Letteratura. La scuola e la Luna. Il nuovo capitolo del nostro romanzo a puntante


aulaPubblichiamo oggi un nuovo racconto del nostro romanzo a puntate. Anche se pubblicato per terzo è l’inizio della storia. Che altro dire? “Buona lettura”

 

È il primo ottobre 1968 e sono pronto per il mio primo giorno di scuola. Ho il grembiulino blu, il colletto rigido e un fiocco bianco fatto come Cristo comanda. Sento come una mano che mi strizza la pancia e sono talmente triste che quasi non riesco a respirare. Il fatto è che io vorrei rimanere a casa con mamma. Non voglio andare a scuola. Non sono abituato a lasciare la mia famiglia, non ho fatto neanche l’asilo. Mamma però è stata inflessibile, mi ha detto che se non ci andiamo, vengono i carabinieri e mi ci portano loro. La scuola deve essere una cosa veramente importante, perché mamma si è truccata e sistemata come quando andiamo a un matrimonio. Comunque a me pare sempre un po’ vecchia.

A Roma fa ancora caldo, quindi esco così come sono, cioè con il grembiulino e il fiocco ben visibile. Abbiamo appena lasciato il portone che mamma cade in terra. Io mi giro e non la vedo più. Guardo sotto e la vedo in ginocchio che tenta di rialzarsi. Ha una gamba che è diventata tutta rossa e gonfia. A fatica ritorniamo a casa. Io penso di essermela sfangata, invece no. Mamma ansimando si sdraia sul letto e da quel pulpito improvvisato mi dice che andrò con le mie sorelle. Lei proprio non ce la fa. Mi da tanti baci, una carezza e mi dice di andare. Io guardo il crocifisso che sovrasta il letto e gli chiedo di aiutare e proteggere la mia mamma. Esco da casa ancora più angosciato di prima.
Cammino per strada come Pinocchio in mezzo ai due carabinieri. Ho Adriana a destra e Daniela a sinistra. Alla fine mi ci sono voluti veramente i carabinieri per andare a scuola.

L’edificio è vecchio, molto vecchio, preceduto da un piccolo parco ricoperto di ghiaia e circondato di alberi. Una turba di bambini scalmanati corre e urla da tutte le parti, mentre un altro squadrone prende a calci i tronchi e tira sassi alle foglie.
Dopo un po’ arriva una maestrina che inizia subito a fare l’appello. Io cerco di seguire, ma il frastuono e troppo e non capisco una parola. A un certo punto Adriana dice che mi hanno chiamato. Io vado verso la maestra ma non sono convinto. Mi preoccupo e mi metto a piangere. Allora mia sorella viene lì per consolarmi, ma quella la scaccia in malo modo. È lei che comanda e nessuno gli ha chiesto di consolarmi. Io mi dispero e dagli occhi escono delle gocce che potrebbero riempire il fontanone del Gianicolo. Saliamo in aula ed è una baraonda ancora peggiore che nel cortile. Per metà la classe è formata da bambini che si definiscono “baraccati”. La maestra ci spiega che i genitori di questi bambini hanno occupato un palazzo proprio vicino la scuola e quindi loro non vivendo più nelle baracche non devono definirsi così. A parte questo non ci sono più contatti fra noi e la maestra. Nell’aria volano penne, matite, pallottole di carta, sputi e parolacce. Prego che quest’incubo finisca presto. Cerco di concentrarmi su casa mia, sulla sua quiete e sull’ora di uscita. Mi immergo nei miei pensieri come quando d’estate vado a Ostia con papà e nuoto sott’acqua.  Il mare è bello per questo, perché ti protegge da tutto. Sott’acqua è il posto più bello del mondo. In quel silenzio i tuoi pensieri sono sempre calmi e ti fanno compagnia. Trattengo il fiato fino alle 12.30 quando suona la campanella dell’uscita. Dovrei essere felice che questo strazio è finito, invece mi sento ancora più inquieto. Ho paura che non ci sia nessuno a prendermi, che si sono dimenticati di me.
Tutti si buttano fuori come impazziti, corrono e si spintonano senza guardare e senza sapere dove stanno andando. Io vado piano e guardo con attenzione se c’è qualcuno a prendermi. Alla fine vedo mia sorella Adriana.
Mi riempie di domande. Io mi limito a fare di si e di no con la testa.

È bello rientrare a casa. Vado subito nella stanza da letto. Voglio vedere come sta mamma. Invece il letto è vuoto. Mischiando parole e lagrime mia sorella mi dice che mamma sta in ospedale. Dovrà fare un piccolo intervento alla gamba. Il pomeriggio andiamo da mamma in ospedale, ma io devo aspettare fuori perché possono entrare solo i bambini che hanno almeno dodici anni. Io ne ho appena la metà e quindi devo soffrire. Comunque mamma si affaccia alla finestra e mi saluta. Questo mi tranquillizza un po’.
Torniamo a casa io, papà, Adriana e Daniela. Siamo tutti tristi. Il giorno dopo papà che fa l’operaio in una fabbrica non va al lavoro. Va al mercato a fare la spesa e ci prepara il pranzo. Le mie sorelle sono delle ragazze un po’ più grandi di me, ma non ce le vedo a mandare avanti una famiglia.
A scuola tutto uguale. Baraonda totale, urli, parolacce e confusione. Io faccio la solita immersione. Anche i giorni successivi papà rimane a casa per fare quello che faceva mamma. Io vorrei dirgli che non voglio andare a scuola, però non me la sento perché lo vedo preoccupato. A scuola vado sempre con le mie sorelle. Passano due settimane e mamma sta ancora in ospedale e papà a casa. Devo dire che a cucinare se la cava bene. Oggi è un po’ più allegro e mi dice che «domani o al massimo dopodomani mamma esce». Aspetto con ansia. A scuola cominciamo a fare qualcosa. Quei rari momenti in cui la maestra riesce a parlare o a farci fare i bastoncini o i cerchietti sul quaderno non sono malaccio.

