Wittgenstein e l’inevitabile dissolvimento dell’Unione Europea

Tra Europa, intesa come Unione Europea, e i singoli stati nazionali esiste una impossibilità di intendersi sui problemi esistenti che porterà inevitabilmente alla dissoluzione dell’Unione.

 

Estendendo la teoria dei giochi linguistici del filosofo Ludwig Wittgenstein all’attuale situazione politica dell’Europa, è possibile sostenere che l’Unione Europea è destinata al dissolvimento. Al di là dei problemi economico-monetari e di quelli creati dalla spinta sovranista, questo insieme disomogeneo di stati si frantumerà, come accadde all’Impero d’Austria di Francesco Giuseppe e alla comunista Unione Sovietica, a causa dell’impossibilità di comprendersi fra burocrazia centrale e stati nazionali. Le direttive europee, infatti, sono sviluppate da un élite che ragiona per mezzo di un linguaggio suo proprio, dove le parole assumono un significato valido solo per coloro che fanno parte dello stesso gioco linguistico. I cittadini dei singoli stati, invece, pur riconoscendo le parole gli attribuiscono i significati del proprio gioco linguistico e non è detto che i significati coincidano. Secondo Wittgenstein ogni linguaggio descrive delle specifiche “forme di vita”, uno specifico mondo incomprensibile a chi non utilizza lo stesso “linguaggio”.
Esemplificando è come se un muratore che sta costruendo un muro di mattoni rossi dalle dimensioni di 30x10x15, dicesse all’altro muratore che sta lavorando con lui: “passamene uno a metà” senza neanche guardarlo e senza specificane null’altro. L’altro muratore senza battere ciglio spezzerebbe in due parti uguali il mattone giusto e glielo porgerebbe. Ma se la stessa richiesta la facesse al suo barbiere o a sua moglie questi non capirebbero di che cosa ha bisogno e che cosa devono tagliare a metà. Perché non fanno parte dello stesso gioco linguistico, non conoscono le regole del gioco. Quindi, quando i burocrati europei parlano tra di loro o programmano l’economia e la società dei paesi membri, le loro affermazioni risultano essere perfettamente in linea con il loro modello, ma risultano logiche e ben ponderate solo a loro. Purtroppo i vari paesi membri hanno altri modelli, altri giochi linguistici, e pertanto quelle direttive molto spesso risultano incomprensibili, difficili da seguire o peggio ancora irrealizzabili e inutili.

La stessa cosa avviene quando i vari stati nazionali tentano di descrivere alle istituzioni europee i loro problemi e le loro proposte. Questa volta sono queste ultime indicazioni a risultare incomprensibili e irricevibili dai burocrati. La soluzione pertanto non esiste, perché questi due mondi non potranno mai parlarsi.

Inoltre, questa Europa dei trattati, proprio come i due imperi citati sopra, si auto conferisce un diritto e un potere quasi divini, e di conseguenza rifiuta ogni critica e ogni giudizio sulle sue scelte. Chiusa nelle sue convinzioni assolute non intende i reali bisogni dei cittadini.

Questa sorta di incomunicabilità, però, non potrà andare avanti all’infinito e porterà, inevitabilmente, alla distruzione dell’Unione Europea con conseguenze disastrose per tutti i suoi membri.

È per questo che occorrono delle forze politiche capaci di  lavorare per un’uscita ordinata dall’Unione Europea prima che il su crollo repentino travolga gli stati che la compongono.
L’unica possibilità per non venire travolti è, quindi, quella di porsi fuori da questa istituzione prima che ciò avvenga.

Marco Di Mico

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Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

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MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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NON ERAVAMO DIO

NON ERAVAMO DIO

Credevamo di essere Dio e, invece, non lo eravamo (e non lo siamo).

 

 

Abbiamo creduto che le nostre teorie economiche e scientifiche fossero delle Verità assolute, immobili ed eterne, in grado di innalzarci verso un benessere duraturo e stabile, verso il controllo assoluto della nostra vita. Eravamo orgogliosi della nostra potenza creatrice e manipolatrice. Credevamo che tutto fosse alla nostra portata, che l’uomo potesse ogni cosa e non avesse limiti. L’economia ci avrebbe garantito uno sviluppo senza fine, la scienza avrebbe risposto a ogni nostra domanda, a ogni nostro problema e la tecnologia avrebbe soddisfatto dei bisogni che neanche pensavamo di avere.

Poi è bastato un virus simil-influenzale per far crollare questo castello di illusioni. I dogmi economici sono franati dopo una settimana di crisi e all’improvviso gli stessi guru del rigore e del mercato hanno cambiato idea e hanno promesso stratosferiche immissioni di denaro per sostenere le famiglie e rilanciare l’economia. Nessuno parla più di austerità e rigore e le presunte Verità economiche “inviolabili” sono state di colpo rigettate.

Anche la scienza, forte di tutte le sue certezze, di fronte a questo virus si è scoperta impotente, impreparata. Per fronteggiare questa emergenza ci sta imponendo il “distanziamento sociale”, ossia lo stesso rimedio che si usava due millenni or sono per contrastare la lebbra.

All’improvviso abbiamo scoperto che tutte le nostre sicurezze e le nostre convinzioni sono inutili, inadeguate, passeggere. Una mattina ci siamo svegliati e non avevamo più una luce che ci indicasse la via. Intorno avevamo solo il buio lasciato dalla nostra presunzione.

Il nostro errore è stato quello di credere che l’uomo potesse creare delle Verità eterne e assolute. Ci siamo autoproclamati divinità in grado di governare ogni aspetto della nostra esistenza. Credevamo addirittura di poter decidere ciò che è Bene e ciò che è Male o, peggio ancora, che il Bene e il Male non esistano e che, quindi, ogni comportamento è indifferente, uguale a ogni altro. Che l’unico limite sia la nostra libera volontà. Quante volte abbiamo sentito dire che dei comportamenti di per sé errati come la droga o la prostituzione o il suicidio sono ammissibili “purché siano frutto di una libera scelta”? Come se scegliere per l’annullamento di sé e della propria dignità o per la morte possano essere scelte accettabili, logiche, razionali, come se a decidere potesse essere il nostro capriccio. Per dominare ogni cosa non ci serviva nient’altro che noi stessi. E così abbiamo perso l’umiltà e progressivamente abbiamo rinunciato all’idea di Dio e a ogni regola che non fosse quella dettata dal nostro ego. Noi eravamo la legge e la Verità.
Ci sentivamo delle divinità. Ci sentivamo Dio. E invece non lo eravamo (e non lo siamo).
L’ubriacatura dei nostri successi ci aveva fatto dimenticare che sebbene l’uomo abbia dalla sua la ragione, essa non è quella di Dio e pertanto non è perfetta.  Quindi, anche le verità a cui possiamo giungere non sono perfette, non perché errate totalmente, ma perché non complete, non interamente compiute, limitate.

La nostra esistenza non dipende da noi ma ci viene donata e noi con le nostre sole forze non riusciamo neanche a mantenerla. Non siamo noi che ci portiamo alla vita, che riusciamo a trasferirci dal nulla all’esistere. Noi come l’intero universo esistiamo grazie a un atto creatore -altrimenti dovremmo accettare che dal nulla nasca spontaneamente la realtà delle cose-. L’intelletto e la razionalità fanno di noi esseri umani qualcosa di speciale ma questo non deve riempirci di superbia, ma deve indurci alla riconoscenza e all’amore verso Colui che traendoci dal nulla ci ha posto alla sommità del creato.

Non siamo Dio, ma purtroppo lo dimentichiamo di continuo. Questa è la nostra colpa più grave, quella che ci ha contraddistinto dalla notte dei tempi: questo è il nostro “peccato originale”. Vogliamo mangiare il frutto dell’albero proibito per prendere il posto di Dio e di conseguenza ci ritroviamo fuori dal Paradiso Terrestre. È già accaduto, sta succedendo ora e, forse, succederà ancora. Quando dimentichiamo il primo comandamento, quando non mettiamo Dio al primo posto ma vogliamo sostituirlo con altri idoli, o con noi stessi, cadiamo. Non perché è Dio a punirci, ma perché non rispettando l’intrinseco funzionamento del mondo e del nostro esistere commettiamo degli errori. L’uomo non è un animale come gli altri, ha in sé qualcosa di speciale che lo contraddistingue e lo eleva, ed è destinato a un fine talmente alto che è superiore alle sue stesse possibilità. Il nostro intelletto, la nostra ragione, la nostra volontà non sono sufficienti per farci diventare Dio. Arriveremo a Dio seguendo la via che Egli ci ha rivelato, ossia seguendo Gesù Cristo. Questo virus è un diluvio universale creato dalla nostra stessa presunzione che, tuttavia, sta lavando via il nostro orgoglio accecante per farci vedere i nostri errori. Quando le acque si ritireranno scopriremo un mondo nuovo, ma soprattutto una differente consapevolezza di noi.

 

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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REALIZZARE IL “BENE COMUNE”

Essere cittadini è un grande onore ma anche una grande responsabilità. Spesso ci lamentiamo dei politici, di quanto siano inadeguati i nostri governanti e di come il Paese non funzioni. Tutte cose vere, sacrosante, ma cosa facciamo veramente per sanare queste situazioni?

