta.»
«E ci sei riuscito?»
«Altroché. Prima gli ho raccontato che mi vedevo un braccio diverso dall’altro e che mi sento come una salsiccia che si muove lungo il corpo. Lui con la testa faceva di si. Poi mi ha messo un caschetto con tutti fili e mi ha detto di non muovermi, però appena si è girato io mi sono dato una scrollata leggera leggera.»
«E poi?»
«E poi quando ha letto il tracciato, ha detto che ho assoluto bisogno di riposo. Hai capito che professore.»
«E adesso?» ho detto io «quanto resterai a casa?»
«Mi ha rilasciato un certificato per due mesi» ha detto papà abbracciandomi.
Sono passati altri giorni. Mamma sarebbe dovuta uscire ma c’è stato un altro problema. Gli hanno riscontrato l’epatite virale. È una cosa che potrebbe essere grave e deve rimanere ancora per un po’ in ospedale. Ormai ci siamo abituati al fatto che papà fa la spesa, cucina, sistema casa.

Passano altri giorni, non so più quanti. Mamma sta per uscire. Questa volta è vero, perché con papà e le mie sorelle siamo andati in un negozio di mobili. Papà che fa l’operaio, dalla felicità ha comprato un sacco di mobili nuovi. Camera da letto, sala da pranzo, lampadari, mobili per l’ingresso. Ha firmato un sacco di cambiali. Vuole fare una sorpresa a mamma. Io ho capito che quando sei contento contento dei soldi non ti importa proprio niente. Lui dice sempre che non abbiamo soldi, però poi ha speso pure quelli che non ha.
Hanno portato i mobili nuovi. Casa non la riconosco più. Adesso mi sembra quasi bella e io mi sento meno povero.
Oggi mamma torna a casa. Le mie sorelle e papà hanno pulito tutto per bene. Casa risplende. Poi papà è andato in ospedale a prenderla e noi figli siamo rimasti in casa. Aspettiamo. Quando suonano al citofono, ci mettiamo tutti e tre vicini e aspettiamo nell’ingresso. Mamma entra e quasi non la riconosco. È molto più magra e sembra più giovane. Lei si guarda in giro spaesata. Dice «È tutto nuovo» e si mette a piangere. Fa il gesto di abbracciarci e noi gli andiamo vicini. Anche noi piangiamo. Lei ci stringe come può. Finalmente è tornata a casa. Le mie preghiere sono servite. Ora devo mantenere la mia promessa.
Con mamma a casa la vita mi sembra più bella. La scuola però è sempre brutta uguale e io tutte le mattine continuo ad avere mal di pancia e lo stomaco che fa le contorsioni. Per fortuna qualche volta mamma si commuove e mi tiene a casa con lei.
A scuola non ci sono grandi novità. La maggioranza dei bambini sono sempre insopportabili. Il mio compagno di banco no. Lui è bravo. Abbiamo imparato a giocare a scacchi e quando gli altri fanno casino noi parliamo delle mosse. Alcune volte porta una piccola scacchiera e durante la ricreazione giochiamo.  Solo noi due, gli altri ci guardano con pietà.
Finalmente la scuola è finita. Io sono stato promosso. Qualcosa ho imparato. Non molto. Non sono diverso da quando ancora non ci andavo. Penso che quest’anno sia stato uno schifo. Per fortuna è arrivata l’estate che ha cancellato tutti i ricordi brutti. Un po’ scendo in strada a giocare con i miei amici. Però non molto, perché preferisco guardare la televisione. Non i programmi dei bambini che sono proprio da scemi, ma quelli dei grandi perché l’uomo sta per andare sulla Luna. Ci pensate? Sulla Luna. Nessuno parla d’altro. Io la guardo spesso, specie quando è piena, e penso che fanno bene ad andare fino lassù. È come quando il sabato vado al mare con papà: è bello farsi il bagno, ma è bello anche il viaggio per arrivarci. L’altro giorno ho sentito alcuni vecchi che dicevano che se l’uomo atterra sulla Luna, quella precipita. Che scemenza. Primo perché l’uomo rispetto alla Luna è una formica, secondo perché se era veramente pericoloso, mica ci andavano. Sono fortunato a vivere in questo periodo. Sai quanto gli sarebbe piaciuto ai Romani o ai Barbari andare sulla Luna? E invece ci andiamo noi e io lo posso guardare da casa. Fanno molti servizi che parlano di questo evento grandioso che a me sembra quasi magico. Intervistano scienziati e astronauti dai nomi difficili, in inglese e lo traducono per noi che non lo conosciamo. Il luogo centrale è Cape Canaveral e si trova in Florida. Qui ci sono gli astronauti, i tecnici, gli scienziati. Ogni tanto mi sogno di andarci anche io. Comunque ieri sera l’Apollo 11 è partito e viaggerà per 4 giorni. Non vedo l’ora che arrivano.
Siamo arrivati, è il 20 Luglio, ma per noi italiani è il 21, per via del fuso orario.  Ha spiegato il TG.
Adesso ho capito che la televisione è una cosa bellissima. Io da casa ho visto la Luna come se ci stessi sopra. E ho visto pure gli uomini che ci camminavano e che scendevano e salivano sul LEM. Ho imparato a memoria anche i nomi dei tre astronauti. Sono Armstrong, Collins e Aldrin. Solo Armstrong e Aldrin sono scesi sul suolo lunare. Collins è rimasto in orbita a pilotare il Modulo di Comando.
Penso in continuazione a tutte le cose meravigliose che ho visto e a quelle che ho immaginato. All’universo e ai viaggi spaziali. Ieri sera stavo nel letto e ho pensato che la missione Apollo e lo sbarco sulla Luna l’hanno fatto apposta per me, per ricompensarmi di tutto quello che ho sofferto quest’anno e mi sono addormentato sereno come non mi accadeva dal primo ottobre dell’anno scorso.

