Il Cristianesimo e la definizione della guerra. Dalle Beatitudini Evangeliche all’idea di “guerra giusta”

agostinobotticelliIn questi momenti di violenza, di attentati e di guerra, come deve comportarsi un Cristiano? Che cosa deve fare per continuare a sperare di entrare nel Regno di Dio?
Un’indicazione precisa ce la fornisce direttamente Gesù nel “discorso della montagna” attraverso quelle che noi chiamiamo “le Beatitudini Evangeliche”:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»
(Matteo 5, 3-12)

È evidente che coloro che saranno “beati”, e che forse lo sono già nella vita presente, sono quelli che non si ribellano, che accettano ogni cosa che il Signore manda loro, che si rimettono completamente nelle Sue mani.

Le “Beatitudini” rappresentano l’autoritratto di Gesù stesso e, quindi, anche quello del Padre. Infatti, Gesù dice: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30-38) e «Chi ha visto Me ha visto il Padre» (Giovanni 14, 6-14).
Cristo con le “Beatitudini” e con la sua vita, ci insegna esplicitamente a non ricorrere alla violenza e a sottomettersi con cuore mite e umile. Ad essere come Lui che è l’Agnello che, con mansuetudine, accetta la croce senza difendersi, senza protestare.
Egli dice: «Beati i miti, perché erediteranno la terra… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Eppure nonostante questo, non riusciamo a seguire questi suoi insegnamenti. Per noi uomini sono irraggiungibili, sono una meta cui tendere ma alla quale non arriveremo mai. Tuttavia anche se sappiamo che non raggiungeremo mai questa perfezione, nulla ci vieta di tentare.

I singoli possono cercare di emulare Gesù, ma uno Stato può rinunciare a difendersi e a difendere i propri cittadini? Come deve, e può, comportarsi uno Stato a maggioranza cristiana, che (nonostante l’omissione della costituzione europea) affonda le proprie radici nel Cristianesimo, davanti a una minaccia concreta? Come può giustificare un intervento armato e il ricorso alla guerra? Questa domanda non è, certamente, nuova.

I primi padri della chiesa, basandosi su alcuni brani del Vangelo e credendo di interpretarne lo spirito, ritenevano che la guerra andasse sempre condannata e che ogni guerra fosse sempre illecita. Il buon senso, e l’esperienza, però, mostravano che perseguire la pace non fosse sempre possibile e che vi erano situazioni in cui bisognava reagire.

Sant’Agostino d’Ippona gettò le fondamenta per risolvere la questione. Il santo, infatti, introdusse l’idea della “guerra giusta”. Per lui la guerra è ingiusta solo se fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria. In tutti questi casi la guerra va considerata un brigantaggio in grande stile.
Per sant’Agostino la guerra è l’extrema ratio per risolvere una controversia tra Stati. Affinché la guerra non sia inhonesta si devono rispettare tre condizioni:

1) che la guerra sia dichiarata dalla “legittima autorità” (legitima auctoritas);

2) che si debba attaccare solo per legittima difesa o per scongiurare un male più grande della guerra stessa.

3) Che sia dichiarata con retta intenzione.

La filosofia Scolastica e in particolare San Tommaso d’Aquino ripresero le posizioni di sant’Agostino e aggiunsero altri due criteri:

1) la guerra deve essere dichiarata come ultima ratio (solo dopo aver esperito tutti i tentativi di trovare soluzioni per via diplomatica);

2) deve essere combattuta in debitus modus, ossia con dei mezzi legittimi e assicurando la protezione dei civili.

Grazie all’opera dei due grandi santi, il problema della definizione dei conflitti ha trovato una sua sistemazione. La possibilità di fare la guerra non è più lasciata all’arbitrio e al desiderio di prevaricazione, si pensi ai grandi conquistatori del passato come Alessandro Magno o, molto più vicino a noi, come Hitler. E, inoltre viene contrastato anche quel pacifismo totale che, rifiutando ogni guerra e ogni tipo di difesa, assume un carattere utopico e impraticabile e che, se attuato fino alle sue estreme conseguenze, causa la rassegnazione alla violenza e dell’ingiustizia.

La “guerra giusta” diviene una sorta di linea mediana, di sintesi in grado contrastare sia l’idea di guerra come fattore naturale della storia dell’umanità ed elemento in grado di portare sviluppo e crescita, sia la rassegnazione al male procurato dagli uomini a gli altri uomini.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

 

 

°

°

°

°

°

°

°

°

 

Libia. Siamo in grado di combattere?