Mamma non esce, «forse dopodomani», mi dice papà. «Devono fare altre analisi, altre lastre prima di dimetterla».
La cosa va avanti così ancora per qualche giorno, fino a che mi dicono che mamma deve fare un altro intervento. Questo è più serio perché gli hanno trovato un grosso fibroma uterino e lo devono rimuovere. Passano altri giorni. Tutte le mattine prima di andare a scuola divento molto triste e mi fa male la pancia. Piango e faccio mille capricci, però mi portano comunque a scuola.
Oggi, però, operano mamma, per cui siamo andati tutti in ospedale. Io come al solito aspetto giù. Per farmi compagnia fanno a turno le mie sorelle, mia zia e papà. Nel pomeriggio torniamo a casa. L’operazione è andata bene. Tra poco mamma tornerà a casa. La scuola è ormai iniziata da un mese. Io continuo ad avere il mal di scuola tutte le mattine. Papà ancora non è tornato al lavoro. Lo vedo molto indaffarato con i certificati medici. Oggi, al ritorno da una visita medica mi ha detto che per altri dieci giorni possiamo stare tranquilli.
Ho iniziato a scrivere le prime parole. Mi sento importante. Riesco anche a leggere le insegne dei negozi. La scuola sarebbe bella se i bambini fossero tranquilli, la maestra urlasse di meno e se, al momento dell’uscita, non avessi paura di non trovare nessuno. Io lo so che mi vogliono bene e che non si possono dimenticare di me, però ho paura lo stesso. A dire il vero c’è anche un’altra cosa che a scuola non va: i bambini che vogliono fare i prepotenti. Io non voglio litigare con nessuno e cerco sempre di evitare le discussioni, specie con quelli più bulli, solo che non sempre è possibile. Alle volte sei costretto e devi reagire. Io so come difendermi, perché anch’io gioco spesso per strada. Però vorrei che la scuola fosse diversa e che non seguisse le stesse regole della strada. Anche fuori da scuola, con i miei amici io non litigo quasi mai. Mio padre vorrebbe che menassi a tutti. Mi ripete sempre che devo colpire per primo e che devo menare per fare male. Perché più fai male, più ti rispettano e più diventano amici tuoi. Lui è un tipo che è cresciuto facendo a cazzotti con tutti. Però io non sono come lui e quindi non gli do ascolto. Penso che ognuno è fatto a modo suo. Comunque, se qualcuno proprio mi costringe gli do uno spintone e quando lui torna all’attacco tutto arrabbiato, lo colpisco con un solo pugno sul mento e quello cade subito per terra. Anche qualche giorno fa a scuola sono stato costretto a fare in questo modo. A scuola è anche più facile, perché i bulletti non si aspettano una simile reazione da uno taciturno e calmo come me.
La situazione è peggiorata. Mamma è stata male per due giorni consecutivi. Alla fine hanno capito che ha un’emorragia interna dovuta all’intervento. In sostanza l’operazione è andata bene ma ora rischia di morire. A casa piangono tutti. Papà è bianco in faccia e silenzioso. Domani devono «riaprire mamma per cercare di fermare l’emorragia». Intanto gli stanno facendo delle trasfusioni in continuazione. Io la sera nel lettone con papà prego la Madonna e Gesù, che sta sul crocifisso sopra il letto, che facciano guarire la mamma. Se la salvano, gli vorrò sempre bene, sia a mamma che a loro. La preghiera mi viene spontanea, anche se noi in famiglia non siamo molto credenti e in chiesa non ci andiamo mai.
La mattina, quando mi sveglio, il lettone è vuoto. Anche casa sembra deserta. Papà è uscito presto per andare in ospedale. Io a scuola non vado. Rimango a casa con mia sorella.
Il pomeriggio papà rientra verso le cinque. È stravolto. Mi abbraccia.
«Tutto bene. Mamma è ancora viva.»
Poi, parlando sia a me sia alle mie sorelle dice che gli hanno fatto uno squarcio che va dalla bocca dello stomaco alla fine della pancia. La convalescenza sarà molto lunga. Lui si dovrà inventare qualcosa per non andare al lavoro.
Io penso che se il problema è reale, non è giusto che uno deve dire le bugie per rimanere con i figli. Dovrebbe bastare la verità.
Papà ricomincia subito con i certificati. «Ora mi devo inventare una malattia lunga. Devo fingere di avere l’esaurimento nervoso. Se qualcuno ti domanda qualcosa, tu rispondi che sono sempre silenzioso e che a casa non faccio niente.»
«Ma papà non è vero» dico io. Appena finisco di parlare, capisco quello che intendeva. Lui non mi risponde. Ha capito che ho capito.
Passa un altro mese e mezzo. Io tutte le sere nel lettone dico le mie preghiere. Nessuno sa che lo faccio. Loro non fanno niente per mamma. Io, invece, prego sempre che guarisca.
A scuola faccio progressi. Leggo e scrivo sempre meglio, però non alzo mai la mano e cerco di non mettermi in mostra in nessun modo. Quando entro in classe, mi tuffo dentro di me per non lasciarmi sporcare dalle urla, dalle risate forzate, dalle occhiatacce, dalle parole inutili vomitate contro tutti.
Ieri la maestra non è venuta. Al suo posto è arrivato un supplente, un ragazzo con i jeans e la camicia a quadri portata fuori dai pantaloni. Ha parlato degli scacchi e ci ha spiegato le regole del gioco. Poi, prima di andare via ha consegnato a ognuno un pieghevole con tutte le regole e con alcuni esempi di mosse. Quasi tutti l’hanno buttato. Io, invece, l’ho riposto per bene nella cartella. Voglio imparare a giocare bene a scacchi. Deve essere bello. Un gioco dove si pensa e non si parla, da fare in silenzio, dove l’avversario va sempre rispettato. Anche il mio compagno di banco l’ha riposto con cura. Anche lui è tranquillo e parla poco. Forse anche sua mamma è malata.
Da qualche giorno mamma ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della camera d’ospedale e a salutarmi. Allora è viva. Non mi hanno detto una bugia. Quasi non me la ricordo più. Però gli voglio bene lo stesso.
Passano altri giorni. Mamma è ancora in ospedale ma papà è più sereno e questo tranquillizza anche me. Ieri sera, poi è rientrato sorridente come non lo vedevo da tanto. La sera, nel lettone, mi ha raccontato che ha dovuto fare una visita da uno psichiatra per vedere se stava fingendo oppure no. Inizialmente aveva pensato di dire la verità al professore e cercare di commuoverlo. Poi, però, ci ha ripensato. «Aveva una faccia da puzzone e non si sarebbe impietosito. Allora mi sono detto: a questo lo devo fregare e basta.»
«E ci sei riuscito?»
«Altroché. Prima gli ho raccontato che mi vedevo un braccio diverso dall’altro e che mi sento come una salsiccia che si muove lungo il corpo. Lui con la testa faceva di si. Poi mi ha messo un caschetto con tutti fili e mi ha detto di non muovermi, però appena si è girato io mi sono dato una scrollata leggera leggera.»
«E poi?»
«E poi quando ha letto il tracciato, ha detto che ho assoluto bisogno di riposo. Hai capito che professore.»
«E adesso?» ho detto io «quanto resterai a casa?»
«Mi ha rilasciato un certificato per due mesi» ha detto papà abbracciandomi.
Sono passati altri giorni. Mamma sarebbe dovuta uscire ma c’è stato un altro problema. Gli hanno riscontrato l’epatite virale. È una cosa che potrebbe essere grave e deve rimanere ancora per un po’ in ospedale. Ormai ci siamo abituati al fatto che papà fa la spesa, cucina, sistema casa.