Marco Di Mico

Qui trovate il romanzo
http://dovevailpaese.altervista.org/blog/il-nostro-romanzo-a-puntate/

L’ultimo libro del nostro autore

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Versione elettronica
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versione cartacea
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Viaggiatori senza memoria. L’appassionato singolo di Antonio Lapunzina

a2Dovevailpaese nasce con lo scopo di mostrare dove sta andando il nostro Paese. L’idea è quella di “conoscere per sanare”, ossia di capire le storture e i difetti dell’Italia per potervi porre rimedio. Senza consapevolezza non è possibile trovare delle soluzioni.

Il cantautore siciliano Antonio Lapunzina, con il suo primo singolo “Viaggiatori senza memoria”, va proprio nella stessa direzione. Dalla sua opera, infatti, emerge con estrema chiarezza la necessità di raccontare la cronaca per trovare una cura, un rimedio contro l’immobilismo e il qualunquismo di chi senza memoria rimane spettatore.

Parole dure quelle di Antonio Lapunzina, cantautore siciliano collezionista di vinili nonché insegnante precario che vive in prima persona i problemi del quotidiano, che così racconta la sua scelta di mettere in canzone i suoi pensieri: «Considero la musica un mezzo di comunicazione fondamentale in una società liquida in cui è sempre più difficile guardarsi negli occhi e condividere delle idee. Dal mio primo lavoro discografico mi aspetto passione e verità, un connubio tra cuore e mente per tenere viva quell’esigenza di raccontare al mondo anche ciò che spesso si vuole nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza».

Ascoltalo qui.

 

POESIA. La ricerca della libertà

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Dovevailpaese pubblica una poesia intima e acuta, scritta con assoluta sincerità da chi si interroga sul rapporto uomo-Dio, su quanto ci sia di divino nell’uomo e di quale strada percorrere per congiungersi con la parte divina che risiede in noi.

 

C’era un tempo e, purtroppo a volte c’è ancora, in cui il desiderio di affermarmi e di realizzarmi completamente, mi ha portato a rinnegare l’esistenza di Dio. Lo sentivo come un limite alla mia pienezza, alla mia libertà più assoluta. Nessuno deve dirmi cosa è giusto e cosa non è giusto; che cosa fare e cosa non fare, mi dicevo soddisfatto con una punta di orgolio. Pensavo di essere unico, illuminato, penetrante. E invece ero uno dei tanti. Tutta l’umanità è così. La disobbedienza a Dio è il nostro primo atto eseguito con coscienza (perlomeno così racconta la Bibbia).

C’è da chiederci se questa libertà assoluta e senza regole sia effettivamente un bene da ricercare. Chi l’ha sperimentata, poi, potrà valutare dove lo ha condotto e dove lo porterà.

Queste sono le riflessioni da cui è nata questa poesia.
marco di mico

 

POESIA
DI
MARCO DI MICO

LA RICERCA DELLA LIBERTA’

————

Ognuno sente Dio nel cuore

Ma la mente spesso non lo vuole

 

Vogliamo la libertà

Nessuna imposizione

Neanche quella della verità.

 

Per questo lo rifiutiamo

Per questo lo neghiamo

Per questo non lo sopportiamo

 

Siamo un fiume che non vuole sponde

Che vuole far dilagare le sue onde

 

Siamo un toro scatenato, maleducato

Trascinato da un membro superdotato

 

Vogliamo ubbidire solo al nostro io

Essere noi stessi il nostro Dio.

————

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Droga e Carità. Racconto-notiziario

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LA NOTIZIA.

Circa il 10% degli italiani fra i 15 e 64 anni, quasi 4 milioni, ha assunto almeno una volta nell’ultimo anno una sostanza illegale. Cannabis e cocaina le droghe più diffuse. Lo afferma l’ultima Relazione annuale al parlamento sulle dipendenze (2015) messa a punto dal Dipartimento delle politiche antidroga.

Qui la fonte: http://www.ansa.it/legalita/rubriche/speciali/2015/09/11/drogaquasi-4-mln-italiani-consumatori-nellultimo-anno_d780f05a-9516-4487-96ed-0e5bbc3b4ffa.html

IL RACCONTO.

Questa mattina, al TG, ho sentito la notizia riportata sopra. Poi, dopo poco più di un ora sono entrato in una antica chiesa del centro di Roma. La messa è finita da poco e nell’aria c’è ancora un tenue profumo di incenso. Le navate sono vuote, in penombra, silenziose. .
«Dammi qualche soldo, pure solo un euro, per mangiare» dice il barbone al prete che sta lavando per terra.
«Non posso, ti ho detto di passare lunedì. Oggi è il turno di altri bisognosi. Siete tanti e io devo dare un po’ a ciascuno.»
«Ma io ho bisogno adesso non lunedì.»
«Non insistere, ti prego, non mi mettere in condizione di fare un torto a un altro che ha bisogno e che è solo meno insistente di te.»
«Tu non me li dai perché sono italiano.»
«Non te li do perché devo essere giusto. Ogni giorno ci sono dieci di voi e io rispetto questa scadenza.»
La contrattazione va avanti ancora un bel po’. Poi il barbone dice:
«Ci sono tanti ricchi, tanti ricchi e io non ho neanche da mangiare.»
Il prete apre il portafoglio e gli allunga cinque euro.
«Prendi, questi sono i miei, perché non voglio togliere niente a nessuno.»
Il barbone li prende e senza ringraziare se ne va. Mentre cammina dice: «Ci sono tanti ricchi che mangiano e bevono quando vogliono e che sprecano i soldi per la droga e io non ho da mangiare.»
Arrivato sul portone si gira e ripete: «Ci sono tanti ricchi che mangiano e bevono quando vogliono e che sprecano i soldi per la droga e io non ho da mangiare.»