 

 

È evidente che se lasciamo tutto com’è, non ci sarà nessun miglioramento. Dobbiamo impegnarci in prima persona. Dobbiamo essere noi il cambiamento. Cominciamo con il dedicare tempo, passione e intelligenza per migliorare i luoghi dove viviamo. Lo so, non è facile, perché non vogliamo essere come quei politici che disprezziamo. Abbiamo vergogna, timore di “sporcarci”. Però spetta a noi iniziare una nuova fase, una rinascita veramente democratica che partendo dal basso ricrei il concetto stesso di politica.

Il rinnovamento deve iniziare dalle cose concrete. Dalla realtà che ci circonda, dai nostri Municipi, dalla nostra città; per poi diventare un’onda lunga che rimoduli completamente la politica nazionale ormai bloccata in sterili contrapposizioni.

La nostra democrazia si limita ad un segno apposto su una scheda. E, invece, dovrebbe essere partecipazione, condivisione di obiettivi, controllo costante della cosa pubblica. Prendiamo il coraggio di decidere in prima persona, di stabilire liberamente che cosa è meglio per noi. Non possiamo continuare a delegare chi ci ha sempre delusi.

Solo noi possiamo veramente realizzare il “Bene Comune”, perché nessuno può tutelare i nostri interessi meglio di noi stessi.

A Roma è nata Revoluzione Civica proprio per realizzare questa sogno.

Marco Di Mico

https://revoluzionecivica.it/chi-siamo/
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PRENDIAMOCI LA POLITICA E LA LIBERTA’. INVERTIAMO LA ROTTA

DESTRA, SINISTRA, O REVOLUZIONE CIVICA?

PINOCCHIO, LA SALVEZZA E IL LIBERO ARBITRIO

La favola di Pinocchio descrive il motivo per cui siamo stati creati, il nostro percorso per giungere alla Salvezza che Dio ha pensato per noi e il ruolo del libero arbitrio. 

Vediamolo insieme.

 

 

Geppetto è ricco d’amore che vorrebbe donare e che vorrebbe ricevere, perché l’amore per sua natura deve poter circolare, scambiarsi, spandersi, andare e ritornare. Allora si costruisce un burattino di legno anche se avrebbe voluto un figlio vero, umano come lui. Questo burattino, Pinocchio, potrebbe diventare umano, possiede già alcune facoltà: cammina, parla, ha una sua volontà e una sua intelligenza, ma per riuscirci deve migliorarsi, rinunciare al proprio egoismo e soprattutto amare il vecchio Geppetto che lo ha creato. Deve, cioè, rispondere a quell’amore che lo ha trasformato e portato all’esistenza. Pinocchio ha anche una qualità speciale, tipicamente umana, che nessun altro oggetto, pianta o animale possiede, la libertà di scelta, ed è proprio attraverso l’esercizio di questa prerogativa speciale che può guadagnarsi l’umanità e, di conseguenza, la vita piena. Esercitare la libertà, però, non è facile, perché se non giustamente indirizzata ti porta facilmente a sbagliare e infatti Pinocchio sbaglia, nonostante abbia una fatina e un grillo che lo consigliano e che tentano di fargli vedere quale sia la cosa giusta da fare. Pinocchio, però, è infatuato della propria libertà, pensa che questa si possa utilizzare senza sottometterla alla ragione e che esista esclusivamente per permettergli di divertirsi; mentre serve solo per scegliere di amare e amare Geppetto. Quando è all’apice del “divertimento”, ossia nel paese dei balocchi, gli errori commessi sono così tanti che perde anche la sua parziale umanità e diventa una animale, per l’esattezza un asino. Da animale non ha più la sua libertà e deve lavorare in un circo e ubbidire a un padrone.

Il Padre…ops Geppetto, intanto, che non si è rassegnato a perdere questa sua creatura rischia la vita per cercarlo e salvarlo. Si ritrovano nella pancia di un gigantesco pesce cane e qui Pinocchio riconosce tutti i suoi errori. Compie una vera conversione e inizia a una nuova vita fatta di premure e amore per il padre. La sua libertà viene, ora, utilizzata nella giusta maniera e Pinocchio si trasforma in un vero bambino, in un essere umano come Geppetto.

Anche noi uomini molto spesso non sappiamo gestire la nostra libertà. Commettiamo cose talmente brutte da farci desiderare di non averla. Se fossimo stati come gli animali che sono imprigionati nel loro istinto o gli astri che sono costretti ad obbedire leggi della fisica non ci sarebbero stati campi di sterminio, gulag, bombe atomiche ecc.
E, invece, noi uomini siamo liberi di fare il male, il bene e di essere indifferenti.
Perché?

Perché come Pinocchio dobbiamo diventare come nostro Padre Celeste e ricongiungersi a Lui. Ma per farlo è indispensabile che riconosciamo il Suo amore e lo riamiamo liberamente. Altrimenti moriremo asini, ossia non umani, come Lucignolo. La Salvezza è raggiungibile da tutti, basta utilizzare il nostro libero arbitrio per scegliere di amare Dio.

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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PRENDIAMOCI LA POLITICA E LA LIBERTA’. INVERTIAMO LA ROTTA

I partiti politici sono dei Panzer che procedono spediti sulla loro strada. Niente può fargli cambiare rotta se non una bordata sparata da un altro partito-carro armato. In questo contesto i cittadini possono schierarsi dietro uno oppure l’altro mezzo corazzato ma non possono certo modificarne la traiettoria. E allora qual è il nostro ruolo? Quello di votare il partito che reputiamo il meno peggio. Tutto qui.
Ma dei nostri bisogni, dei nostri interessi, delle nostre reali necessità chi se ne occupa? C’è un iato incolmabile tra gli elettori e i politici e questo deve finire. Non ci sarà mai vera democrazia e la sovranità non apparterrà mai al popolo finché i cittadini non potranno indirizzare la politica del Paese in modo attivo. Senza il benestare o l’appoggio di un “potente” nessuna idea popolare potrà realizzarsi. È giunto il momento di invertire la rotta. Perché è ormai evidente che la classe politica molto spesso è meno istruita, meno preparata e meno capace di chi vota. Non ho menzionato la parola onestà perché quella dovrebbe essere sinonimo nel termine politico.

Bisogna, però, che i cittadini si impegnino per cambiare le cose, che credano nella possibilità di creare una politica che venga dal basso, che si alleino e che si ascoltino vicendevolmente. Per questo è importante il ruolo delle liste civiche. A Roma Revoluzione Civica nasce dall’esperienza del VII Municipio e del suo Presidente Monica Lozzi (https://revoluzionecivica.it/chi-siamo/ https://www.facebook.com/REvoluzioneCivica) ma il suo intento è quello di esportare anche a livello nazionale un modello di partecipazione e di collaborazione fra cittadini che si è dimostrato estremamente efficace.

Ripartire dal basso è possibile.

Marco Di Mico

https://www.facebook.com/PresidenteMunicipioVII

https://revoluzionecivica.it/

L’EVOLUZIONE NON È PROGRESSO E NON È ACCETTATA DALL’UOMO

La teoria dell’evoluzione è pressoché un dogma ormai accettato da tutti. È popolare e amata, la si insegna nelle scuole e riscuote un grande favore mediatico e culturale. È una sorta di stella che brilla luminosa nel cielo della scienza. Eppure noi uomini se da un lato ne riconosciamo il valore dall’altro facciamo di tutto per evitarne le conseguenze e la cosa è davvero strana

Ma cosa dice questa teoria?
In sostanza, e semplificando, dice che gli individui di una popolazione sono in competizione fra loro per le risorse naturali; in questa lotta per la sopravvivenza, l’ambiente opera una selezione, detta selezione naturale. Con la selezione naturale vengono eliminati gli individui più deboli, cioè quelli che, per le loro caratteristiche sono meno adatti a sopravvivere a determinate condizioni ambientali. Per cui in ogni momento popolano la terra i soggetti migliori, quelli più adatti e più forti. (si veda: https://it.wikipedia.org/wiki/L%27origine_delle_specie
https://it.wikipedia.org/wiki/Selezione_naturale)

La cosa inspiegabile è che nonostante siano quasi tutti d’accordo con questa teoria, all’atto pratico si cerchi di evitarla, di disattenderla, di non lasciare che agisca indisturbata. Infatti l’uomo ha, giustamente, creato delle sovrastrutture sociali e comportamentali che difendono proprio i più deboli, quelli che rimangono in dietro e che senza un aiuto non ce la farebbero.

È come se l’uomo osservasse la natura dall’alto e decidesse di non farne parte, È come se decidesse di renderla più “umana”. Probabilmente abbiamo dentro di noi la percezione di valori superiori alla stessa natura. Il nostro senso di pietà e di giustizia travalicano la riflessione scientifica alla ricerca di un ordine superiore. Vogliamo realizzare una perfezione diversa da quella che ci circonda e che noi sentiamo come gerarchicamente superiore, più importante, forse divina.

 

Marco Di Mico

 

DESTRA, SINISTRA, O REVOLUZIONE CIVICA?

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DESTRA, SINISTRA, O REVOLUZIONE CIVICA?

Dobbiamo necessariamente sempre dividerci in fazioni, in visioni del mondo esclusive e contrastanti? Oppure è possibile una collaborazione fra cittadini per ottenere dei semplici e concreti risultati? La politica del comune deve rispecchiare un’ideologia o rendere la nostra vita più facile?