Passano altri giorni, non so più quanti. Mamma sta per uscire. Questa volta è vero, perché con papà e le mie sorelle siamo andati in un negozio di mobili. Papà che fa l’operaio, dalla felicità ha comprato un sacco di mobili nuovi. Camera da letto, sala da pranzo, lampadari, mobili per l’ingresso. Ha firmato un sacco di cambiali. Vuole fare una sorpresa a mamma. Io ho capito che quando sei contento contento dei soldi non ti importa proprio niente. Lui dice sempre che non abbiamo soldi, però poi ha speso pure quelli che non ha.
Hanno portato i mobili nuovi. Casa non la riconosco più. Adesso mi sembra quasi bella e io mi sento meno povero.
Oggi mamma torna a casa. Le mie sorelle e papà hanno pulito tutto per bene. Casa risplende. Poi papà è andato in ospedale a prenderla e noi figli siamo rimasti in casa. Aspettiamo. Quando suonano al citofono, ci mettiamo tutti e tre vicini e aspettiamo nell’ingresso. Mamma entra e quasi non la riconosco. È molto più magra e sembra più giovane. Lei si guarda in giro spaesata. Dice «È tutto nuovo» e si mette a piangere. Fa il gesto di abbracciarci e noi gli andiamo vicini. Anche noi piangiamo. Lei ci stringe come può. Finalmente è tornata a casa. Le mie preghiere sono servite. Ora devo mantenere la mia promessa.
Con mamma a casa la vita mi sembra più bella. La scuola però è sempre brutta uguale e io tutte le mattine continuo ad avere mal di pancia e lo stomaco che fa le contorsioni. Per fortuna qualche volta mamma si commuove e mi tiene a casa con lei.
A scuola non ci sono grandi novità. La maggioranza dei bambini sono sempre insopportabili. Il mio compagno di banco no. Lui è bravo. Abbiamo imparato a giocare a scacchi e quando gli altri fanno casino noi parliamo delle mosse. Alcune volte porta una piccola scacchiera e durante la ricreazione giochiamo.  Solo noi due, gli altri ci guardano con pietà.
Finalmente la scuola è finita. Io sono stato promosso. Qualcosa ho imparato. Non molto. Non sono diverso da quando ancora non ci andavo. Penso che quest’anno sia stato uno schifo. Per fortuna è arrivata l’estate che ha cancellato tutti i ricordi brutti. Un po’ scendo in strada a giocare con i miei amici. Però non molto, perché preferisco guardare la televisione. Non i programmi dei bambini che sono proprio da scemi, ma quelli dei grandi perché l’uomo sta per andare sulla Luna. Ci pensate? Sulla Luna. Nessuno parla d’altro. Io la guardo spesso, specie quando è piena, e penso che fanno bene ad andare fino lassù. È come quando il sabato vado al mare con papà: è bello farsi il bagno, ma è bello anche il viaggio per arrivarci. L’altro giorno ho sentito alcuni vecchi che dicevano che se l’uomo atterra sulla Luna, quella precipita. Che scemenza. Primo perché l’uomo rispetto alla Luna è una formica, secondo perché se era veramente pericoloso, mica ci andavano. Sono fortunato a vivere in questo periodo. Sai quanto gli sarebbe piaciuto ai Romani o ai Barbari andare sulla Luna? E invece ci andiamo noi e io lo posso guardare da casa. Fanno molti servizi che parlano di questo evento grandioso che a me sembra quasi magico. Intervistano scienziati e astronauti dai nomi difficili, in inglese e lo traducono per noi che non lo conosciamo. Il luogo centrale è Cape Canaveral e si trova in Florida. Qui ci sono gli astronauti, i tecnici, gli scienziati. Ogni tanto mi sogno di andarci anche io. Comunque ieri sera l’Apollo 11 è partito e viaggerà per 4 giorni. Non vedo l’ora che arrivano.
Siamo arrivati, è il 20 Luglio, ma per noi italiani è il 21, per via del fuso orario.  Ha spiegato il TG.
Adesso ho capito che la televisione è una cosa bellissima. Io da casa ho visto la Luna come se ci stessi sopra. E ho visto pure gli uomini che ci camminavano e che scendevano e salivano sul LEM. Ho imparato a memoria anche i nomi dei tre astronauti. Sono Armstrong, Collins e Aldrin. Solo Armstrong e Aldrin sono scesi sul suolo lunare. Collins è rimasto in orbita a pilotare il Modulo di Comando.
Penso in continuazione a tutte le cose meravigliose che ho visto e a quelle che ho immaginato. All’universo e ai viaggi spaziali. Ieri sera stavo nel letto e ho pensato che la missione Apollo e lo sbarco sulla Luna l’hanno fatto apposta per me, per ricompensarmi di tutto quello che ho sofferto quest’anno e mi sono addormentato sereno come non mi accadeva dal primo ottobre dell’anno scorso.

Marco Di Mico

Qui trovate il romanzo
http://dovevailpaese.altervista.org/blog/il-nostro-romanzo-a-puntate/

L’ultimo libro del nostro autore

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

Letteratura. “L’uomo d’onore”, il romanzo che vi farà vedere la mafia attraverso gli occhi di una donna innamorata

 

l'uomo d'onore

Dovevailpaese vi presenta oggi un libro unico e originale, che vi porterà all’interno della mafia facendovela conoscere attraverso gli occhi di una donna innamorata. Che cosa vedono i suoi occhi? E cosa gli dice la sua coscienza? L’amore può farci accettare ogni cosa, o dentro di noi nasce un senso di ribellione?
“L’uomo d’onore” è un libro imperdibile, che vi farà riflettere sulle forze profonde e oscure che controllano la nostra vita.

Sinossi

Roberta, giovane siciliana piena di sogni e di progetti per il domani, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in seno a una famiglia che l’ha amata e protetta, trasmettendole un forte senso della giustizia e insegnandole a diffidare di ogni forma di associazione mafiosa. Una volta cresciuta, allontanatasi fisicamente dai suoi genitori, Roberta scopre la sterminata gioia dell’amore in un uomo bellissimo e misterioso, temuto dai suoi concittadini e rispettato. Ciò che la ragazza scoprirà su di lui la lascerà senza parole: il suo è un uomo di mafia, un uomo d’onore. Questo è un romanzo che finalmente capovolge la prospettiva e che permette al lettore di guardare alla criminalità dall’interno, da quel rifugio segreto che è l’incrollabile fortezza dell’amore.

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Letteratura, novità. “Un volo di farfalle”, commovente romanzo di Brunella Giovannini

libro un volo di farfalle

UN VOLO DI FARFALLE di Brunella Giovannini

Sullo sfondo di eventi quali una sparatoria tra malavitosi e il drammatico naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013, ha inizio l’amicizia tra Anna Paola e Aisha il cui incontro sembra essere stato scritto molto tempo prima.
Entrambe ricoverate in gravi condizioni nell’ospedale di Agrigento, dopo essere state sottoposte a complicati interventi chirurgici, finiscono in coma e il loro primo incontro avviene in un’altra dimensione. In un grande prato avvolto da una luce intensa, le bimbe incontrano due persone: sono il padre e il fratellino di Aisha, rimasti vittime durante il naufragio. Aisha viene messa a conoscenza dell’esistenza di una cassa sepolta nel giardino della casa di Damasco, contenente alcuni oggetti di famiglia e un antichissimo manoscritto lasciato in custodia secoli addietro da un loro antenato, prima di intraprendere un viaggio verso l’Italia per incontrare Giovanni Pico. Da quel viaggio l’uomo non fece mai ritorno.
Ad Agrigento, anche i nonni di Anna Paola possiedono un libro molto antico, scritto da un lontano avo con origini straniere… Il Capitano Rossetti della Capitaneria di Porto Empedocle, padre di Anna Paola, inizia a tradurre il vecchio manoscritto scoprendo inaspettate verità legate anche al presente.
Nella stanza d’ospedale viene ricoverata anche un’altra piccola paziente: è una bimba di colore figlia di un militare in forza alla base americana. Si forma un trio molto affiatato e la religione diversa o il colore della pelle sono dettagli privi di importanza mentre invece emergono valori quali l’accoglienza, la solidarietà e l’amicizia.
Ogni tanto gli sguardi delle bimbe colgono un volo di farfalle, quasi una conferma che l’amore esiste sempre, oltre il tempo, oltre lo spazio, oltre … la ragione.

BIOGRAFIA:

Brunella Giovannini è nata e vive a Reggiolo (RE), un piccolo paese della pianura padana.

Ha manifestato interesse per la scrittura fin dai tempi adolescenziali, hobby poi accantonato per dedicarsi al lavoro e alla cura della famiglia. Negli ultimi anni ha ripreso la vecchia passione   e si è dedicata soprattutto alla scrittura di poesie. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, e in particolare, recentemente si è classificata 2^ nel PREMIO LETTERARIO CITTA’ DI FUCECCHIO 2014 e 3^ nel PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE AMICI SENZA CONFINI – ROMA 2014. A Roma ha presentato il testo poetico “Un fiore per Nadir” che ha ricevuto una toccante motivazione dalla giuria e sul quale ha poi elaborato il romanzo “Un volo di farfalle”. Nell’ottobre 2014, nell’ambito delle celebrazioni del IX centenario dalla morte di Matilde di Canossa, avvenuta a Reggiolo, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, ha pubblicato il racconto “L’estate di Matilde”.