Oggi ho veramente assistito a questa conversazione. E’ una strana coincidenza. Probabilmente non vuol dire niente, ma sento che, invece, racchiude un significato profondo. Una traccia della condizione umana. Un esempio della nostra stupidita, del nostro egoismo, o di qualcosa che ora mi sfugge.

“23”, il romanzo di Simona Colaiuda

All.2 copertinaUscirà a breve il romanzo di Simona Colaiuda, scrittrice intelligente che conosce a fondo i meccanismi della narrazione e quelli della psicologia umana. Il romanzo vi sorprenderà già dalle prime pagine, trascinandovi nei processi cognitivi e nella coscienza della protagonista. Insomma un libro da leggere e su cui riflettere.

– SINOSSI:

“23” DI SIMONA COLAIUDA.

Ilaria vive a L’Aquila da sempre, ha una meravigliosa migliore amica e un marito che ama e da cui è riamata. Il suo passato familiare, però, le ha scavato nel cuore una cicatrice di dolore e abbandono. Quando i primi tentativi di avere un figlio falliscono, Ilaria vede il suo rapporto di coppia incrinarsi, giorno dopo giorno, tra incomprensioni e fraintendimenti. Ed è proprio durante la crisi che riemerge dal passato Giacomo, il suo primo amore nonché la sua prima, cocente delusione. Simona Colaiuda intesse con maestria una storia di ritorni e abbandoni, un racconto intenso in cui la purezza dell’amore si confonde con la macchia del tradimento fino all’imprevedibile, coinvolgente finale.

Biografia
Simona Colaiuda vive a L’Aquila. Laureata in Economia e Commercio e specializzata in Tecnica Assicurativa, è un consulente assicurativo. La sete di ricerca l’ha spinta a intraprendere studi in Psicologia e a diventare un Coach professionista. Collabora con diverse riviste nazionali, come esperto di tematiche assicurative e di coaching. Ha scritto saggi pubblicati su diverse antologie e una raccolta di racconti dal titolo ‘Storie d’amore’ (2015). ’23’ è il suo primo romanzo.

– link del libro:

http://www.13lab.it/ecommerce/home/34-23.html (Casa Editrice 13Lab)

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Lo sguardo

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LO SGUARDO

di

Marco Di Mico

Dio ci guarda da milioni d’anni e non si stanca. E’ un mistero per me questo fatto. Che cosa trova in noi di interessante? Le nostre vite sono noiosamente tutte uguali da sempre. Nasciamo bellissimi, buoni, perfetti. Nell’adolescenza sogniamo cose grandiose. Diventiamo cinici e indifferenti nella maturità. Rassegnati e stanchi nella vecchiaia. I nostri sogni lentamente sbiadiscono e la vita perde colore. L’entusiasmo viene sostituito dalla concretezza e l’amore dall’egoismo. Ognuno è un attore che recita la stessa parte. Le interpretazioni possono variare lievemente. Per noi che calchiamo la scena una sola volta, può essere entusiasmante, ma per chi osserva sempre la stessa rappresentazione dovrebbe essere soporifero, barboso. Eppure il Creatore continua a guardarci. Gli bastano quelle impercettibili differenze? O forse i suoi occhi frugano nel nostro grigiore alla ricerca di quei rari bagliori di genialità, o di bontà, che a volte sprigioniamo. Forse gli bastano queste rare scintille o forse gioisce dei nostri insignificanti progressi.

 

Ritroverete questo breve scritto nella sezione “Riflessi”

 

Qui di seguito un libro dell’autore di questa breve, ma intensa riflessione

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea

http://www.mondadoristore.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

 

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Poesia: I morti che vivono scontenti

TINTORETUna poesia di Marco Di Mico che, con ogni probabilità, farà molto rumore. Bella e cattiva esprime il malessere di molti che in questi anni di crisi stanno soffrendo fra l’indifferenza della politica e delle istituzioni, offesi e oltraggiati oltre che dalle proprie difficoltà dallo spettacolo di una classe politica corrotta, egoista e meschina oltre ogni immaginazione.

Un invito agli uomini di potere a non esasperare gli esasperati, non affamare gli affamati, non opprimere gli oppressi.

I morti che vivono scontenti

nelle misere case da contribuenti

che sono cittadini esemplari

e si impiccano ai lampadari

che lavorano dignitosi

e fanno una vita da merdosi

che credono nella politica, nella condivisione

e che sperano nella pensione,

risorgeranno col membro di fuori

per squartare i senatori

gli industriali, i banchieri, i parlamentari

perché pensano solo a fare affari;

violenteranno le loro figlie

bruceranno intere famiglie

gli diranno che è anticostituzionale, violento, brutto

ma loro risponderanno con un rutto

e non crederanno più al telegiornale e alle altre parole

perché dovranno salvare la loro prole.

In quel giorno torneranno giustizia e pace,

e verrà il mondo che ci piace.

Marco Di Mico

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Poesia: Dove va il nostro amore passato?

Poesia: Dove va il nostro amore passato?

 

Pubblichiamo una poesia di Marco Di Mico,

dal titolo

DOVE VA IL NOSTRO AMORE PASSATO?

Dove va il nostro amore passato?

Quello oramai provato

Quello già speso

Quello a volte dimenticato.

Quello dolce per i nostri figli ancora bambini

Quando li portiamo a giocare nei giardini

Quello carnale per la donna che baciamo

Quando forte al petto la stringiamo

Quello per noi stessi quando riflessi ci guardiamo

E diversi e soli non ci riconosciamo.

Va buttato?

Va sprecato?

Va perso?

O sostiene l’universo?

Fa girare il soli?

Sbocciare i fiori?

O nascere nuovi semplici amori?

Marco Di Mico

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

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La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Le furbizie di Sky. La peggior televisione esistente in Italia.

Buongiorno,

volevo raccontare come Sky si comporta con i suoi abbonati.