A Roma è nata Revoluzione Civica (qui il link https://revoluzionecivica.it/linee-guida-programma/) proprio con l’intento di costruire una rete di cittadini che collaborino per far crescere i propri municipi e la propria città. Che vogliano realizzare quei miglioramenti necessari per rendere la loro vita e quella dei propri figli più semplice e, al tempo stesso, più ricca e stimolante. L’idea è quella di costruire dal basso per intervenire con efficacia sul territorio senza disperdere risorse e tempo nei cunicoli oscuri della politica con la P maiuscola.

Revoluzione Civica parte dai successi ottenuti nel VII Municipio e dal suo Presidente Monica Lozzi (https://revoluzionecivica.it/chi-siamo/) ma il suo intento è quello di arricchirsi attraverso il libero contributo e le energie dei cittadini.

Per saperne di più: https://revoluzionecivica.it/ 

 

Marco Di Mico

Droga libera, Libertà e Aristotele

 

 

 

 

 

 

 

Non sarà che la droga libera serve a darci l’illusione di essere felici quando invece non lo siamo? Non sarà che la parola libertà riferita alla droga serve a illuderci di essere liberi?

A che serve lo Stato?
Perché accettiamo di vivere in uno Stato che ci obbliga a pagare le tasse e a rispettare regole di ogni tipo?
Semplice!! Perché lo Stato dovrebbe garantirci la felicità, o almeno il massimo grado di serenità, soddisfazione, sviluppo. Insomma ci dovrebbe far vivere bene.
Quindi con uno Stato serio, onesto, che funziona, dovremmo stare a posto. Vivere in pace e tranquilli.
E allora se tutto è così perfetto, direi quasi magnifico, perché dovremmo ricercare la nostra soddisfazione, la nostra pace, la nostra gioia nella droga? E soprattutto perché lo Stato dovrebbe permetterci di utilizzarla liberamente?
Viene il sospetto che la droga serva a riempire le falle aperte dagli errori dello Stato nei nostri confronti. Serva a coprire le sue mancanze e a toglierci la lucidità. L’uomo istruito, libero e con le facoltà razionali perfettamente funzionanti fa paura. Per lo Stato incapace e disonesto, che non fa vivere bene i propri cittadini è meglio l’uomo che si accontenta della droga. E’ meglio quello che baratta la propria libertà e la propria dignità con lo “sballo”
A dire queste cose è, in buona sostanza, Aristotele, che nella “Politica” afferma che l’uomo è un animale  politico (politikòn zôon) e quindi portato per sua natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità. Il singolo ha bisogno degli altri sia per ottenere più facilmente ciò di cui vivere, sia perché senza leggi ed educazione non si può raggiungere la felicità. Perché, invece, noi nonostante siamo naturalmente portati a formare delle comunità vediamo spesso lo Stato come un nemico?

Non sarà che la droga libera serve a darci l’illusione di essere felici quando invece non lo siamo? Non sarà che la parola libertà riferita alla droga serve a illuderci di essere liberi? 

 

L’università del papà

Un nostro lettore ci ha inviato una divertente, ma a tratti commovente (almeno per noi papà) riflessione sul ruolo del padre in questi nostri anni dominati dalla tecnologia e dal relativismo. Vorremmo condividerla con i maschietti -e questo è scontato- ma anche con le efficientissime e impegnatissime mamme che, spesso, vedono negli uomini una specie di macigno, di informe, ritardata, insensibile massa capace solo di seguire il calcio e i film di guerra. 
Invece… sotto sotto c’è parecchio da scoprire.

 

Già da parecchi anni sto studiando per essere un ottimo padre e ho già dato parecchi esami, per i voti che ho conseguito però, dovresti chiedere ai miei figli
Quello che ho imparato vorrei condividerlo con tutti i papà che leggono:
Ho imparato a stare zitto quando avrei voluto urlare a squarciagola e a strillare quando l’unica cosa da fare era di stare in silenzio e riflettere.
Mi sono allenato a fare la spola fra uno sport e l’altro, da una scuola all’altra, da un colloquio a una visita dentistica e ora sono pronto per la maratona monte verde Marconi.
Ho fatto corsi sul linguaggio criptico e sconosciuto dei millennium che richiede continui stage di aggiornamento
Passato notti insonni e fatto turni massacranti il deposito e prelievo di materiale umano nei locali sconosciuti e introvabili ( a proposito propongo il nobel per la pace per l’ideatore di Google Maps, senza di lui molti di noi vagherebbero ancora per le strade)
Accettato come un grande gesto d’amore un saluto sbiascicato e a voce flebile.
Ho riassettato stanze dove era scoppiato un tumulto sedato a stento dalle forze dell’ordine e sistemato armadi dove l’unica cosa da fare era usare il Napalm.
Ho camminato sentieri Imperscrutabili seguendo i loro ragionamenti e passato ore di silenzio in auto sapendo che mi stavano parlando (confesso, però, che a volte non ho ben capito cosa mi dicessero)
Ho letto libri, per aiutarli nei compiti che il vice questore Rocco schiavone definirebbe rotture di coglioni al livello otto, anche se qualcuno mi ha stupito.
Ho accettato di vedere iprogrammi televisivi improponibili e partite di calcio fra squadre dal nome e dalla nazionalità sconosciuta.
Ho dovuto prendere coscienza che ero lì come semplice supporto, un panchinaro, perché nella squadra titolare era sempre schierata la mamma. Ho cercato di fare come Altafini (chi ha la mia età se lo ricorderà) alla fine della carriera ovvero entrare in campo quasi al termine e lasciare il segno.
Sono andato a fare acquisti in negozi completamente bui e con la musica assordante per comprare dei capi di abbigliamento che, secondo me, vengono scelti a caso dai ragazzi pur di non ammettere che e’ tutto un enorme minchiata
Osservato nonni che ricordavo genitori inflessibili e dittatoriali completamente manipolati e in balia di nipoti.
Forse non ho ancora visto tutto e sono lontano dalla laurea ma di una cosa sono certo che tutto questo è una incommensurabile fortuna. Aver frequentato questo corso di studi, anche se a volte non ho capito bene alcune lezioni, è stato un vero privilegio

 

ALAN L.

 

Boldrini, Marcinelle, immigrazione e altre tensioni di questi giorni

boldrini

 

 

 

 

 

 

Volentieri diffondiamo questa lettera del professor Augusto Sinagra che bene illustra le tensioni di questi giorni.

Gentile Signora Boldrini,

ho esitato molto a scrivere queste poche righe perché non vorrei che qualcuno pensasse che io le attribuisca una ingiustificata importanza. Lei per me, come per tantissimi altri, non ha alcun rilievo né politico e meno ancora culturale.
Tuttavia, sono costretto a scriverle. Leggo infatti che lei ha deciso di ricandidarsi come Deputato. Le dico subito che la notizia non è devastante ma è semplicemente comica. Francamente non le riconoscevo alcun senso dell’ironia. Mi sbagliavo.La sua disponibilità non è stata raccolta da nessun Partito. È caduta in un generale e gelido silenzio. Forse lei pensa di creare un suo Partito? La cosa si farebbe ancor più interessante perché darebbe la possibilità di verificare quanti consensi lei riscuoterebbe. Forse i suoi familiari stretti, ma poi chi altri?
Lei ha motivato tale sua spericolata decisione dichiarando che deve finire il lavoro, ma quale non si capisce. E che è disponibile a dare ancora il suo contributo. Anche questo non gliel’ha chiesto nessuno.
Dalle mie parti direbbero che lei “se la canta e se la suona” da sola.

Forse il lavoro da terminare è quello di ottenere la demolizione di tutte le opere pubbliche e private realizzate dal Fascismo? Ovvero di assicurarsi, per la gioia del suo Collega Fiano, che nessuno più abbia portachiavi con l’effige del Duce? Oppure di assicurare l’arrivo in Italia di molte altre centinaia di migliaia di africani affinché molti di essi possano continuare a sopravvivere in condizioni di nulla facenti?

Oppure, il lavoro da terminare è l’approvazione della acquisizione della cittadinanza italiana in forza dello ius soli? Con il risultato di attrarre in misura crescente ulteriore immigrazine irregolare specialmente di donne incinte che poi non mancherebbero di rivendicare il diritto di ricongiungimento familiare facendo venire in Italia padre, madre, sorelle e fratelli.

Forse il suo lavoro è la “cinesizzazione” del mercato del lavoro in Italia con drastica riduzione dei salari anche dei cittadini italiani, riduzione delle pensioni (quelle degli altri) e completamento dello smantellamento dello Stato sociale che fu l’opera più grandiosa del Fascismo.

Lei è disponibile a dare ancora il suo contributo! Che generosità! Ma quale contributo? Quello di dividere ancor più gli animi degli italiani devastandone la coscienza politica, storica e morale?
Recentemente lei, in visita in Nigeria, ha dichiarato che avrebbe voluto vivere in quel Paese. Ecco, questa è una buona idea e sarebbe una saggia decisione.

Lei non si rende conto di quanto è rifiutata dagli italiani, accecata com’è dalla sua autoreferenzialità.
Un suggerimento, però, glielo voglio dare. Lei ha lavorato molti anni all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Ritorni a quel lavoro e magari si faccia destinare in Libia (non è la Nigeria, ma occorre un po’ di spirito di adattamento) e così potrà verificare di persona i rapporti tra gli scafisti e le ONG. E potrà constatare che non si tratta di rifugiati ma di una squallida tratta di esseri umani. Ma perché parlo? Lei queste cose le sa già molto bene.