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Poesia: I morti che vivono scontenti

TINTORETUna poesia di Marco Di Mico che, con ogni probabilità, farà molto rumore. Bella e cattiva esprime il malessere di molti che in questi anni di crisi stanno soffrendo fra l’indifferenza della politica e delle istituzioni, offesi e oltraggiati oltre che dalle proprie difficoltà dallo spettacolo di una classe politica corrotta, egoista e meschina oltre ogni immaginazione.

Un invito agli uomini di potere a non esasperare gli esasperati, non affamare gli affamati, non opprimere gli oppressi.

I morti che vivono scontenti

nelle misere case da contribuenti

che sono cittadini esemplari

e si impiccano ai lampadari

che lavorano dignitosi

e fanno una vita da merdosi

che credono nella politica, nella condivisione

e che sperano nella pensione,

risorgeranno col membro di fuori

per squartare i senatori

gli industriali, i banchieri, i parlamentari

perché pensano solo a fare affari;

violenteranno le loro figlie

bruceranno intere famiglie

gli diranno che è anticostituzionale, violento, brutto

ma loro risponderanno con un rutto

e non crederanno più al telegiornale e alle altre parole

perché dovranno salvare la loro prole.

In quel giorno torneranno giustizia e pace,

e verrà il mondo che ci piace.

Marco Di Mico

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Poesia: Dove va il nostro amore passato?

Poesia: Dove va il nostro amore passato?

 

Pubblichiamo una poesia di Marco Di Mico,

dal titolo

DOVE VA IL NOSTRO AMORE PASSATO?

Dove va il nostro amore passato?

Quello oramai provato

Quello già speso

Quello a volte dimenticato.

Quello dolce per i nostri figli ancora bambini

Quando li portiamo a giocare nei giardini

Quello carnale per la donna che baciamo

Quando forte al petto la stringiamo

Quello per noi stessi quando riflessi ci guardiamo

E diversi e soli non ci riconosciamo.

Va buttato?

Va sprecato?

Va perso?

O sostiene l’universo?

Fa girare il soli?

Sbocciare i fiori?

O nascere nuovi semplici amori?

Marco Di Mico

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Letteratura: Tutta colpa di Beethoven? Finalmente il secondo racconto del nostro progetto editoriale

Beethoven_Op_69i_1-640x395Ecco il secondo racconto del nostro progetto. Ci scusiamo se è arrivato con un… po’ di ritardo. Ma sapete come sono gli scrittori!! 
Come vi avevamo già accennato non verrà seguito un ordine cronologico, e ogni racconto, benché sia un capitolo del romanzo che Marco Di Mico sta scrivendo, può compiere notevoli salti nel tempo rispetto al precedente. Quello che vi proponiamo oggi, infatti, ne fa uno enorme. Il protagonista è diventato un uomo maturo che… Non dico altro per non rovinarvi il gusto della lettura.

 

Tutta colpa di Beethoven?

Le gocce sbattono forte sul mio ombrello nero. Ho accompagnato i miei bambini a scuola e ora torno a casa. Il temporale con le sue nuvole scure e pesanti non è solo fuori, ma anche dentro di me.In questo periodo lavoro da casa. Le cose in azienda non vanno granché. Gestisco alcune persone che fanno degli interventi tecnici. Io li coordino. Anch’io, una volta facevo il tecnico e mi sentivo orgoglioso di essere bravo. Risolvevo facilmente i problemi che gli altri trovavano difficili. Avevo un rapporto di amicizia e di stima con molti clienti ed ero talmente giovane da non accorgermi di esserlo. Le giornate erano un soffio leggero di primavera. Ora, invece, dopo tanti problemi lavorativi, sono pomeriggi invernali, lunghi e con poca luce. Per il resto posso dire che sono sposato, ho due figli fantastici e una moglie straordinaria. I giorni si susseguono uguali nel loro caos di genitore e marito. Due giorni a settimana sono in cassa integrazione, e questo, oltre che angosciarmi, mi permette di seguire i bambini nelle loro attività. Anche molte cose della famiglia, visto il tempo a disposizione, dipendono da me. Sono talmente preso che non mi capita mai di pensare al passato, o a come avrei voluto essere “da grande”. È come se non fossi mai stato bambino o ragazzo, se non avessi avuto aspirazioni o sogni. Mi sembra di essere nato già bell’è pronto, sfornato come sono adesso. Una macchina che gira in pista per ottenere un risultato che non capisco, ma che so che devo raggiungere ogni santo giorno. Sono talmente concentrato sulla guida che non vedo nient’altro che la strada, i segnali stradali e i semafori. Invece, ci sono alberi, persone, nuvole, cieli e soli che vorrebbero sorridermi. Che sono la vita, il resto della vita.
Non sarei mai riuscito a fare queste riflessioni, ad accorgermi di come sono ora, e a rendermi conto di come il passare del tempo mi abbia cesellato, se oggi non mi fosse capitata una cosa banale e al tempo stesso eccezionale. Come ogni giorno stavo al computer per verificare e coordinare i miei tecnici e come ogni giorno, quando lavoro, ascoltavo, dal telefonino, un po’ di musica. Sono un amante di quella classica, ma soprattutto di quella del Settecento e di quella sacra. I miei preferiti sono Bach, Vivaldi, Mozart. Bach, soprattutto, con la sua perfezione e il suo rigore è quello che preferisco. Oggi, però, ho fatto partire il “Gloria” di Vivaldi. Seguo distrattamente il primo movimento, poi, inspiegabilmente, anziché proseguire, per qualche motivo sconosciuto e misterioso subentra il terzo movimento della sinfonia n. 9 di Beethoven. Dapprincipio neanche me ne accorgo e continuo a lavorare. Poi, però, quella musica inaspettata e dimenticata, mi spinge con forza verso una piccolissima porta ben nascosta, oltre la quale c’è un ragazzo. Guardo bene e quel giovane sono io. E così rivedo me stesso all’età di diciassette anni che, nel segreto della mia camera, con un vecchio giradischi, ascolto dei dischi di vinile mentre studio come un forsennato e sogno il mio futuro. In quegli anni amavo la musica Romantica, l’Ottocento impetuoso e di fuoco, la sua esaltazione per il Sentimento e per l’Arte. Mi sono rivisto con i capelli neri e lunghi, i riccioli morbidi, la mia maglietta a righe e la voglia infinita e inconfessata di imparare, di capire, di emergere in qualche modo. Più la musica suonava le sue note appassionate, più capivo chi ero stato e chi sono adesso. Mi sarei voluto abbracciare da solo, tanta era la tenerezza che quel ragazzo mi faceva. E quel ragazzo avrebbe voluto abbracciare l’uomo che è diventato. Tanto lo voleva confortare e incoraggiare. Alcune lagrime di gioia mi sono scivolate calde e salate per il viso. Avevo ritrovato la parte miglior di me, quella speciale, innocente, fresca. Alla fine si è fatta l’ora di pranzo. Così sono uscito per andare a prendere mia figlia a scuola. Ho percorso le solite strade e incontrato quasi le stesse persone di sempre, però mi è sembrato tutto diverso. Il cielo era più azzurro del solito e il sole più luminoso. I volti più intensi e mia figlia più bella. Vedevo il mondo con occhi talmente vecchi da essere nuovi. Con gli occhi dei miei diciassette anni. Con gli occhi della speranza. Dell’entusiasmo. Della fiducia nel futuro e negli uomini. Una lieve eccitazione viaggiava sulla mia pelle, donandomi un vago senso di felicità che non ricordavo di possedere e che, invece, si era infilato in qualche angolo male illuminato del mio essere. Nonostante gli anni passati senza rivederlo, in quel ragazzo mi ci sono subito riconosciuto. “Sono io… Sono io” mi dicevo. Ora cerco di tenerlo sempre per mano e di non lasciarlo andare via un’altra volta.
Anche voi, date una sbirciatina sotto quella montagna di doveri, impegni, bollette, serietà, responsabilità, abitudini e chissà…

Marco Di Mico
“La vicenda di un lavoratore bastardo” l’ultimo romanzo di Marco Di Mico.