Io sono Marco Di Mico e sono abbonato a SKy da sempre, oltre 10 anni. Per tutto questo tempo ho usufruito del “Mosaico Interattivo”. Improvvisamente tale servizio non ha più funzionato. Premendo il tasto verde del telecomando non compare più il famoso “Mosaico”, ma una pagina nella quale si viene invitati a comporre un numero di telefono.

Chiamato quel numero (che è anche a pagamento) si viene informati che per riavere il servizio bisogna pagare altri 5 euro.

A me sembra che questa modifica unilaterale delle condizioni e dei sevizi offerti sia una truffa ai danni di noi cittadini. Non vi fidate.

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

“La vicenda di un lavoratore bastardo”. Intervista al suo autore

La redzione di “dovevailpaese” riporta l’intervista rilasciata da Marco Di Mico alla rivista medeaonline.
Si ringraziano i responsabili per la loro gentile concessione.

 

Marco Di Mico, curatore per la Utet di tre volumi delle edizioni critiche della storia del pensiero economico nonché storica penna di Medeaonline (per cui dirige la sezione Economia e lavoro), firma, per Medea edizioni, Storia di un lavoratore “bastardo”, un romanzo amaro e spietato sul dramma di Michele disoccupato cinquantenne nell’Italia martoriata dalla crisi economica

Marco puoi riassumere in due parole di cosa parla il tuo libro?
«Preferisco dirti cosa c’è dentro, come fossero gli ingredienti di una ricetta. Ci ho messo una grande truffa rifilata a duemila lavoratori, le lotte per difendere il lavoro, gli scontri fratricidi fra le diverse sigle sindacali e fra lavoratori, perché quando tutto precipita, le capocce sragionano. Poi ci sono le tensioni familiari che si creano quando si perde la stabilità economica. E c’è un protagonista che viene cambiato da queste difficoltà e che, da insensibile menefreghista, si trasforma in un sindacalista, seppure sui generis, che trova il modo per salvare i suoi colleghi e l’azienda. Inoltre ci sono la scoperta della scrittura come mezzo di resistenza e di sopravvivenza e la tenacia, il coraggio e la voglia di non mollare. Ma soprattutto c’è una visione del mondo che vede nei problemi uno strumento per conoscerci e per migliorarci. Sono i colpi di scalpello con cui Dio ci modella per renderci come lui ci ha concepiti. Tutti questi temi, poi, sono messi assieme e raccontati come un thriller. Perché quando a cinquant’anni ti ritrovi disoccupato e senza speranza, sei di fatto bello che morto».

Sbaglio dicendo che il tuo romanzo si potrebbe inserire nel filone della “letteratura industriale”?
«Non sbagli per niente. Però io lo collocherei più tra i romanzi storici. Perché racconta la mortificazione del lavoro, dei lavoratori e di conseguenza degli uomini che una politica troppo concentrata su se stessa e sulla difesa dei suoi privilegi sta permettendo in questo particolare periodo storico».

Se il boom economico raccontato da Bianciardi era considerato vita agra, questo “sboom” che descrivi nel tuo romanzo come si potrebbe definire?
«Un periodo di transizione. E’ evidente che il sistema non può continuare su questa strada. Un profondo cambiamento è indispensabile. O ricollochiamo gli uomini al centro della vicenda economia e politica, oppure il nostro Paese, ma più in generale tutto l’Occidente, imploderà. Abbiamo guardato il mondo attraverso un’ottica economico-finanziaria e non ha funzionato. E’ ora di cambiare. Per i prossimi anni ci aspetta un compito importantissimo: tracciare la “nuova-via” da seguire dopo i crolli delle ideologie, dell’industrializzazione, del consumismo, del Mercato, e della Finanza. Dove saremo come società occidentale fra dieci o venti anni? Questa è la domanda cui dobbiamo rispondere».

Perché, oltre alla cronaca quotidiana della crisi del lavoro, era importante raccontarla in un’opera di fantasia?
«Le notizie non ci toccano. Le statistiche ci lasciano indifferenti. Sono cose astratte, lontane. I numeri, anche se ci parlano di una realtà drammatica, sono sempre numeri. Sappiamo che la disoccupazione è salita. E allora? Sentiamo che ogni anno muoiono un milione di bambini per malnutrizione? Restiamo indifferenti. Perché quella sofferenza è sconosciuta, impersonale. Invece se incrociamo gli occhioni tristi di un cagnolino, ci commuoviamo. Per partecipare emotivamente alle sofferenze degli altri, abbiamo bisogno di sentirli vicino, di immedesimarci con loro. E la letteratura vi riesce benissimo. Riesce a farci vivere, nella nostra fantasia, le vite di persone lontane sia nello spazio sia nel tempo, oppure, addirittura, inesistenti. E’ per questo che ho scelto questa forma espressiva. Per raggiungere i sentimenti e, di conseguenza, le coscienze».

Ho notato uno stile di scrittura solido e strutturato in periodi lunghi. A mio parere è uno stile molto elegante, hai dei riferimenti letterari per quanto riguarda questo aspetto della scrittura?
«Guarda, non ci ho mai riflettuto. Io scrivo nella maniera che mi viene spontanea. Anche se sono consapevole che tutti i romanzi letti, i film visti e le pubblicità subite hanno influenzato il mio modo di raccontare e di costruire le frasi. Un modello di scrittura, però, lo avrei. Ed è quello tracciato da don Milani e dai suoi ragazzi nella loro “Lettera ad una professoressa”. Mi piace sia per il suo stile semplice, comprensibile, vero, sia per l’impegno civile e sociale che racchiude».

Possiamo aspettarci un altro romanzo di Marco Di Mico?
«L’ho già iniziato. Per adesso il suo titolo è: “Piovono nella notte gocce lontane”».