In ogni caso, quel che le consiglio sommamente è di farsi dimenticare e di rifugiarsi in quell’opaco anonimato che maggiormente le si addice.

Prof. Augusto Sinagra (professore ordinario di diritto comunitario)

L’uomo dalla sapienza profetica e i nostri giorni

amil-2Quello che stiamo vivendo è un periodo di profonda decadenza, tanto disperata da risultare quasi oscena, pornografica. Precipitiamo verso il nostro inferno fatto di continui scandali, di emergenze non gestite (e a volte addirittura intenzionalmente provocate), di corruzione, di confusione, di pressappochismo, di furbizie, malaffare, collusioni, incapacità, ignoranza, delinquenza, imbecillità.
Questo degrado morale, spirituale, politico era stato, incredibilmente predetto da un uomo poco conosciuto, ma dalla sapienza profetica:  Henri-Frédéric Amiel, che nel suo poderoso “Frammenti di diario minimo” il 12 giugno 1871 scriveva:

“Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci.

Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante d’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino di essere uomo ed il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.

L’adorazione delle apparenze si paga.”

A me sembra che le sue parole sappiano esprimere pienamente quello che sentiamo nel cuore, ma che non riusciamo a descrivere compiutamente.

Di seguito una breve biografia di Henri-Frédéric Amiel.

Henri-Frédéric Amiel nasce a Ginevra il 27 settembre 1821.
Di famiglia protestante di origine francese ugonotta, dopo aver viaggiato e aver vissuto per qualche tempo a Berlino, torna a Ginevra, dove, nel 1849, ottiene la cattedra di estetica. Successivamente, nel 1853, otterrà anche quella di Filosofia.
Nel 1849 pubblica “Del movimento letterario nella Svizzera francese e del suo avvenire”.
Studioso di Rousseau, Amiel è ricordato soprattutto come autore di un “Diario” (Journal) di oltre 17 mila pagine, in cui scava con parossismo i propri moti psicologici.
Amiel ha scritto anche poesie di stampo romantico (“Grani di miglio”, Grains de mil, 1854) e saggi: sulla letteratura della Svizzera romanza, su Rousseau, su autori contemporanei.
Tra le sue opere ci sono inoltre un volume sui principi generali della pedagogia, e scritti riguardanti Erasmo da Rotterdam, Madame de Stael.
Il suo “Diario” viene pubblicato postumo, in modo sparso: nel 1884 con il titolo di “Frammenti di un diario intimo” (Fragments d’un journal intime), poi una edizione ampliata nel 1922, e nel 1927 un nuovo volume di confessioni con il titolo “Philine”.

Il gusto analitico di Amiel, con la sua inesausta indagine dei propri moti psicologici, delle proprie debolezze, dei sogni di uomo negato alla vita pratica, incapace di soffrire le imperfezioni del reale, corrispondono a un gusto prettamente decadentista.

Henri-Frédéric Amiel muore di asfissia il giorno 11 maggio 1881, all’età di 60 anni, a Ginevra.

Spirito attivo e curioso, Amiel nella vita fu sempre ostacolato da una timidezza morbosa e da una profonda inquietudine a cui trovò rimedio ripiegando su se stesso e analizzando i sentimenti propri e degli altri con acuta e sottile chiarezza, esprimendo una filosofia della vita profonda e talvolta amara. Amiel appare pertanto come l’espressione di un male, più sincero e raffinato di quello dei romantici.

Per maggiori ragguagli

http://www.treccani.it/enciclopedia/henri-frederic-amiel_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

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Nulla è più rivoluzionario, in questi nostri tempi, della consapevolezza storica

copertina_storia_medie2Rieccoci di nuovo qui. Avevamo deciso di ritirarci, di pensare ad altro, di lasciare che questo Paese si sfasciasse del tutto per poi cercare da ricostruirlo, ma purtroppo non abbiamo resistito. Guardando quello che succede sulla rete ci siamo resi conto che le persone di “buona volontà” devono cercare di fare qualcosa per arginare la pubblicità nascosta nei post e la volontà di modificare i fatti, e quindi la storia. Per questo siamo ritornati. Per cercare di fare chiarezza, per tentare di spiegare, per inseguire la verità dei fatti. Perché la Storia è una e non può essere utilizzata a proprio piacimento per fini politico-elettorali.

Nulla è più rivoluzionario, in questi nostri tempi, della consapevolezza storica. Tramontata l’era dei comizi, dei giornali di partito, dei TG e, soprattutto, della conoscenza intesa come amore per il sapere, siamo in balia delle informazioni che troviamo in rete e che spesso sono solo propaganda camuffata da notizia o, peggio ancora, fake news create per screditare o esaltare qualcuno. L’unica possibilità che abbiamo di comprendere la realtà che ci circonda e di chi fidarci è discernere storicamente i fatti. Uno dei mezzi maggiormente utilizzati oggi per veicolare questo tentativo di condizionamento è Facebook, dove chiunque può scrivere quello che vuole e dove è, praticamente, assente qualsiasi filtro. Spesso, anche persone in buona fede, diventano casse di risonanza di idee potenzialmente sbagliate oppure di informazioni capziose e false. È quindi indispensabile confrontare le idee non secondo posizioni ideologiche, ma su dati storici reali. La verità non è una questione di opinioni e soprattutto la verità è, e può essere, solo una. Non esiste una verità buona e una verità cattiva. Esiste solo la Verità.

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
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Cassazione. Sentenza contro il lavoro

cortecassazionePerché il lavoro è così impopolare agli occhi di chi detiene il potere?
Perché da alcuni anni i lavoratori sono sotto attacco?

Con la sentenza n° 25201 del 7 dicembre 2016 la corte di Cassazione stabilisce che “la volontà da parte del datore di lavoro di aumentare i profitti” rappresenta un giustificato motivo oggettivo per il licenziamento. Con questa sentenza della sezione Lavoro della suprema Corte non occorre che vi siano difficoltà economiche o uno stato di crisi per licenziare un lavoratore, ma è sufficiente che l’impresa si riproponga di guadagnare di più.

La sentenza è parte di un disegno molto ampio. L’obiettivo finale è ridurre sensibilmente i salari e le tutele per allineare il lavoro italiano, ma anche europeo, a quello dei paesi emergenti. Quella che stiamo vivendo è la seconda fase della “delocalizzazione”. Oramai gli industriali e le multinazionali che per un certo periodo avevano optato per portare le loro fabbriche nei paesi dell’Est, in Sudamerica, o in Asia, hanno realizzato che questa soluzione ha forti costi di realizzazione. Inoltre in alcuni paesi mancano sicurezza, infrastrutture, qualificazione. Così è iniziata la “fase due”, fatta di forte immigrazione incontrollata e abbattimento delle tutele del lavoro. Gli immigrati sono la mano d’opera che accetterà qualunque lavoro, con qualunque contratto, con qualunque salario, ma per far questo occorrono leggi appropriate, che permettano di rendere sempre più precario il lavoro. La sinistra sta portando a compimento questo progetto contro i suoi stessi cittadini, facilitando l’immigrazione e demolendo le tutele del lavoro.

Naturalmente la precarizzazione del lavoro non è solo colpa di Renzi, ma è comunque la Sinistra ad averla pensata e realizzata. Infatti, il lavoro temporaneo in Italia, venne introdotto dalla legge Treu nel 1997, dall’allora Governo Prodi. L’intento dichiarato era quello di combattere il lavoro nero, aumentare l’occupazione, dare slancio e flessibilità al mercato del lavoro, accrescere la competitività delle aziende. Questa legge si ispirava al modello danese, denominato Flexicurity perché è l’unione di flessibilità e sicurezza. Là, i lavoratori licenziati percepiscono dallo Stato l’80% dell’ultimo reddito ed entrano in un percorso di riqualificazione che ne aumenta l’occupabilità. In Italia, invece, ci si è concentrati sulla flessibilità, tralasciando completamente la protezione sociale. La legge 30 del 2003 (conosciuta come legge Biagi), poi, introducendo il lavoro ripartito, a progetto, intermittente, accessorio e occasionale non ha certo migliorato la situazione. Gli imprenditori hanno guadagnato la possibilità di licenziare, i politici quella di vantarsi di aver modernizzato il Paese e i lavoratori, purtroppo, pagano il tutto.

Successivamente il governo Monti ha, con il “decreto salva Italia” del 2012, liberalizzato tutto il commercio, permettendo ai negozi di rimanere aperti 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana, senza aumentare la protezione dei lavoratori di quel settore, che si sono ritrovati a dover rinunciare alle domeniche e alle festività religiose e civili come Natale, I° Maggio, 25 aprile, Pasqua ecc…senza contropartita. Inoltre questo governo, con la “legge Fornero” ha ulteriormente danneggiato i lavoratori che hanno visto allontanarsi la data della pensione.

Poi, Renzi con il suo Jobs act ha tolto la protezione dell’art. 18 e ora questa sentenza contribuisce a quest’opera di smantellamento della difesa dei diritti dei lavoratori.