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Di seguito il link per l’e-book

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e quello per la versione cartacea

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La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Primo racconto: IL DETTATO.

aula

Ecco a voi il primo racconto della nuova iniziativa di “DOVEVAILPAESE”.
Ringraziamo Marco Di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore bastardo”, per aver deciso di intraprendere con noi questo suo nuovo progetto artistico ed editoriale.

Buona lettura

IL DETTATO

Ho sette anni, un grembiulino blu con il colletto di plastica rigida e un fiocco bianco fatto da mamma con mille attenzioni. È il 1969, faccio la seconda elementare e tutti i giorni vado in giro vestito così. Non sono una cima, ma neanche una capra. Vivacchio, a scuola come a casa. Non brillo. Non ho entusiasmi particolari o aspirazioni. Sono nato, tutto qui. Faccio quello che mi dicono senza passione, per obbligo. A molti la maestra dice che sono intelligenti, ma che non si applicano. A me non dice niente. Ho paura a pensarlo, ma credo di non essere intelligente. Eppure dentro di me sento che c’è qualcosa. Solo che non so cosa. Non ho idee o sogni. Aspetto.
Mio padre è operaio e mi vuole un gran bene. Forse troppo. Mia madre fa la sarta e lavora a casa. Anche lei mi vuole molto bene, ma spesso è triste. Una volta gli ho domandato se fosse felice. Lei mi ha guardato e si è messa a piangere. Poi mi ha abbracciato e ha detto di essere felicissima di avere un bambino come me. Da allora mi guarda in maniera differente. Come se da me si aspettasse qualcosa che io, però, non so. Mi piacerebbe che i suoi occhi ridessero di più. Solo che non so come fare. Ho sette anni e molte cose dei grandi non riesco a capirle. Sono solo un bambino e neanche tanto studioso. Le cose di scuola, comunque, le capisco, ma mi sembra sempre di non saperle e che gli altri, quelli che gridano e che in classe pensano solo a muoversi e a vantarsi, siano più bravi di me. Oggi abbiamo il dettato e mi sento abbastanza preparato. Se riesco a farlo bene e a prendere un bel voto, magari a mamma si accendono un poco gli occhi e fa un bel sorriso.
Ho paura a pensare di aver capito qualcosa e di alzare la mano, perché poi se mi sbaglio, faccio una figuraccia e dopo mi metto a piangere e questo è anche peggio. Si perché ho anche questo problema: piango facilmente. Sai quanto ci provo a trattenere le lagrime, a pensare ad altro, a ricacciarle via. Però è più forte di tutti i miei sforzi. Mi sembra di avere il pianto sempre pronto. Mi basta una sgridata, un’osservazione, una figuraccia o una presa in giro e quelle cavolo di gocce salate mi scendono giù per il viso, fino alla bocca.
La mia classe fa schifo. È grigia, sporca, trascurata. I banchi sono di legno scuro, rigati dalla tristezza, dalla paura e dalla noia di chi li ha utilizzati prima di noi. Devono essere molto vecchi, perché hanno ancora il buco per il calamaio e al posto della sedia, hanno un sedile unito al resto del banco. I miei compagni sono anche peggio. Per metà sono quelli che noi chiamiamo i “baraccati”. A dire il vero sono loro stessi che ci hanno detto di chiamarsi così. Ci hanno spiegato di aver lasciato le baracche dove vivevano e di aver occupato un palazzo proprio vicino alla scuola. Sono molto contenti di abitare dentro una casa. Io in parte li capisco, perché anche mia madre mi ha raccontato che quando abbiamo lasciato la casa di Trastevere, che era vecchia e aveva il bagno sul balconcino, e siamo venuti a vivere dove abitiamo adesso, che è una casa vera, dalla gioia si è messa a piangere. A me i “baraccati” sono simpatici perché quando li vedo, penso sempre alla mamma e a quella volta che è stata così felice da piangere. Però un po’ mi rattristano, perché non sanno niente, urlano, fanno i dispetti e sembrano quasi orgogliosi di comportarsi male. Una volta la maestra ne ha interrogato uno che non ha aperto bocca. Allora ha cominciato a fargli delle domande sempre più facili, ma quello rimaneva zitto e muto, con lo sguardo lontano, oltre la finestra. Alla fine, la maestra gli ha chiesto: «Ti piace il calcio?».
«Si» ha risposto quello con gli occhi che erano tornati in classe.
«E di che squadra sei?»
«Della Roma.»
«Bene e lo sai in quanti si gioca la partita?»
«No» risponde quello abbassando lo sguardo.
Allora la maestra ha domandato alla classe:
«E voi lo sapete?»
Qualcuno ha alzato la mano e ha urlato “otto”, “tredici”, “quindici”. Io lo sapevo che si gioca in undici per squadra e che si possono fare al massimo tre cambi durante la partita. Ma non ho risposto. Un po’ perché avevo paura a parlare e un po’ perché non mi sembrava giusto. Io sono avvantaggiato. Mio padre tutte le domeniche che la Roma gioca in casa mi porta allo stadio, in curva sud, e quindi io del calcio so quasi tutto. Conosco anche le canzoni, i cori e le parolacce che si urlano all’arbitro. Papà tutti i pomeriggi, appena stacca dal lavoro, mi porta al cinema parrocchiale a vedere un film Western. Anche dei film so quasi tutto. Mi basta vedere le scene iniziali e già m’immagino il resto. Chi sono i buoni e come va a finire. Però non mi annoio perché lo guardo con tanta attenzione per vedere se ho ragione. A volte i cattivi non sono tanto cattivi, però alla fine muoiono comunque. Altre volte mio padre mi porta a vedere i monumenti. Roma è piena di monumenti, di fontane, di palazzi e di strade che a Natale sono tutte illuminate e piene di gente. A piazza Navona mi ha fatto vedere anche Babbo Natale e la Befana. Secondo me sono fidanzati, però Babbo Natale se la poteva scegliere meglio. Alle volte, indica dei posti e mi dice che sono “da ricchi, da gente che ha studiato”. Altre volte cerca di spiegarmi qualcosa. Però non è mai tanto chiaro. Non finisce le frasi e la sua voce si spegne piano piano. D’altronde non credo che conosca molte cose. Non è ricco e non ha neanche studiato. A sei anni già lavorava e poi alla scuola serale ha fatto fino alla seconda elementare. Secondo me anche lui sa che c’è qualcosa in più, ma non sa bene cosa e gli piacerebbe che sia io a scoprirla.
Sta per iniziare il dettato. Io sono tranquillo perché la stranezza della parola “acqua” l’ho capita bene. Sto zitto come sempre e aspetto. La maestra inizia. La prima parola è proprio acqua. Poi seguono tutte le altre. Comunque è facile perché in tutte le parole che la maestra pronuncia c’è la parola “acqua”. Scrivo bene “acquazzone”, “acquario”, “acquarello” e tutte le altre di questo tipo. Alla fine la maestra ne pronuncia una a tranello. Dice: “Negozio”. Io so che si scrive con una “z” sola. C’è una regola apposta per questo tipo di parole. Consegno il compito sereno, fiducioso. Devo prendere un voto alto per far fare un bel sorriso a mamma. La maestra li corregge velocemente. Quelli che hanno preso un voto buono sono pochi. Questa volta faccio una bella figura. Quando tocca al mio, la maestra lo legge veloce e io vedo che non corregge niente. Bene. Poi mi chiama e mi dice di andare vicino a lei. Mi avvicino e penso che vuole congratularsi con me.
«Questo è il tuo dettato?» dice con una faccia per niente contenta.
«Si» faccio io.
«A chi hai copiato?» mi urla in faccia all’improvviso con un espressione che mette paura.
Io scoppio a piangere e gli dico, fra un singhiozzo e una tirata di naso che non ho copiato, che era facile e che l’ho fatto da solo.
Lei si arrabbia ancora di più. La sua voce diventa ancora più sgradevole e la classe si gela. Stanno tutti fermi e muti. La maestra punta il dito e mi dice che non sopporta i bugiardi e che se gli confesso che ho copiato non mi fa niente. Io però non posso confessare quello che non ho fatto. Quindi, sempre piangendo, gli confermo che non ho copiato. Lei urla che non sono all’altezza di scrivere così bene e che per dimostrarmelo mi farà ripetere il dettato.
«A te da solooooo…» strilla, mentre sbatte forte il registro sulla cattedra.
Io rivado al posto con gli occhi di tutta la classe puntati addosso. Continuo a piangere, ma prendo la penna e apro il quaderno.
La maestra inizia a dettare le parole. Sono le stesse di prima e io le so tutte. Ad un certo punto, penso che se le scrivo ancora tutte bene lei si arrabbierà anche di più. Mi viene il terrore che possa mandarmi in una classe differenziale. Allora per farla contenta, sbaglio apposta qualche parola. Così non perderà la sfida contro di me. Voglio dargli soddisfazione e, soprattutto, non voglio che mi urli di nuovo in quel modo.
Mentre scrivo, sono abbastanza soddisfatto di questa soluzione.
Il dettato finisce presto. La maestra mi richiama alla cattedra. Mi alzo e le porgo il quaderno. Tutti i bambini stanno con il fiato sospeso. Non sono mai stati così silenziosi. Anche i “baraccati” sono muti come pesci.
La maestra inizia a leggere e subito dopo fa un sorriso. Io mi rilasso. Invece lei inizia ad urlare di nuovo:
«Hai visto».
«Hai sbagliato.»
«Mi volevi prendere in giro.»
«Non ci provare mai più altrimenti ti faccio vedere io. Io li conosco quelli come voi.»
Alla fine tira il quaderno verso il mio banco.
Capisco che devo tornare al posto.
Esco. Mamma mi aspetta in prima fila. Vede subito che ho gli occhi gonfi di pianto.
«Che hai fatto? Ti hanno menato i “baraccati”?».
«No mamma. Andiamo. Ti racconto tutto a casa.»
A casa mamma mi prende con le buone, ma è irremovibile. Devo raccontargli tutto.
E io comincio a parlare e a piangere. Gli spiego che sapevo scrivere tutte le parole e che la maestra non ci ha creduto, che mi ha fatto ripetere il dettato e che io per non farmi strillare ancora, ho sbagliato apposta qualche parola, ma che quella si è arrabbiata ancora di più.
Lei inizia a dire:
«Ma tu dovevi scr…». Poi però si zittisce, mi trascina verso di sé e mi abbraccia forte. Quando mi lascia, la guardo in faccia. Dagli occhi escono delle lagrime, ma il viso è radioso, sorridente. Forse sono riuscito ugualmente a dargli un altro poco di felicità.