La recensione

La storia di Michele, cinquantenne egoista, borioso e menefreghista, alle prese con la disoccupazione e una crisi famigliare, è una parabola morale sul valore e sul significato del lavoro.  La scrittura, strumento democratico di “autoanalisi”, giocherà un ruolo importante nella maturazione del protagonista. Di Mico tratteggia le vicende di Michele con uno stile elegante e molto preciso, il romanzo non tralascia nulla della soffocante e drammatica vicenda umana e lavorativa del protagonista.

Marco di Mico
La vicenda di un lavoratore “bastardo”
Medea edizioni, 352 pagine, 16 euro

Copertina libro

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

 

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

– See more at: http://www.medeaonline.net/?p=17710#sthash.VU6Fc4SL.dpuf

Marco Di Mico, curatore per la Utet di tre volumi delle edizioni critiche della storia del pensiero economico nonché storica penna di Medeaonline (per cui dirige la sezione Economia e lavoro), firma, per Medea edizioni, Storia di un lavoratore “bastardo”, un romanzo amaro e spietato sul dramma di Michele disoccupato cinquantenne nell’Italia martoriata dalla crisi economica

Marco puoi riassumere in due parole di cosa parla il tuo libro?
«Preferisco dirti cosa c’è dentro, come fossero gli ingredienti di una ricetta. Ci ho messo una grande truffa rifilata a duemila lavoratori, le lotte per difendere il lavoro, gli scontri fratricidi fra le diverse sigle sindacali e fra lavoratori, perché quando tutto precipita, le capocce sragionano. Poi ci sono le tensioni familiari che si creano quando si perde la stabilità economica. E c’è un protagonista che viene cambiato da queste difficoltà e che, da insensibile menefreghista, si trasforma in un sindacalista, seppure sui generis, che trova il modo per salvare i suoi colleghi e l’azienda. Inoltre ci sono la scoperta della scrittura come mezzo di resistenza e di sopravvivenza e la tenacia, il coraggio e la voglia di non mollare. Ma soprattutto c’è una visione del mondo che vede nei problemi uno strumento per conoscerci e per migliorarci. Sono i colpi di scalpello con cui Dio ci modella per renderci come lui ci ha concepiti. Tutti questi temi, poi, sono messi assieme e raccontati come un thriller. Perché quando a cinquant’anni ti ritrovi disoccupato e senza speranza, sei di fatto bello che morto».

Sbaglio dicendo che il tuo romanzo si potrebbe inserire nel filone della “letteratura industriale”?
«Non sbagli per niente. Però io lo collocherei più tra i romanzi storici. Perché racconta la mortificazione del lavoro, dei lavoratori e di conseguenza degli uomini che una politica troppo concentrata su se stessa e sulla difesa dei suoi privilegi sta permettendo in questo particolare periodo storico».

Se il boom economico raccontato da Bianciardi era considerato vita agra, questo “sboom” che descrivi nel tuo romanzo come si potrebbe definire?
«Un periodo di transizione. E’ evidente che il sistema non può continuare su questa strada. Un profondo cambiamento è indispensabile. O ricollochiamo gli uomini al centro della vicenda economia e politica, oppure il nostro Paese, ma più in generale tutto l’Occidente, imploderà. Abbiamo guardato il mondo attraverso un’ottica economico-finanziaria e non ha funzionato. E’ ora di cambiare. Per i prossimi anni ci aspetta un compito importantissimo: tracciare la “nuova-via” da seguire dopo i crolli delle ideologie, dell’industrializzazione, del consumismo, del Mercato, e della Finanza. Dove saremo come società occidentale fra dieci o venti anni? Questa è la domanda cui dobbiamo rispondere».

Perché, oltre alla cronaca quotidiana della crisi del lavoro, era importante raccontarla in un’opera di fantasia?
«Le notizie non ci toccano. Le statistiche ci lasciano indifferenti. Sono cose astratte, lontane. I numeri, anche se ci parlano di una realtà drammatica, sono sempre numeri. Sappiamo che la disoccupazione è salita. E allora? Sentiamo che ogni anno muoiono un milione di bambini per malnutrizione? Restiamo indifferenti. Perché quella sofferenza è sconosciuta, impersonale. Invece se incrociamo gli occhioni tristi di un cagnolino, ci commuoviamo. Per partecipare emotivamente alle sofferenze degli altri, abbiamo bisogno di sentirli vicino, di immedesimarci con loro. E la letteratura vi riesce benissimo. Riesce a farci vivere, nella nostra fantasia, le vite di persone lontane sia nello spazio sia nel tempo, oppure, addirittura, inesistenti. E’ per questo che ho scelto questa forma espressiva. Per raggiungere i sentimenti e, di conseguenza, le coscienze».

Ho notato uno stile di scrittura solido e strutturato in periodi lunghi. A mio parere è uno stile molto elegante, hai dei riferimenti letterari per quanto riguarda questo aspetto della scrittura?
«Guarda, non ci ho mai riflettuto. Io scrivo nella maniera che mi viene spontanea. Anche se sono consapevole che tutti i romanzi letti, i film visti e le pubblicità subite hanno influenzato il mio modo di raccontare e di costruire le frasi. Un modello di scrittura, però, lo avrei. Ed è quello tracciato da don Milani e dai suoi ragazzi nella loro “Lettera ad una professoressa”. Mi piace sia per il suo stile semplice, comprensibile, vero, sia per l’impegno civile e sociale che racchiude».

Possiamo aspettarci un altro romanzo di Marco Di Mico?
«L’ho già iniziato. Per adesso il suo titolo è: “Piovono nella notte gocce lontane”».

La recensione

La storia di Michele, cinquantenne egoista, borioso e menefreghista, alle prese con la disoccupazione e una crisi famigliare, è una parabola morale sul valore e sul significato del lavoro.  La scrittura, strumento democratico di “autoanalisi”, giocherà un ruolo importante nella maturazione del protagonista. Di Mico tratteggia le vicende di Michele con uno stile elegante e molto preciso, il romanzo non tralascia nulla della soffocante e drammatica vicenda umana e lavorativa del protagonista.