Questo attacco al lavoro e ai lavoratori parte da lontano e purtroppo non è ancora giunto alla fine. Per fermarlo e magari ricacciarlo facendolo retrocedere abbiamo una sola arma: la prossima volta che avremo la fortuna di andare a votare, valutare con la massima attenzione i programmi dei partiti e soprattutto ricordarsi di chi ha contribuito maggiormente a rendere precario e instabile il lavoro.

 

Marco Di Mico

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Referendum, 4 risate per decidere

scheda-referendum1Secondo voi, la Costituzione deve essere accessibile a tutti, oppure la sua comprensione deve appartenere a pochi eletti?

E sempre secondo voi, è più facile ingannare i cittadini con una legge chiara oppure con una incomprensibile?

Per farsi un’idea di cosa votare al quesito referendario di domenica 4 dicembre, vi invito a confrontare l’art. 70 attualmente in vigore nella nostra Costituzione con il nuovo art. 70 proposto da Renzi. Il confronto vi aprirà gli occhi e vi mostrerà su quale simbolo apporre la vostra croce.

A parte le risate che vi farete, alla fine della lettura provate a sintetizzarne il contenuto. Qui da noi nessuno ci è riuscito.

 

ARTICOLO 70 IN VIGORE OGGI

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere

ARTICOLO 70 PROPOSTO DA RENZI

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche (NdR art. 6 Cost.), i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71 (NdR referendum popolari propositivi e d’indirizzo, ecc.), per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma (NdR modalità di attribuzione dei seggi del Senato e di elezione tra consiglieri regionali e sindaci), 80, secondo periodo (NdR autorizzazione alla ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia alla U.E.), 114, terzo comma (NdR ordinamento della Capitale), 116, terzo comma (NdR attribuzione alle Regioni di ulteriori forme e condizioni di autonomia), 117, quinto (NdR norme di procedura concernenti la partecipazione delle Regioni alle decisioni volte alla formazione degli atti normativi dell’U.E.) e nono comma (NdR casi e forme di accordi delle Regioni con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato), 119, sesto comma (NdR fondo perequativo per territori con minore capacità fiscale per abitante), 120, secondo comma (NdR procedure per l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato rispetto alle Regioni), 122, primo comma (NdR principi fondamentali concernenti il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente, Giunta e consiglieri regionali), e 132, secondo comma (NdR aggregazione di un Comune ad altra Regione). Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma (NdR intervento della legge statale in materia riservata alla competenza regionale quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale), è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma (NdR bilancio e rendiconto consuntivo), approvati dalla Camera dei deputati sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.

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Papa Francesco. Cattolici e Protestanti, cosa li unisce?

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Cinquecento anni dopo la Riforma, si tesse un dialogo tra Cattolici e Protestanti. Cosa unisce le due confessioni? E cosa li spinge a cercare un dialogo?

Il 31 ottobre papa Francesco è volato in Svezia per la commemorazione dei cinquecento anni della Riforma Protestante. L’intento di questo viaggio non è certo quello di spianare la strada alla riunificazione della Chiesa Cattolica con quella Protestante. Le differenze teologiche e dottrinali sono troppo importanti e profonde per essere superate. Al massimo si potrà raggiungere qualche tappa intermedia, come l’intercomunione, affinché luterani e cattolici possano partecipare alla stessa “cena del Signore”. Il vero motivo del riavvicinamento fra le due Chiese è, con ogni probabilità, quello di creare un fronte comune fra i cristiani per difendere i propri fedeli nel mondo. Le persecuzioni contro i cristiani, infatti, raggiungono numeri inimmaginabili. Secondo la World Watch List dell’Associazione Porte Aperte, nel 2015 i cristiani uccisi nel mondo per la propria fede sono stati 7.100 (4.344 nel 2014). Attualmente persecuzioni contro i cristiani (indifferentemente Cattolici, Protestanti, Ortodossi) sono in atto in diversi paesi del mondo, ad opera di fondamentalisti islamici, indù e dei regimi comunisti o atei.

In aiuto a tutti i cristiani

Nella dichiarazione congiunta Cattolico ­ Luterana, sottoscritta da papa Francesco e dal vescovo Munib Yunan presidente della Lwf, la Federazione Luterana mondiale, si legge: «Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione». Poco oltre il messaggio diventa ancora più esplicito: «Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell’estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo».

Le differenze tra Cattolici e Protestanti

Vediamo ora alcune delle principali differenze fra Cattolici e Protestanti.
I Protestanti ritengono che la salvezza dalle fatali conseguenze del peccato è possibile solo mediante un sovrano atto di grazia di Dio e non è qualcosa che il peccatore possa meritarsi. La salvezza, quindi, è un dono immeritato. L’unico “attore” nell’opera della salvezza è Dio. Essa non è in alcun modo il risultato di cooperazione fra Dio e l’essere umano che ne è coinvolto. Per Lutero il comportamento degli uomini è ininfluente. Egli ritiene che chi si salva sia predestinatoa farlo, indipendentemente dalle sue azioni. La sua predestinazione si scontra totalmente con il libero arbitrio che lascia all’uomo la facoltà di scegliere tra bene e male.
I Cattolici, invece, credono che sono le opere compiute dall’individuo (oltre alla sua fede) a determinare la salvezza. Inoltre, per i cattolici sono determinanti i sette sacramenti: battesimo, confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi, ordine sacro e matrimonio.

I Protestanti ritengono che l’unica fonte di Verità sia la Bibbia e che non debbano esserci ulteriori strumenti per decodificare la volontà di Dio. È l’individuo che, da solo, interpreta la Bibbia, senza l’intermediazione della Chiesa che viene pensata in modo fortemente negativo.
La dottrina cattolica, invece, cammina su due binari: la Sacra Scrittura e la Tradizione, composta dai contributi dei Santi, dei Padri della Chiesa e delle encicliche papali. La corretta interpretazione e spiegazione della Scrittura spetta solo alla Chiesa, perché è ad essa (cioè agli apostoli) che Gesù ha affidato la diffusione dei suoi insegnamenti. In Giovanni (17, 6-8) si legge:

«Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato».

I Protestanti, non riconoscendo la Tradizione cattolico-romana non riconoscono alcune dottrine quali il purgatorio, i santi, l’adorazione della Madonna. Naturalmente i Protestanti, non riconoscendo la Chiesa cattolica e la Tradizione cattolica-romana, non riconoscono l’autorità del Papa. Essi non danno nessuna importanza alla successione apostolica. L’unica autorità che riconoscono è quella di Cristo. Per cui tutto quello che riguarda l’uomo non ha valore.

I Cattolici credono nella transustanziazione, cioè che durante la consacrazione del pane e del vino essi diventino nella sostanza il corpo e il sangue di Cristo. Nella Chiesa protestante rimane invece divisione su quest’argomento: Lutero riteneva esistesse la consustanziazione, ossia Dio c’è in presenza ma non trasforma la sostanza; Calvino, invece, credeva in una presenza di Dio solo spirituale negando, di fatto, il carattere sacrificale della messa.
Nella Chiesa Protestante vengono riconosciuti come sacramenti solo il Battesimo e l’Eucarestia e, parzialmente, il sacramento della penitenza (confessione).

I preti Protestanti non fanno voto di celibato. Nella tradizione cattolica, invece, tale vincolo esiste. Questo voto, anche se si rifà al pensiero espresso dallo stesso san Paolo alla nascita del cristianesimo, non venne codificato fino al Concilio romano del 386 d.C.

Uniti nella stessa Fede

A ben guardare i punti centrale dei protestanti sono l’avversione alla chiesa cattolica come istituzione frapposta fra l’uomo e Dio e la convinzione che l’uomo non sia in grado, con il suo operato, di guadagnarsi la salvezza. Il Protestantesimo ritiene che la Chiesa non possa aggiungere niente a quanto rivelato dalla Bibbia. Inoltre il suo giudizio sulla Chiesa cattolica è fortemente negativo. Contraddicendo le proprie convinzione, però, i protestanti hanno anch’essi fondato una chiesa e hanno dato all’uomo, che considerano non in grado di auto-salvarsi, il compito di interpretare da solo le scritture.
L’unità fra le due Chiese non è compromessa solo dai punti riportati sopra, che riguardano la Fede. A ingrandire il fossato sono le differenze sul piano etico, soprattutto in bioetica, famiglia, matrimonio, gender. Tanto per fare un esempio, Eva Brunne, eletta nel 2009 a vescova di Stoccolma, è lesbica e sposata con una pastora e, come se non bastasse, la coppia ha un figlio.
Tuttavia, Cattolici e Protestanti hanno in comune la Fede in Cristo e per questo sono oggetto di persecuzioni, purtroppo spesso dimenticate, in molte parti del Mondo. E questo è sicuramente un forte punto di contatto e di convergenza che può portare a un riavvicinamento fra i due cristianesimi.

Marco Di Mico

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MARCO DI MICO
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Papa Francesco. Cattolici e Ortodossi, a che punto siamo?

È possibile l’unità fra cattolici e ortodossi? A che punto siamo?

Rispondere a queste domande è molto complesso, perché le difficoltà si sviluppano su due diversi piani, e per riunire le due Chiese bisogna che entrambi siano affrontati e risolti.