Marco Di Mico

 

Copertina libroA conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Poesia

sole

Poesia di Marco Di Mico dal titolo:

E’ per questo che sei andato via?

Signore
Signore
Signore,
Ci hai lasciato a piangere addosso a un muro.
A pregarti disperati
A invocarti nella notte.
I cieli ricolmi di tremolanti, lucenti, raggianti stelle
Ci parlano di te,
ma tu non ci sei.
Ci hai lasciati soli ad ammazzarci come fratelli,
a tradirci come sposi
per rubarci quello che non vogliamo
ma che, per egoismo, desideriamo.
Siamo gocce di pioggia
Che cadono nel mare,
inutili, solitarie, cattive.
È per questo che sei andato via Signore?
È per questo?

Marco Di Mico

Poesia. Detesto questa folla rumorosa

Citazione

Buongiorno, sono Marco Di Mico, autore del romanzo “La vicenda di un lavoratore bastardo”, e volevo sottoporvi una mia poesia che mostra l’immigrazione da un’originale angolazione (perlomeno lo spero).  Il vostro giudizio è per me molto importante. Mi auguro vogliate leggerla e darmi un riscontro sincero. Io vi auguro buona lettura. 

“Detesto questa folla rumorosa

Maleducata

Prepotente

Fastidiosa

Sporca, sudata che arriva dal mare

Che ci ruba il lavoro

Che viene a chiedere, a mendicare.

Però se la incontrassi in paradiso

La guarderei in faccia,

Gli farei un sorriso

E ritroverei nei loro bisogni

Le mie stesse paure

I miei stessi sogni

Riscoprirei che ognuno è un fratello

Col mio stesso sangue

Col mio stesso cervello.

E allora, senza attendere il paradiso

Glielo dono adesso il mio sorriso

E scopro, guardandoli in viso

Che pure se sono diversi e non mi sembrano belli

Sono veramente miei fratelli.”

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

Letteratura. “Darshan” il racconto completo di Marco Di Mico gratis per voi

La redazione di dovevailpaese pubblica l’intero racconto di Marco Di Mico e si scusa per il periodo di assenza.
A tutti voi auguriamo buona lettura

 

Darshan

 

Racconto

di
Marco Di Mico

 

 

 

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

<<Siamo un padre e un figlio sopravvissuti>>.

<<Unitevi a noi>>.

<<Ricostruiamo insieme il mondo distrutto>>.

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello. Niente. Solo il silenzio. Solo il deserto.

Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

Durante quell’inverno il monastero divenne una vera casa. Con l’aiuto di un’automobile portarono molti generi alimentari, coperte, utensili per la cucina. Arthur volle crearvi anche una biblioteca. Voleva conoscere il mondo com’era stato. Non gli bastavano più i racconti di suo padre. Aveva bisogno di vedere di che cosa fosse stato capace l’uomo. Così dalle librerie dei paesi vicino al monastero, prelevò tutti i libri di fotografie, di viaggi e di storia dell’arte che trovò. Passava intere giornate a sfogliare quelle pagine piene dei ricordi che lui non aveva. Mike, invece, non smise di sperare che qualche altro uomo fosse ancora in vita. Con un generatore a benzina teneva acceso un ricetrasmettitore da radioamatore nella speranza di captare qualche segnale, qualche comunicazione fra umani. Inoltre passava ore appiccicato ad un binocolo a scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere qualche altro uomo. O, meglio ancora, una piccola comunità di superstiti. Se erano sopravvissuti tutto quel tempo, un motivo doveva pur esserci. Il mondo non poteva finire con loro. Non era possibile che tutto il Creato finisse in quel modo. Qualcosa sarebbe successo e il tutto avrebbe avuto un nuovo inizio. Una nuova Creazione. Forse la distruzione cui avevano assistito era stata come il diluvio universale. Una punizione esemplare per la cattiveria e la stupidità umana. Ma questo era impossibile. Dio stesso aveva promesso a Noè che non si sarebbe più vendicato: “Io stabilisco la mia alleanza con voi, non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”. Qualunque cosa fosse successa Lui avrebbe continuato a donare solo Amore. Quella tragedia immane, quell’apocalisse era dipesa solo dall’uomo e solo l’uomo doveva porvi rimedio.

In quel luogo accogliente, l’inverno passò velocemente.  Quando fu primavera, però, non ripartirono.

<<Pà, rimaniamo qui. E’ il posto più bello dove siamo mai stati. Ti prego, rimaniamo>>.

<<Figliolo, è nostro dovere metterci in marcia e cercare degli altri uomini>>.