Marco di Mico
La vicenda di un lavoratore “bastardo”
Medea edizioni, 352 pagine, 16 euro

– See more at: http://www.medeaonline.net/?p=17710#sthash.VU6Fc4SL.dpuf

Letteratura. “Darshan” il racconto completo di Marco Di Mico gratis per voi

La redazione di dovevailpaese pubblica l’intero racconto di Marco Di Mico e si scusa per il periodo di assenza.
A tutti voi auguriamo buona lettura

 

Darshan

 

Racconto

di
Marco Di Mico

 

 

 

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

<<Siamo un padre e un figlio sopravvissuti>>.

<<Unitevi a noi>>.

<<Ricostruiamo insieme il mondo distrutto>>.

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello. Niente. Solo il silenzio. Solo il deserto.

Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

Durante quell’inverno il monastero divenne una vera casa. Con l’aiuto di un’automobile portarono molti generi alimentari, coperte, utensili per la cucina. Arthur volle crearvi anche una biblioteca. Voleva conoscere il mondo com’era stato. Non gli bastavano più i racconti di suo padre. Aveva bisogno di vedere di che cosa fosse stato capace l’uomo. Così dalle librerie dei paesi vicino al monastero, prelevò tutti i libri di fotografie, di viaggi e di storia dell’arte che trovò. Passava intere giornate a sfogliare quelle pagine piene dei ricordi che lui non aveva. Mike, invece, non smise di sperare che qualche altro uomo fosse ancora in vita. Con un generatore a benzina teneva acceso un ricetrasmettitore da radioamatore nella speranza di captare qualche segnale, qualche comunicazione fra umani. Inoltre passava ore appiccicato ad un binocolo a scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere qualche altro uomo. O, meglio ancora, una piccola comunità di superstiti. Se erano sopravvissuti tutto quel tempo, un motivo doveva pur esserci. Il mondo non poteva finire con loro. Non era possibile che tutto il Creato finisse in quel modo. Qualcosa sarebbe successo e il tutto avrebbe avuto un nuovo inizio. Una nuova Creazione. Forse la distruzione cui avevano assistito era stata come il diluvio universale. Una punizione esemplare per la cattiveria e la stupidità umana. Ma questo era impossibile. Dio stesso aveva promesso a Noè che non si sarebbe più vendicato: “Io stabilisco la mia alleanza con voi, non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”. Qualunque cosa fosse successa Lui avrebbe continuato a donare solo Amore. Quella tragedia immane, quell’apocalisse era dipesa solo dall’uomo e solo l’uomo doveva porvi rimedio.

In quel luogo accogliente, l’inverno passò velocemente.  Quando fu primavera, però, non ripartirono.

<<Pà, rimaniamo qui. E’ il posto più bello dove siamo mai stati. Ti prego, rimaniamo>>.

<<Figliolo, è nostro dovere metterci in marcia e cercare degli altri uomini>>.

<<Tu hai la radio e il binocolo. Continua a ricercarli con questi strumenti. In fin dei conti abbiamo più possibilità di scorgere qualcuno da quassù che dalla strada>>.

<<Ma così ho l’impressione di essermi arreso. Di aver perso la speranza. Io devo trovare qualcuno per te. Qualcuno con cui potrai vivere quando non ci sarò più>>.

<<Te l’ho detto. Ci sono più possibilità se rimaniamo qui. E poi tu sei ancora giovane. Abbiamo tempo>>.

<<Non sono giovane. Ho sessant’anni e tu venti. Tu sei giovane, ed io devo pensare al tuo futuro. E poi lo sai che il tempo a nostra disposizione non dipende da noi>>.

<<Appunto. Dio troverà per noi la soluzione giusta sia se andiamo, sia se rimaniamo. Affidiamoci alla sua volontà>>.

Detto questo, la vittoria non poteva che essere del figlio.

Il padre cercò di limitare la sua sconfitta dicendo:

<<Ok. Facciamo come vuoi tu. Però, la prossima primavera partiamo>>.

Arthur aveva finalmente trovato un posto dove si sentiva a casa. Anche in quella situazione di eccezionale precarietà, era riuscito a crearsi un suo mondo. A coltivare i suoi interessi e ad essere indipendente dal padre. Era pur sempre un ragazzo.

Passò un anno, ne passarono due e ne passarono tre, ma non partirono. Era troppo bello rimanere nel monastero. I due ospiti lo avevano personalizzato secondo le loro esigenze. Era diventato una vera casa.

Dopo dieci anni dal loro arrivo stavano ancora lì. Mike non aveva perso la speranza di ritrovare altri uomini. Tutti i giorni, sia che nevicasse sia che ci fosse il solleone, si recava sul tetto a scrutare l’orizzonte. E la radio era sempre accesa in attesa di una voce o di un segnale intelligente. A quest’attività, aveva aggiunto la cura di un orto e di un giardino. Inoltre, aveva rimesso in funzione la fontana al centro del chiostro e passava alcune ore in quel luogo di serenità e di pace. In quei momenti, neanche si ricordava della loro condizione. Si godeva la musica dell’acqua, la bellezza dei fiori e basta.

Arthur aveva coltivato la sua passione per l’arte. Dopo dieci anni di studi su tutti i testi che aveva trovato, era diventato un vero esperto. La sua biblioteca era ricchissima, quasi monumentale. Ma a lui non bastava più. Ora era lui a voler partire per vedere dal vero qualche capolavoro. Gli uomini avevano fatto delle cose bellissime, sublimi e lui era orgoglioso di appartenere alla razza umana.

<<Papà, io vorrei che ci rimettessimo in cammino>>.