Il primo impedimento è politico. Nel 325, il concilio di Nicea, oltre a stabilire il Credo Niceno che condanna definitivamente l’arianesimo come eresia, approva la già esistente organizzazione delle sedi episcopali secondo le province civili dell’impero romano. Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme costituiscono la Pentarchia. Queste sedi erano autocefale e paritetiche fra loro, nel senso che nessun vescovo esercitava un potere particolare sui suoi colleghi. La chiesa occidentale, però, sviluppò il concetto del primato del vescovo di Roma, in quanto considerato successore dell’Apostolo Pietro. Il vescovo di Roma, inizia, così, a reclamare la propria “naturale” autorità anche sui quattro patriarcati orientali (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme) che erano disposti a concedere al Patriarca d’Occidente un primato solo onorario e a lasciare che la sua autorità effettiva si estendesse solo sui cristiani d’Occidente.
I testi evangelici mostrano chiaramente che l’apostolo Pietro ha un ruolo di primo piano rispetto agli altri undici apostoli. Gesù in diversi passi ha indicato Pietro come una figura di riferimento. Dopo che Gesù è salito al cielo, infatti, gli apostoli, si sono rivolti a Pietro per avere una guida in alcuni momenti importanti.
Prima della loro morte, gli apostoli si sono scelti dei successori (i vescovi). Il successore dell’apostolo Pietro ha continuato a godere di maggiore autorità e fu chiamato, per distinguerlo dagli altri vescovi, Papa. Il Papa è quindi il capo della Chiesa perché è il successore dell’apostolo Pietro.
Inoltre a rafforzare la figura del Papa contribuì il suo particolare ruolo politico dovuto alla mancanza di autorità causata dalla caduta dell’impero romano. Sarà il Papa, infatti, a incoronare re e imperatori che solo così venivano legittimati. Carlo Magno venne incoronato imperatore durante la messa di Natale dell’800 da Papa Leone III.

Per gli Orientali, nel periodo che ha preceduto il grande scisma d’oriente, il Papa non era considerato il capo di tutta la Chiesa. Per loro i vescovi erano tutti sullo stesso piano, ma se proprio doveva esserci un capo, doveva essere il patriarca della città più importante, della città in cui risiedeva l’imperatore ancora esistente, ossia il patriarca di Costantinopoli.

Il secondo impedimento è, invece, di natura teologica e più precisamente Trinitaria.
Per contrastare l’eresia ariana (che affermava che la prima e la seconda persona della Trinità non sono coeterne ed uguali) il clero spagnolo, nel 587, introdusse arbitrariamente il Filioque nel Credo Niceno: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio (Filioque, appunto) e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti”. Alla chiesa d’Oriente tale inserzione parve alterare non solo il credo universale, ma anche la dottrina ufficiale della Trinità, creando una irrazionale “doppia paternità” dello Spirito Santo.

A questi due motivi di scontro, nel corso dei secoli se ne aggiunsero altri minori. Ad esempio Roma si rifiutò di designare il patriarca di Costantinopoli come “ecumenico” (cioè “universale”), perché tale titolo era riservato ai patriarcati fondati da uno degli apostoli. Nonostante gli attriti e le incomprensioni, però, la chiesa si era mantenuta unita. Tanto che nel 1054 Papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida per tentare di appianare le divergenze. La visita, invece, terminò nel peggiore dei modi. Le incomprensioni e le differenze si acuirono al punto che il 16 luglio 1054, il cardinale Umberto depositò sull’altare di Santa Sofia una bolla di scomunica contro il patriarca Michele Cerulario e i suoi sostenitori, atto che venne inteso come una scomunica a tutta la Chiesa bizantina. A questo atto, Cerulario rispose in modo analogo ritenendo doveroso scomunicare Umberto di Silvacandida e gli altri legati papali. Le Chiese, inoltre, attraverso i loro rappresentanti ufficiali, si anatemizzarono l’una l’altra, dando vita a quello che oggi noi conosciamo come il Grande Scisma. Non esisteva più una sola grande Chiesa, ma una Chiesa cattolica e una Chiesa ortodossa, ognuna delle quali rivendicava per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana.

Da quel momento le due Chiese furono indipendenti l’una dall’altra, e questo comportò un acuirsi delle differenze. La Chiesa d’oriente, non raccolse alcuni dogmi della Chiesa d’occidente che pure avrebbe potuto riconoscere in quanto molto prossimi al suo sentire. Gli ortodossi, infatti, pur avendo per la Madonna grande rispetto, venerazione e considerazione non riconoscono il dogma dell’Immacolata Concezione proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 e quello dell’Assunzione di Maria in Cielo proclamato da Pio XII il 1º dicembre del 1950. Naturalmente, visto che le loro Chiese sono autocefale non riconoscono il dogma dell’infallibilità del Papa definito solennemente durante il Concilio Vaticano I, nell’anno 1870.

Le due Chiese rimasero separate per circa 900 anni. Il primo riavvicinamento si ebbe il 5 gennaio 1964, quando il Patriarca di Costantinopoli Atenagora I e Papa Paolo VI si incontrarono a Gerusalemme. Il loro “abbraccio di pace” e la loro dichiarazione di riconciliazione furono il primo atto ufficiale congiunto delle due chiese dallo scisma del 1054.

Anche Giovanni Paolo II fu un forte sostenitore del dialogo ecumenico. Nel maggio del 1999 incontra a Bucarest il Patriarca rumeno Teoctist. E nel novembre del 2004 restituisce parte delle reliquie dei patriarchi Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli. I suoi gesti di apertura faranno sì che Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, insieme con altri capi delle Chiese autocefale orientali, presenziò ai funerali di Papa Giovanni Paolo II, l’8 aprile 2005. Questa fu la prima occasione dopo molti secoli nella quale un Patriarca ortodosso ha assistito ai funerali di un Papa, ed è considerata da molti un serio segno della ripresa del dialogo verso la riconciliazione.

Benedetto XVI incontrò il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I a Istambul nel novembre del 2006. L’incontro portò a un vertice tenutosi a ottobre del 2007 a Ravenna, fra una delegazione cattolica guidata dal cardinale Kasper e una delegazione panortodossa guidata dal metropolita Zizioulas del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Frutto di tale vertice fu un documento congiunto che, testualmente, fa del Papa “il primo dei patriarchi”. Questa affermazione, risolvendo l’aspetto politico dello scisma, ha aperto la strada a una possibile riunificazione della Chiesa cattolica con quella ortodossa. Il problema è che a formularla sono stati gli ortodossi di Costantinopoli. Le Chiese ortodosse, però, come dicevamo prima, sono autocefale e quindi ognuna parla per sé. Attualmente, oltre al patriarcato di Costantinopoli ci sono molti altri patriarcati (in un certo senso tutti indipendenti): Alessandria, Grecia, Romania,  Serbia, Russia, Bulgaria. Il più importante per peso politico e numero di fedeli è quello di Mosca e di tutta la Russia, ossia del Patriarca Kirill (Cirillo).

L’incontro di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca Kirill a L’Avana, quindi, va valutato alla luce di questo lentissimo processo di avvicinamento delle due Chiese. L’incontro, però, non aveva fra le sue finalità dichiarate quello di un possibile riavvicinamento fra le due Chiese, e, soprattutto, non si è parlato né del riconoscimento del Papa come il primo dei patriarchi né di altri punti di disaccordo. Quindi, seppure presentato come “storico”, non permette di sperare in una reale riconciliazione. Al massimo, dal momento che nessun Papa aveva mai incontrato il patriarca di Mosca, si può considerare come un inizio, come un primo approccio al problema.
Bisogna anche considerare le motivazioni che hanno spinto il Patriarca Kirill. Con ogni probabilità, con questo evento ha cercato di raggiungere due differenti obiettivi:

  • prestigio personale e realizzazione di una egemonia moscovita sull’ortodossia;
  • sostegno al governo russo.

L’incontro ha rappresentato il tentativo di prevalere sugli altri leader ortodossi per imporsi come capo dell’ortodossia e per acquistare rilevanza internazionale dopo essere stato messo in ombra dal patriarca di Costantinopoli. Infatti dal 1964 l’unico interlocutore ortodosso della Chiesa cattolica è stato il patriarcato di Costantinopoli. Inoltre è stato un mezzo per contrastare la voglia di indipendenza della Chiesa ortodossa ucraina.

Data la vicinanza del patriarcato di Mosca con lo Stato russo, il gesto del patriarca di Mosca tende a rinforzare l’influenza della Russia sulla scena mondiale, rilanciandone l’immagine internazionale dopo il discredito dovuto ai suoi interventi militari in Siria e in Ucraina.

Per Papa Francesco, essendo il primo Papa ad incontrare il patriarca di Mosca, l’incontro è stato un successo ecumenico e diplomatico. Anche se per raggiungerlo, ha dovuto scontentare la Chiesa greco-cattolica ucraina che si è sentita tradita dal comportamento del Papa.

Sciogliere questo groviglio di interessi politici, personali e teologico-dottrinali è certamente un compito difficilissimo e, soprattutto, dai tempi lunghissimi. Pertanto l’incontro va ridimensionato come importanza e considerato nella sua giusta prospettiva: è un primo passo e niente di più.