Situazione Libia
Non ci stupiamo. Non ci stupiamo che le parole di Gentiloni: “In Libia Italia pronta a combattere”, siano state smentite dal presidente del Consiglio.
Sono anni che il nostro Paese non ha una politica estera. Non sarà un Gentiloni qualunque a imporne una. Il suo predecessore, il ministro Giulio Terzi (alla Farnesina durante il governo Monti) si dimise dopo che l’esecutivo rispedì i due marò in India. Al parlamento disse: “Me ne vado per salvare l’onorabilità del Paese”. La nostra sola politica è quella di essere al seguito di qualcuno, al servizio di qualcuno.
Nel caso di un eventuale intervento in Libia per contrastare le bande armate dell’l’Isis, il problema non è “se” fare la guerra, ma “come” farla. Come fronteggiare un esercito così brutale e sanguinario? Noi Italiani, e più in generale noi Europei, saremmo veramente in grado di combattere contro quei soldati incappucciati che sgozzano e ardono vivi i loro prigionieri? Con che cosa riusciremmo a contrastare tanta ferocia? Non parlo della quantità di armi, della preparazione militare e dell’efficienza logistica. Ma della convinzione, della determinazione, della forza e della necessaria crudeltà che sarebbero indispensabili per sconfiggere quei soldati disumani. Quegli assassini si sono formati e temprati con le certezze dell’estremismo islamico, dove gli uomini rappresentano la legge, l’autorità, la forza, la supremazia. Hanno la convinzione che Dio sia dalla loro parte. Vogliono imporre quella che per loro è la vera giustizia, la società pensata da Dio stesso per noi uomini. Senza prostituzione, senza droga, senza alcol, senza distrazioni di nessun genere, dove le donne sono schiave e serve invisibili, dove ogni aspetto della vita viene sottomesso a quello religioso. Si sentono gli incaricati di Dio, gli angeli che ne fanno rispettare la Parola. Sono pronti a tutto, disposti a tutto.
Noi, invece, nel nobile tentativo di creare un Mondo migliore abbiamo eliminato ogni differenza sessuale, ogni forma di aggressività, ogni riferimento alle nostra tradizione religiosa, alla nostra natura e alla nostra cultura. Abbiamo creato un’Europa ben educata, cortese e politicamente corretta, ma che non crede più a niente e non si riconosce più in niente. Dove gli uomini sono l’esatta copia delle donne e dove è peccato parlare di religione, di valori, di Patria, di orgoglio per la propria storia e per la propria cultura. Abbiamo rimodellato i maschi plasmandoli sul paradigma femminile, ritenuto più adeguato alla nostra moderna società.
Gli abbiamo insegnato che la dolcezza è superiore alla forza, il dialogo all’autorità, la pace alla guerra, la tolleranza alla violenza. Gli abbiamo spiegato che la virilità, il coraggio, la forza, la competizione sono cose indegne, schifose, spregevoli. Mamme premurose e attente non fanno giocare i maschietti con le armi giocattolo, per paura che diventino violenti. E le mogli fanno depilare i propri uomini perché così impone la moda. Il pelo è un segnale inequivocabile della mascolinità cavernicola, preistorica, guerriera. Appartiene al mondo che rifiutiamo. L’uomo “nuovo” deve essere glabro, sensibile, femminile. In questa confusione sessuale sarà difficile ritrovare la durezza, l’odio, la rabbia, l’orgoglio e la cattiveria necessarie per uccidere. Perché alla fine la guerra si riduce a questo: uccidere, distruggere, intimorire.
Inoltre, gli integralisti hanno un’altissima opinione della loro cultura, della loro religione, della loro visione del mondo, tutte cose che noi europei abbiamo rifiutato in nome dell’integrazione e dell’omologazione. La cultura islamica, o indiana, o cinese, o zingara, o marziana sono considerate come quella cristiano-occidentale. Vediamo la nostra specificità come una colpa, come una vergogna.
Abbiamo appiattito ogni cosa. Per noi, non esiste più indigeno o straniero, buono o cattivo, giusto o sbagliato, bene e male. In nome di un’errata idea di libertà che, ormai, è diventata arbitrio, menefreghismo, indifferenza, tutto è permesso, tutto è legittimo, tutto è tollerato, tutto è uguale.
Se veramente dovessimo arrivare ad uno scontro militare con quei mostri che commettono crudeltà inimmaginabili, inenarrabili, dove troveremo la forza per combattere? Quali valori ci sorreggeranno?
La religione che abbiamo accantonato per paura che potesse diventare un motivo di divisione?
Oppure la nostra cultura che, però, ci vergogniamo di proclamare superiore?
Rispolvereremo parole come Patria e onore?
In che cosa crediamo?
Un’ultima considerazione: è degno di un Continente civile come il nostro tollerare per paura, calcolo o convenienza che si commettano ogni sorta di barbarie così vicino le nostre case? È giusto girarsi dall’altra parte?

Forse questa crisi servirà a fare chiarezza e ci darà il modo di rinascere, di riconquistare una nostra identità. Spero che il prezzo da pagare non sia troppo alto.