<<Come? Se mi ha costretto a rimanere qui? Ora, all’improvviso hai cambiato idea>>.

<<Papà, per me è fondamentale vedere un capolavoro dal vivo. Assorbirne la forza, la grandezza. Trarne ispirazione e auspicio. Specchiarmi in esso. Riconoscermi, come uomo, nella sua bellezza. Io avevo sempre pensato che nella nostra natura ci fossero solo distruzione e devastazione. Che noi due fossimo un’eccezione. Invece, ora ho capito che dentro ogni uomo c’era, comunque, un poco di Michelangelo, di Monet, di Giotto, di Cimabue, di Brunelleschi, di Pollock, di Mondrian. Come pure degli artisti arabi, indiani, cinesi. Voglio che la parte bella dell’umanità mi sostenga e mi spinga verso l’alto. Verso la perfezione, verso Dio. E perché ciò accada, sento che devo vedere gli originali. La visione della realtà ha una forza infinita>>.

<<E qui ce l’hai. Nella chiesa e nel monastero ci sono tante opere d’arte>>.

<<E’ vero. E devo dirti che hanno fatto molto per me. Ma ora voglio rinnovare l’entusiasmo e la forza che mi hanno dato quando le ho viste per la rima volta. Non capisci. Io ho bisogno di vedere l’originale, il vero. Mi sono documentato e so che qui vicino c’erano dei musei. Andiamoci. Magari nei loro magazzini troviamo ancora qualche quadro. Ho bisogno, veramente bisogno, di vederli dal vero>>.

<<Lo sai. Io non ti dico mai di no. Se per te è così importante, andiamo>>.

<<Grazie pà, staremo via solo qualche mese. Poi torneremo qui. Questa, ormai è la nostra casa. Organizzo tutto io. Penso che fra una settimana saremo pronti>>.

<<Va bene, va bene>>.

Arthur si mise subito al lavoro per preparare l’automobile, le provviste, il carburante, le carte geografiche e tutto quello che poteva servire.

Vedendolo, Mike sorrise. Era bello vedere suo figlio così entusiasta e motivato. Nonostante tutto aveva uno scopo e viveva con passione.

Era primavera e la natura cantava felice la sua resurrezione. Fiori e profumi ovunque. Il monastero sembrava un’isola in un oceano dai mille colori. Mike si mise, come il solito, di vedetta a caccia di qualche essere umano. Guardava distrattamente. I pensieri andavano all’imminente partenza. Improvvisamente gli parve di vedere qualcosa. Sembrava una donna piegata sulle ginocchia. Cerco di migliorare la messa a fuoco del suo binocolo. Boh. Era proprio una donna? Chiamò suo figlio. Anche lui guardò con attenzione nel binocolo. Poi disse: <<Andiamo a vedere>>. Uscirono di corsa. Ad ogni passo l’eccitazione aumentava. Nei loro animi comparve anche una punta di paura. L’ignoto spaventa sempre. Salirono in auto e partirono. Quando arrivarono, la donna era distesa a terra in posizione supina. Poteva avere dai 50 ai 60 anni. Gli occhi erano chiusi e le mani giunte sul petto. Come se qualcuno avesse iniziato a comporla per l’ultimo viaggio. Arthur rimase pietrificato. Mike si fece avanti. Tocco la donna. Era sicuramente morta. Diede un’occhiata in giro per assicurarsi che non ci fosse nessun altro. Non si sentiva tranquillo.

<<Andiamocene. Non possiamo far niente>>.

<<Pà, almeno seppelliamola>>.

<<E’ una faticaccia inutile>>.

<<Ti prego pà. Siamo uomini. Comportiamoci come tali>>.

<<Allora andiamo a prendere gli attrezzi>>.

Risalirono. Mike prese una vanga e la pistola. Al ritorno iniziarono subito a scavare. Faceva molto caldo. Arthur si fermò per asciugarsi il sudore.

<<Vuoi un sorso d’acqua?>> disse una voce femminile che proveniva da dietro un grosso oleandro pieno di fiori rosa e bianchi. La ragazza uscì. Era molto bella. Giovane e tonica, indossava un paio di jeans chiari e una maglietta gialla mezza manica che gli lasciava scoperta parte della pancia. Quando la vide, Arthur arrossì.

<<Chi sei?>> disse Mike, mentre la mano correva verso la pistola che portava infilata nei pantaloni.

<<Sono Maryam>>.

<<Chi era questa donna?>>.

<<Vivevamo insieme da tanti anni. Mi ha molto aiutato. Io non vedo benissimo e senza di lei non so se ce l’avrei fatta>>.

<<Sei cieca?>> disse Mike.

<<No. Vedo abbastanza bene se si tratta di cose distanti. Ma se sono vicine, allora è un vero casino. Saprei anche leggere, ma non ci riesco sempre, perché spesso le lettere sono troppo piccole. Voi siete veramente gentili a prendervi cura di Elisabeth>>.

<<Lo facciamo volentieri>> disse Arthur che si era ripreso.

Poi Mike aggiunse: <<E ora come farai? Senza la tua amica, per te sarà molto dura. Vuoi che ti accompagniamo da qualche parte?>>. Mike voleva capire se poteva fidarsi e se le due donne fossero sole o se facessero parte di un gruppo più vasto.

<<Non saprei. Noi vivevamo in una specie di grotta…>>:

Arthur non la fece finire e disse: <<Allora vieni a stare da noi. Abitiamo in quel monastero lì>> e col dito indicò il posto. Il padre gli lanciò un’occhiataccia severa che lo fulminò all’istante. Non era prudente rivelare subito il loro rifugio. Arthur ormai era partito: <<Vedrai che bello, sembra un castello. E poi c’è una biblioteca fantastica>>.

<<Sarebbe magnifico>> disse Mike <<ma noi fra pochi giorni dovremmo partire alla ricerca di alcuni musei>>.