Forse non si arriverà mai a una riunificazione della Chiesa cattolica con quella ortodossa, perlomeno non attraverso le vie ufficiali e della diplomazia. Nulla vieta ai singoli fedeli, però, di sentirsi in comunione con i fedeli delle altre Chiese che, comunque, professano la loro stessa fede in Gesù.
In questo Mondo che possiamo definire post-cristiano, dobbiamo riscoprire le indicazioni di sant’Agostino per il mondo pre-cristiano. Il santo di Ippona, infatti, riprendendo san Paolo, ritiene che l’unità non vada ricercata nelle istituzioni, ma in Cristo. Perché la Chiesa rappresenta il “Corpo Mistico” di Cristo. I battezzati nel Signore ne costituiscono le membra, mentre il capo è Gesù stesso. Come il corpo umano, tenuto insieme dall’anima, è costituito da diverse membra ognuna con funzioni diverse, così il corpo mistico, tenuto insieme dallo Spirito Santo ha diverse membra, ognuna utile come lo sono gli occhi, le mani e le altre parti che formano il corpo umano. In questa collaborazione dove ogni parte ha una sua funzione vitale, può ritrovarsi l’unità della Chiesa. Sarà quindi, la comune fede in Cristo a riunire i cristiani e non i documenti ufficiali.

Marco Di Mico

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Elezioni americane: impressioni a caldo

donald-trump-make-america-greatDonald Trump presidente U.S.A

Contro tutte le previsioni degli esperti e i sondaggi, Trump vince le elezioni americane. Evidentemente i sedicenti esperti non hanno il polso di quello che gli americani vogliono. Oppure, cosa più probabile, con le loro opinioni e con i falsi sondaggi hanno tentato di manovrare l’opinione pubblica facendo credere a chi aveva pensato di votare per Trump di essere una specie di sfigato-emarginato. Ma alla fine questo voto, per molti inaspettato, sancisce la fine del pensiero liberal e del politically correct. Vince il presidente che ha il coraggio di schierarsi contro l’aborto, che è a favore delle armi, che vuole avvicinarsi alla Russia di Putin, che si scaglia contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, che vuole combattere l’Isis, tenere a freno l’Islam, che è contrario all’accordo sul nucleare iraniano e che non vuole ripetere gli errori di Obama in politica estera. Obama ritirando le truppe americane da Iraq e Afghanistan ha di fatto facilitato l’espansione dell’Isis e del terrorismo internazionale ad esso collegato. Con il loro voto gli americani hanno dato un calcio a tutta quella costruzione ideologica laicista, antioccidentale, anticristiana, permissivista e autolesionista che ha caratterizzato gli ultimi venti-trenta anni della società americana e anche europea. È come se di colpo il Kevin Costner di “Balla coi Lupi” fosse stato soppiantato dal ritorno di John Wayne.

C’è da chiedersi che cosa faremo noi europei. Rivedremo le nostre convinzioni, oppure continueremo sulla nostra strada? A ben guardare, però, sembra che dei “muri” si stiano alzando anche da noi.

Marco Di Mico

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Dovevailpaese lo aveva previsto. Bratislava: Renzi solo contro Merkel e Hollande

grafico in caloIl destino dell’Europa è incerto. I nodi da sciogliere per continuare a credere in un’Europa unita sono quelli della crescita e la gestione dei migranti.

Dopo un’apertura verso questi due temi, Francia e Germania sono ritornati al rigore. Questo mette in difficoltà il nostro Paese che deve fare i conti con una ripresa che non c’è, ma che è già stata pubblicizzata e su cui si sono fatti i conti finanziari. Inoltre la spesa per gestire le decine di migliaia di migranti sottrae risorse che potevano essere utilizzare per ammodernare le nostre infrastrutture creando lavoro, ricchezza, ripresa. Quindi il nodo della flessibilità diviene, per l’Italia, decisivo. Tanto che Renzi alla fine del vertice di Bratislava ha elogiato la politica economica americana contrapponendola a quella del rigore europeo. Noi di dovevailpaese, in un articolo del 4 gennaio 2015, eravamo giunti con largo anticipo alle conclusioni cui il nostro premier è arrivato solo due giorni fa. È quindi con una punta di malcelato orgoglio che vi riproponiamo l’articolo in cui analizziamo la situazione economica europea e americana per affermare che i risultati sono chiaramente a favore delle scelte economico a sostegno della ripresa fatte dagli USA.

DI SEGUITO L’ARTICOLO DEL 4 GENNAIO 2015

Gli Usa sono definitivamente usciti dalla crisi. Il loro Pil cresce del 5% annuo e la disoccupazione è diminuita al 5,8%. L’Europa, invece, guidata dall’austera Germania e paralizzata dal “fiscal compact“, annaspa, ansima, sprofonda.
L’Italia, dopo la cura imposta dalla Merkel e dall’Europa e somministrataci da Monti-Letta-Renzi, chiuderà il 2014 con un Pil in calo dello 0,4%. La grande Germania, che si vanta di aver fatto le riforme giuste al tempo giusto e che ci indica la via da seguire per uscire dalla crisi, ha dovuto rivedere le proprie stime. La Bundesbank ritiene che il 2014 si chiuderà con un Pil in crescita dell’1,4% invece dell’1,9% previsto e che il prossimo anno la crescita sarà dell’1% invece che del 2%.

Ma come hanno fatto gli Usa ad ottenere questo risultato sorprendente?
Semplice: hanno dato un calcio all’austerità, al rigore, al pareggio di bilancio.
Obama ha lascito che il rapporto deficit/Pil toccasse quota 12% (mentre noi europei non possiamo superare il 3%). Per inciso, ora è ridisceso al 2,5%, non in virtù di tagli e privazioni, di lacrime e sangue ma grazie alla crescita economica.
La Federal Reserve, poi, ha creato liquidità comprando bond fino a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, questa gigantesca massa di soldi non è stata sequestrata dalle banche, come avviene da noi, ma è arrivata alle famiglie e alle imprese.
Per finire, il Dollaro è stato svalutato senza timore. Noi difendiamo l’Euro a spada tratta, neanche fosse il nostro onore o il nostro stesso benessere.

A questo punto, chiunque con un po’ di sale nella zucca direbbe: “Forse la strada intrapresa è sbagliata, proviamone un’altra”. Chiunque ma non i capoccioni che siedono dei Palazzi della UE. Loro mantengono le posizioni con fermezza e, manco a dirlo, rigore. Questa ossessione per lo sforzo, per il sacrificio ad oltranza, per la ferrea disciplina non è frutto di una scelta economica, bensì della loro storia culturale e religiosa. È una cosa che si portano dentro, è la loro forma mentis, che trova la sua origine nell’etica protestante. Il loro codice morale si basa sui principi della parsimonia, del duro lavoro e dell’individualismo. Per loro è inconcepibile la ricchezza e il benessere senza il sacrificio. Nella loro mente la crescita economica ottenuta dall’America è un peccato, perché avvenuta senza sofferenza, privazioni, rinunce. Questo è il loro limite più grande. Limite che siamo costretti a far nostro benché la nostra mentalità di europei del Sud sia completamente opposta. Purtroppo questa Europa unita non è nata come gli Stati Uniti da un sentimento comune, da una necessità condivisa, ma è stata imposta dall’alto. Ha messo insieme popoli assai diversi per cultura, religione, tradizione, lingua. È un mostro, un Frankenstein, composto da membra appartenenti a diverse persone e cucite a forza. Senza essercene resi conto, con l’Unione Europea abbiamo ricreato lo stesso obbrobrio della Jugoslavia di Tito o l’Iraq di Saddam Hussein. I movimenti euroscettici sono proprio il frutto di queste tensioni naturali, di queste crisi di rigetto. Per realizzare la magnifica idea dei padri fondatori, i Paesi mediterranei hanno accettato un profondo cambiamento di mentalità e di comportamenti, altrettanto dovrebbero fare quelli tedesco-scandinavi. Nessuna unione può durare senza il compromesso e la comprensione dell’altro.

Articolo di Marco Di Mico (autore de “La vicenda di un lavoratore bastardo”) del 4 gennaio 2015

 

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Facebook. Perché?

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L’uomo è un essere sociale e questo lo sanno tutti. Ma possiamo definirlo anche un essere “social”? La socialità virtuale è uguale a quella reale?

 

 

L’uomo è un essere sociale e questo lo sanno tutti. Ma possiamo definirlo anche un essere “social”?. La socialità virtuale è uguale a quella reale?
Noi abbiamo bisogno degli altri uomini; ma abbiamo, veramente, bisogno anche di quelli immateriali con cui ci colleghiamo attraverso la rete?
Intanto voglio dire che su Facebook si possono trovare facilmente persone che hanno i nostri stessi interessi e questo è buono; inoltre c’è chi ci trova l’amore e chi un antidoto alla solitudine e anche queste sono cose buone.

Però se proprio vogliamo vedere il fenomeno nella sua completezza bisogna dire che forse su Facebook ci passiamo troppo, troppo tempo. Tempo che poi togliamo alla vita reale, ai rapporti con le persone che amiamo o alle nostre responsabilità di lavoratori, genitori, amici (reali), figli, cittadini. Il fatto è che stare su questo social ci fa sentire al centro del mondo. I nostri post non sono altro che urla per affermare la nostra esistenza, che però diviene a due dimensioni, e come tale incompleta. I “mi piace” stuzzicano il nostro narcisismo e il nostro desiderio di sentirci apprezzati.