<<Tu hai la radio e il binocolo. Continua a ricercarli con questi strumenti. In fin dei conti abbiamo più possibilità di scorgere qualcuno da quassù che dalla strada>>.

<<Ma così ho l’impressione di essermi arreso. Di aver perso la speranza. Io devo trovare qualcuno per te. Qualcuno con cui potrai vivere quando non ci sarò più>>.

<<Te l’ho detto. Ci sono più possibilità se rimaniamo qui. E poi tu sei ancora giovane. Abbiamo tempo>>.

<<Non sono giovane. Ho sessant’anni e tu venti. Tu sei giovane, ed io devo pensare al tuo futuro. E poi lo sai che il tempo a nostra disposizione non dipende da noi>>.

<<Appunto. Dio troverà per noi la soluzione giusta sia se andiamo, sia se rimaniamo. Affidiamoci alla sua volontà>>.

Detto questo, la vittoria non poteva che essere del figlio.

Il padre cercò di limitare la sua sconfitta dicendo:

<<Ok. Facciamo come vuoi tu. Però, la prossima primavera partiamo>>.

Arthur aveva finalmente trovato un posto dove si sentiva a casa. Anche in quella situazione di eccezionale precarietà, era riuscito a crearsi un suo mondo. A coltivare i suoi interessi e ad essere indipendente dal padre. Era pur sempre un ragazzo.

Passò un anno, ne passarono due e ne passarono tre, ma non partirono. Era troppo bello rimanere nel monastero. I due ospiti lo avevano personalizzato secondo le loro esigenze. Era diventato una vera casa.

Dopo dieci anni dal loro arrivo stavano ancora lì. Mike non aveva perso la speranza di ritrovare altri uomini. Tutti i giorni, sia che nevicasse sia che ci fosse il solleone, si recava sul tetto a scrutare l’orizzonte. E la radio era sempre accesa in attesa di una voce o di un segnale intelligente. A quest’attività, aveva aggiunto la cura di un orto e di un giardino. Inoltre, aveva rimesso in funzione la fontana al centro del chiostro e passava alcune ore in quel luogo di serenità e di pace. In quei momenti, neanche si ricordava della loro condizione. Si godeva la musica dell’acqua, la bellezza dei fiori e basta.

Arthur aveva coltivato la sua passione per l’arte. Dopo dieci anni di studi su tutti i testi che aveva trovato, era diventato un vero esperto. La sua biblioteca era ricchissima, quasi monumentale. Ma a lui non bastava più. Ora era lui a voler partire per vedere dal vero qualche capolavoro. Gli uomini avevano fatto delle cose bellissime, sublimi e lui era orgoglioso di appartenere alla razza umana.

<<Papà, io vorrei che ci rimettessimo in cammino>>.

<<Come? Se mi ha costretto a rimanere qui? Ora, all’improvviso hai cambiato idea>>.

<<Papà, per me è fondamentale vedere un capolavoro dal vivo. Assorbirne la forza, la grandezza. Trarne ispirazione e auspicio. Specchiarmi in esso. Riconoscermi, come uomo, nella sua bellezza. Io avevo sempre pensato che nella nostra natura ci fossero solo distruzione e devastazione. Che noi due fossimo un’eccezione. Invece, ora ho capito che dentro ogni uomo c’era, comunque, un poco di Michelangelo, di Monet, di Giotto, di Cimabue, di Brunelleschi, di Pollock, di Mondrian. Come pure degli artisti arabi, indiani, cinesi. Voglio che la parte bella dell’umanità mi sostenga e mi spinga verso l’alto. Verso la perfezione, verso Dio. E perché ciò accada, sento che devo vedere gli originali. La visione della realtà ha una forza infinita>>.

<<E qui ce l’hai. Nella chiesa e nel monastero ci sono tante opere d’arte>>.

<<E’ vero. E devo dirti che hanno fatto molto per me. Ma ora voglio rinnovare l’entusiasmo e la forza che mi hanno dato quando le ho viste per la rima volta. Non capisci. Io ho bisogno di vedere l’originale, il vero. Mi sono documentato e so che qui vicino c’erano dei musei. Andiamoci. Magari nei loro magazzini troviamo ancora qualche quadro. Ho bisogno, veramente bisogno, di vederli dal vero>>.

<<Lo sai. Io non ti dico mai di no. Se per te è così importante, andiamo>>.

<<Grazie pà, staremo via solo qualche mese. Poi torneremo qui. Questa, ormai è la nostra casa. Organizzo tutto io. Penso che fra una settimana saremo pronti>>.

<<Va bene, va bene>>.

Arthur si mise subito al lavoro per preparare l’automobile, le provviste, il carburante, le carte geografiche e tutto quello che poteva servire.

Vedendolo, Mike sorrise. Era bello vedere suo figlio così entusiasta e motivato. Nonostante tutto aveva uno scopo e viveva con passione.

Era primavera e la natura cantava felice la sua resurrezione. Fiori e profumi ovunque. Il monastero sembrava un’isola in un oceano dai mille colori. Mike si mise, come il solito, di vedetta a caccia di qualche essere umano. Guardava distrattamente. I pensieri andavano all’imminente partenza. Improvvisamente gli parve di vedere qualcosa. Sembrava una donna piegata sulle ginocchia. Cerco di migliorare la messa a fuoco del suo binocolo. Boh. Era proprio una donna? Chiamò suo figlio. Anche lui guardò con attenzione nel binocolo. Poi disse: <<Andiamo a vedere>>. Uscirono di corsa. Ad ogni passo l’eccitazione aumentava. Nei loro animi comparve anche una punta di paura. L’ignoto spaventa sempre. Salirono in auto e partirono. Quando arrivarono, la donna era distesa a terra in posizione supina. Poteva avere dai 50 ai 60 anni. Gli occhi erano chiusi e le mani giunte sul petto. Come se qualcuno avesse iniziato a comporla per l’ultimo viaggio. Arthur rimase pietrificato. Mike si fece avanti. Tocco la donna. Era sicuramente morta. Diede un’occhiata in giro per assicurarsi che non ci fosse nessun altro. Non si sentiva tranquillo.

<<Andiamocene. Non possiamo far niente>>.

<<Pà, almeno seppelliamola>>.

<<E’ una faticaccia inutile>>.

<<Ti prego pà. Siamo uomini. Comportiamoci come tali>>.

<<Allora andiamo a prendere gli attrezzi>>.

Risalirono. Mike prese una vanga e la pistola. Al ritorno iniziarono subito a scavare. Faceva molto caldo. Arthur si fermò per asciugarsi il sudore.

<<Vuoi un sorso d’acqua?>> disse una voce femminile che proveniva da dietro un grosso oleandro pieno di fiori rosa e bianchi. La ragazza uscì. Era molto bella. Giovane e tonica, indossava un paio di jeans chiari e una maglietta gialla mezza manica che gli lasciava scoperta parte della pancia. Quando la vide, Arthur arrossì.

<<Chi sei?>> disse Mike, mentre la mano correva verso la pistola che portava infilata nei pantaloni.

<<Sono Maryam>>.

<<Chi era questa donna?>>.

<<Vivevamo insieme da tanti anni. Mi ha molto aiutato. Io non vedo benissimo e senza di lei non so se ce l’avrei fatta>>.

<<Sei cieca?>> disse Mike.

<<No. Vedo abbastanza bene se si tratta di cose distanti. Ma se sono vicine, allora è un vero casino. Saprei anche leggere, ma non ci riesco sempre, perché spesso le lettere sono troppo piccole. Voi siete veramente gentili a prendervi cura di Elisabeth>>.

<<Lo facciamo volentieri>> disse Arthur che si era ripreso.