<<Chi se ne frega dei musei. Dare ospitalità ad un altro essere umano è molto più importante>>.

<<Non possiamo decidere noi. È Maryam che deve farlo>>.

Dal modo in cui la ragazza si era avvicinata ad Arthur, la risposta non poteva che essere un “SI”.

<<Io sarei felicissima di iniziare una nuova vita con voi>>.

<<Allora è deciso>> disse Arthur raggiante.

I due ragazzi erano elettrizzati. Avevano avuto una fortuna pazzesca. Mike, invece, seppure la ragazza fosse proprio come l’aveva sognata, aveva una strana sensazione. Un’inquietudine che lo rendeva sospettoso.

Finita la sepoltura, coprirono il cumulo di terra con una miriade di fiori e, poi, tornarono al monastero. I due ragazzi si accomodarono dietro, mentre il padre faceva da autista.

Appena giunti, Arthur preparò una stanza per Maryam. Poi la condusse nella sua biblioteca. Qui iniziò a parlare dei suoi libri, della logica con cui erano divisi, dei periodi storici, dei grandi artisti, dell’influenza dell’arte nella vita. Insomma voleva fare bella figura.

Il viaggio venne rimandato. Arthur per il momento era troppo preso da quella ragazza per pensare ad altro. I due stavano sempre insieme. Col tempo, nacque una grande confidenza e complicità, ma non quell’intimità che il padre sperava. Mike non riusciva a capire come fosse possibile che i due non si lasciassero andare. Com’era possibile che la pulsione sessuale non prendesse il sopravvento? Come potevano non capire che la rinascita dell’umanità dipendeva da loro?

Alla fine si fece coraggio e li affrontò:

<<Scusatemi se tocco un argomento delicato, personale. Voi sapete che avete una grande responsabilità, vero?>>.

<<Certo>> disse Arthur.

<<E allora?>>.

<<Vedi pà, Maryam è una ragazza fantastica e vor…>>

<<Lascia che sia io a spiegare tutto>> lo interruppe lei. Poi aggiunse: <<Io lo so che noi siamo una specie di Adamo ed Eva, e che il futuro dell’umanità, forse, dipende da noi. E voglio anche dirvi che Arthur è un ragazzo eccezionale, forte, bello, intelligente e che io sono molto attratta da lui. Però io non posso … non posso concedermi a lui>>. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi la ragazza riprese: <<Perché, per farlo, io devo essere certa che dalla nostra unione germogli un’umanità migliore di quella che ci ha preceduto. Un’umanità in cui prevalga l’amore, anzi incentrata sull’amore. Per questo è importante chi io ami profondamente Arthur e che anche lui mi ami veramente. La nostra unione non deve essere una cosa meccanica, ma un legame spirituale in grado di generare dei figli migliori di noi. Veramente liberi dal male. Elisabeth mi ha preparato a questo momento. Lei mi ripeteva sempre che dovevo concepire solo quando fossi innamorata in maniera assoluta, totale e con una persona che lo fosse altrettanto di me, perché un’umanità malvagia ed egoista già c’era stata e aveva portato solo morte e distruzione. Io mi sento schiacciata da questa grande responsabilità>>.

<<Giustissimo>> disse Mike  <<tu sei innamorata di mio figlio?>>.
<<Da impazzire>>.
<<E tu Arthur la ami?>>.
<<Muoio d’amore per lei>>.
<<Quindi, dov’è il problema?>>.
<<E’ che io non posso essere sicura del suo amore>> disse la ragazza quasi scusandosi.
<<E che cosa deve fare Arthur per convincerti che ti ama in modo assoluto e totale?>>.

<<Gliel’ho ripetuto centinaia di volte che è proprio così>> disse il ragazzo.

<<Zitto>> disse Mike <<evidentemente, le parole non bastano>>.

<<Infatti>> aggiunse Maryam <<per averne la certezza, io dovrei guardarlo negli occhi. Il suo sguardo non potrebbe mentire>>.

<<E guardami, allora>>.

<<Lo sai che da vicino non ci vedo bene. Per me è impossibile conoscerti veramente>>. La ragazza stava piangendo.

<<Quindi, se tu fossi in grado di vedere bene i suoi occhi per poterlo guardare in profondità, per vedere la sua anima, non ci sarebbero problemi?>> disse Mike.

<<Non credo>> rispose la ragazza mentre si asciugava le lagrime con la mano.

A quel punto Mike scoppiò in una risata chiassosa, sonora, argentina. Ora era lui che piangeva, ma dal ridere. Afferrò i due ragazzi per le mani e corse verso l’automobile. Sempre ridendo li spinse dentro e partì sgommando come un pazzo. La macchina scivolava veloce lungo la strada che scendeva dal monastero verso la valle. Le buche e i rami la facevano sobbalzare in continuazione. Mentre guidava, Mike rideva e batteva le mani sul volante. In pochi minuti furono davanti ai ruderi di un immenso centro commerciale. Entrarono. Le grandi finestre lasciavano passare molta luce. Mike, camminando velocemente, precedeva i due ragazzi e dettava l’andatura. Girava per i corridoi come un forsennato. Finalmente si fermò. Entrò in un negozio semidistrutto e cominciò a frugare nei cassetti. Gettava tutto in aria. Afferrò alcuni occhiali da presbite e li porse a Maryam: <<Indossali>>.

La ragazza non li aveva mai visti, ma capì istintivamente come si facesse. <<Ora guarda Arthur>>. Lei si girò. Con gli occhiali era anche più bella. I due si guardarono negli occhi. Lei si avvicinò ad Arthur e lo baciò. La connessione tra le anime era stabilita. L’umanità avrebbe avuto una seconda possibilità.

“La vicenda di un lavoratore bastardo”, l’imperdibile romanzo di Marco Di Mico

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

versione elettronica

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

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