Poi Mike aggiunse: <<E ora come farai? Senza la tua amica, per te sarà molto dura. Vuoi che ti accompagniamo da qualche parte?>>. Mike voleva capire se poteva fidarsi e se le due donne fossero sole o se facessero parte di un gruppo più vasto.

<<Non saprei. Noi vivevamo in una specie di grotta…>>:

Arthur non la fece finire e disse: <<Allora vieni a stare da noi. Abitiamo in quel monastero lì>> e col dito indicò il posto. Il padre gli lanciò un’occhiataccia severa che lo fulminò all’istante. Non era prudente rivelare subito il loro rifugio. Arthur ormai era partito: <<Vedrai che bello, sembra un castello. E poi c’è una biblioteca fantastica>>.

<<Sarebbe magnifico>> disse Mike <<ma noi fra pochi giorni dovremmo partire alla ricerca di alcuni musei>>.

<<Chi se ne frega dei musei. Dare ospitalità ad un altro essere umano è molto più importante>>.

<<Non possiamo decidere noi. È Maryam che deve farlo>>.

Dal modo in cui la ragazza si era avvicinata ad Arthur, la risposta non poteva che essere un “SI”.

<<Io sarei felicissima di iniziare una nuova vita con voi>>.

<<Allora è deciso>> disse Arthur raggiante.

I due ragazzi erano elettrizzati. Avevano avuto una fortuna pazzesca. Mike, invece, seppure la ragazza fosse proprio come l’aveva sognata, aveva una strana sensazione. Un’inquietudine che lo rendeva sospettoso.

Finita la sepoltura, coprirono il cumulo di terra con una miriade di fiori e, poi, tornarono al monastero. I due ragazzi si accomodarono dietro, mentre il padre faceva da autista.

Appena giunti, Arthur preparò una stanza per Maryam. Poi la condusse nella sua biblioteca. Qui iniziò a parlare dei suoi libri, della logica con cui erano divisi, dei periodi storici, dei grandi artisti, dell’influenza dell’arte nella vita. Insomma voleva fare bella figura.

Il viaggio venne rimandato. Arthur per il momento era troppo preso da quella ragazza per pensare ad altro. I due stavano sempre insieme. Col tempo, nacque una grande confidenza e complicità, ma non quell’intimità che il padre sperava. Mike non riusciva a capire come fosse possibile che i due non si lasciassero andare. Com’era possibile che la pulsione sessuale non prendesse il sopravvento? Come potevano non capire che la rinascita dell’umanità dipendeva da loro?

Alla fine si fece coraggio e li affrontò:

<<Scusatemi se tocco un argomento delicato, personale. Voi sapete che avete una grande responsabilità, vero?>>.

<<Certo>> disse Arthur.

<<E allora?>>.

<<Vedi pà, Maryam è una ragazza fantastica e vor…>>

<<Lascia che sia io a spiegare tutto>> lo interruppe lei. Poi aggiunse: <<Io lo so che noi siamo una specie di Adamo ed Eva, e che il futuro dell’umanità, forse, dipende da noi. E voglio anche dirvi che Arthur è un ragazzo eccezionale, forte, bello, intelligente e che io sono molto attratta da lui. Però io non posso … non posso concedermi a lui>>. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi la ragazza riprese: <<Perché, per farlo, io devo essere certa che dalla nostra unione germogli un’umanità migliore di quella che ci ha preceduto. Un’umanità in cui prevalga l’amore, anzi incentrata sull’amore. Per questo è importante chi io ami profondamente Arthur e che anche lui mi ami veramente. La nostra unione non deve essere una cosa meccanica, ma un legame spirituale in grado di generare dei figli migliori di noi. Veramente liberi dal male. Elisabeth mi ha preparato a questo momento. Lei mi ripeteva sempre che dovevo concepire solo quando fossi innamorata in maniera assoluta, totale e con una persona che lo fosse altrettanto di me, perché un’umanità malvagia ed egoista già c’era stata e aveva portato solo morte e distruzione. Io mi sento schiacciata da questa grande responsabilità>>.

<<Giustissimo>> disse Mike  <<tu sei innamorata di mio figlio?>>.
<<Da impazzire>>.
<<E tu Arthur la ami?>>.
<<Muoio d’amore per lei>>.
<<Quindi, dov’è il problema?>>.
<<E’ che io non posso essere sicura del suo amore>> disse la ragazza quasi scusandosi.
<<E che cosa deve fare Arthur per convincerti che ti ama in modo assoluto e totale?>>.

<<Gliel’ho ripetuto centinaia di volte che è proprio così>> disse il ragazzo.

<<Zitto>> disse Mike <<evidentemente, le parole non bastano>>.

<<Infatti>> aggiunse Maryam <<per averne la certezza, io dovrei guardarlo negli occhi. Il suo sguardo non potrebbe mentire>>.

<<E guardami, allora>>.

<<Lo sai che da vicino non ci vedo bene. Per me è impossibile conoscerti veramente>>. La ragazza stava piangendo.

<<Quindi, se tu fossi in grado di vedere bene i suoi occhi per poterlo guardare in profondità, per vedere la sua anima, non ci sarebbero problemi?>> disse Mike.

<<Non credo>> rispose la ragazza mentre si asciugava le lagrime con la mano.

A quel punto Mike scoppiò in una risata chiassosa, sonora, argentina. Ora era lui che piangeva, ma dal ridere. Afferrò i due ragazzi per le mani e corse verso l’automobile. Sempre ridendo li spinse dentro e partì sgommando come un pazzo. La macchina scivolava veloce lungo la strada che scendeva dal monastero verso la valle. Le buche e i rami la facevano sobbalzare in continuazione. Mentre guidava, Mike rideva e batteva le mani sul volante. In pochi minuti furono davanti ai ruderi di un immenso centro commerciale. Entrarono. Le grandi finestre lasciavano passare molta luce. Mike, camminando velocemente, precedeva i due ragazzi e dettava l’andatura. Girava per i corridoi come un forsennato. Finalmente si fermò. Entrò in un negozio semidistrutto e cominciò a frugare nei cassetti. Gettava tutto in aria. Afferrò alcuni occhiali da presbite e li porse a Maryam: <<Indossali>>.

La ragazza non li aveva mai visti, ma capì istintivamente come si facesse. <<Ora guarda Arthur>>. Lei si girò. Con gli occhiali era anche più bella. I due si guardarono negli occhi. Lei si avvicinò ad Arthur e lo baciò. La connessione tra le anime era stabilita. L’umanità avrebbe avuto una seconda possibilità.

“La vicenda di un lavoratore bastardo”, l’imperdibile romanzo di Marco Di Mico

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

versione elettronica

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

 Copertina libro

 



Letteratura gratis. “Darshan”, seconda puntata

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Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica:
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

Versione cartacea:

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Letteratura gratis. “Darshan” racconto di Marco Di Mico

La redazione di Dovevailpaese vi propone un racconto di Marco Di Mico. L’autore lo aveva pensato per partecipare ad un concorso letterario, ma poi, per sfuggire alle logiche commerciali, ha preferito pubblicarlo gratuitamente sul nostro sito.

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“Darshan”

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, i pochi superstiti, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

«Siamo un padre e un figlio sopravvissuti».

«Unitevi a noi».

«Ricostruiamo insieme il mondo distrutto».

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello.

Fine parte prima.
La seconda parte il giorno 3 dicembre.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

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Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

Copertina libroSe amate la letteratura e vi piace immergervi in un libro, divorarlo senza accorgersi del tempo che passa, ho trovato quello che fa per voi (e per me).  Si intitola “La vicenda di un lavoratore… Bastardo”, scritto da Marco Di Mico ed edito da Medea. Come la vita stessa vi farà piangere e ridere, vi farà temere il peggio e vi donerà la speranza. Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista, insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

Di seguito il link per l’e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

e quello per la versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

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