Può succedere che subiamo una sorta di sdoppiamento della nostra persona. Una, quella reale, quasi anonima, mediocre, insoddisfatta. L’altra, quella virtuale, brillante, seguita, di successo. Sarà logico identificarsi con la seconda, nonostante sia inesistente, finta, irreale, ma in questo modo anche noi diventiamo irreali, finti, inesistenti e questo non lo so se è buono.
Inoltre l’anonimato o la protezione dello schermo ci rendono più aggressivi e irascibili. Spesso prendiamo posizioni che nella vita reale non prenderemmo perché moderate dai normali freni inibitori e dal rispetto per l’altro.

Una volta ho letto che se leggessimo dieci libri l’anno su un determinato argomento, dopo dieci anni saremmo uno dei massimi esperti su quella cosa. Allora mi sono chiesto se anche dopo dieci anni passati su Facebook modificheremo positivamente le nostre competenze e la nostra cultura. Francamente devo dire di “no”. E allora che scopo ha tutto quel tempo passato a scrivere e leggere?
Serve a sentirci vivi? Importanti? Amati? Intelligenti? Diciamo che questi nostri desideri sono giusti, è il mezzo che è sbagliato. Le ore passate su Facebook non servono quasi a niente, perché non modificano la nostra essenza e la nostra realtà, ma solo l’illusione che abbiamo di noi stessi.
Siamo sicuri che sia quello il posto adatto per questi desideri? Non è una scorciatoia inutile e sterile?
Francamente credo che dovremmo riscoprire la bellezza degli incontri fisici, reali. Perché nulla vale quanto uno sguardo, una stretta di mano, un abbraccio, un bacio. Ci stiamo accontentando di una foto quando potremmo avere una persona.

Marco Di Mico

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Brexit. Riflessioni

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FINAL RESULT

48.1% Remain

51.9% Leave

 

I risultati del referendum sono noti solo da alcune ore e le conseguenze sono già disastrose. Nel momento in cui scrivo la sterlina si è svalutata sul dollaro di oltre il 7% e sull’euro di quasi il 6%. Le borse del vecchio continente e quelle asiatiche sono crollate. Naturalmente sono in positivo l’oro, il dollaro e la borsa americana.

Riflessioni.
Tutto quello che sta succedendo è solo il frutto di un’attività speculativa perché da ieri i dati dell’economia reale britannica e mondiale sono rimasti esattamente gli stessi. Semmai a far paura sono le previsioni; i possibili scenari che potrebbero avverarsi. Primo fra tutti quali accordi economici e commerciali la Gran Bretagna farà con l’Unione Europea, ma per questi ci vorranno almeno due anni. Potrebbe essere molto preoccupante il grande deficit esterno della Gran Bretagna che è pari al 7% del Pil e che andrà comunque finanziato con valuta estera che diverrà sempre più cara per gli inglesi (sempre ammesso che la Sterlina continui a svalutarsi).

La Gran Bretagna, comunque, non è mai stata completamente integrata nell’Europa Unita, tanto che ha conservato la sua moneta, non ha aderito al trattato di Schengen e ha degli accordi commerciali separati.

Ora se per il Regno Unito ci saranno delle conseguenze economiche fortemente negative, questo favorirà non di chi vuole separarsi, ma chi sostiene la necessità di rimanere in Europa e nell’Euro.
La politica economica e finanziaria dell’Europa, però, non potrà essere più la stessa. Il rigore e la leadership della Germania dovranno cedere il passo in favore di una politica economica incentrata sulla crescita. Se si vuole contrastare questa voglia di “exit”, bisognerà mettere in campo dei provvedimenti che facciano sentire i cittadini europei protetti dall’appartenenza all’Unione. Il voto di ieri ha segnato la fine dell’”austerità” europea. Siamo giunti a un momento di svolta. La nuova Europa dovrà avere una maggiore attenzione sociale.

Vedendo le percentuali di voto, poi, appare chiaro come i grandi sconfitti siano i giovani e le persone con una cultura universitaria. Infatti il 75% dei votanti dai 18 ai 24 anni e il 54% di quelli dai 25 ai 49 hanno votato per rimanere in Europa. A vincere, quindi sono stati coloro dai 50 anni in su. Rilevante è anche il dato sul titolo di studio. Il 71% delle persone con una laurea hanno votato contro l’uscita. Il leader dei democratici Tim Farron ha sintetizzato quanto accaduto dicendo: « I giovani hanno votato con un ampio margine per restare, ma il loro voto è stato surclassato… Sono andati a votare per il loro futuro, che però gli è stato portato via».

Non ci resta che attendere e vedere che cosa succederà.

 

Marco Di Mico

 

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Letteratura. Lo scrittore Marco Di Mico racconta Raymond Carver (parte 2)

raymond carverDopo il nostro articolo su Raymond Carver in molti ci hanno chiesto maggiori informazioni su questo importante autore americano. Quindi, noi di dovevailpaese, abbiamo chiesto allo scrittore Marco Di Mico di ampliare il suo precedente saggio.

 

 

 

Qui di seguito l’articolo ampliato. Buona lettura.  
Carver nasce il 25 maggio 1938 e muore il 2 agosto 1988. Solo cinquant’anni di vita per uno scrittore splendido. In questo poco tempo ha conquistato molti importantissimi riconoscimenti e ha dato alla letteratura un nuovo stile espressivo: minimalista venne chiamato all’epoca.

C’è da dire che lui si oppose sempre a questa, che definiva, “un’inutile etichetta” e aveva ragione. I suoi scritti non sono minimalisti, sono asciutti, scarni, scavati, essenziali. Le sue pagine non sono scritte, sono scolpite. Viene tolto il superfluo per lasciare l’essenza, per l’asciare l’uomo. Ad ogni modo negli anni della sua maturità si distacca completamente dal minimalismo per ricercare un’espressività più rotonda.

I protagonisti delle sue storie sono persone comuni dalla vita mediocre, eppure racchiudono la realtà di ciascuno di noi, quella profonda, quella che a volte ci spaventa e che ricacciamo via. Attraverso la quotidianità banale e ordinaria ritroviamo le nostre tensioni fondamentali: la necessità profonda di essere amati, di comunicare in modo sincero, la paura della morte e la necessità di essere salvati. Carver toglie la nostra maschera e ci mostra come siamo veramente e cosa è effettivamente importante nella nostra vita.
Dentro ognuno di noi c’è la voglia, il bisogno di grandezza, di infinito, però non riusciamo a staccarci dalle cose insignificanti. Carver mentre ci racconta quanto siamo piccoli, quanto abbiamo paura di abbandonare l’acqua bassa dove tocchiamo, ci lascia intravedere il fascino e la potenza dell’oceano dove vorremmo essere.

I personaggi di Carver vivono tutti una sensazione di vuoto e di perdita, sia individuale sia collettiva, che si presenta in modo diverso ma con un comune denominatore: l’attesa di qualcosa. Qualcosa che appare in procinto di accadere, ma che può anche assumere i tratti della catastrofe.

Il tema più frequentato da Carver è quello della coppia, all’interno di uno spazio domestico che ha sempre, nella sua narrazione, una presenza viva, tutt’altro che accessoria. L’ambiente, gli oggetti della quotidianità, ci forniscono, infatti, la verità delle storie di vita, sottolineando l’implacabilità dell’azione del tempo.

Gli oggetti che popolano l’esterno o l’interno della casa non sono semplici suppellettili quotidiani ma possiedono una particolare potenzialità: servono a completare, a esprimere il disagio interiore dei personaggi.

 

Riconoscimenti

1980 Carver riceve la National Endowment for the Arts Fellowship per la narrativa.

1983 gli viene assegnato il Mildred and Harold Strass Living, che consiste in una borsa quinquennale di trentacinquemila dollari annui.

1984 viene candidato per il premio Pulitzer per la raccolta Cathedral.

1985 riceve il Levinson’s Prize dalla rivista Poetry.

1986 viene eletto poeta dell’anno dalla Modern Poetry Association di Chicago.

1988 laurea ad honorem in lettere e l’ammissione alla prestigiosa American Academy and Institute of Arts and Letters.

Lo scrittore giapponese Haruki Murakami, tradotto in cinquanta lingue e vincitore di numerosi premi internazionali, è il traduttore in giapponese delle opere di Raymond Carver, che considera uno dei suoi mentori letterari. Scrive infatti:

«Fino a quando non ho incontrato Raymond Carver, non c’era mai stata una persona che, come scrittore, potessi considerare il mio mentore. Raymond Carver è stato senza dubbio l’insegnante più prezioso che abbia mai avuto e anche il mio migliore amico letterario».
Di più non posso raccontarvi perché un autore va letto. Sotto troverete una breve lista con le opere tradotte in italiano. Leggetene almeno una.

 

  • Cattedrale
  • Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
  • Il mestiere di scrivere.
  • America oggi
  • Da dove sto chiamando
  • Principianti
  • Se hai bisogno, chiama

 

Marco Di Mico

 

 

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Questa è Roma

stradar“Roma è una città bellissima ma, in questo momento, piena di problemi”, scrive un nostro lettore che poi aggiunge, “vi ho inviato una foto che secondo me racchiude completamente lo stato della nostra meravigliosa città. Vi prego di pubblicarla. Non è scattata in una periferia degradata, ma in un quartiere molto centrale compreso fra l’Eur e piazza Venezia”.

Noi di dovevailpaese abbiamo accettato la sua richiesta e pubblichiamo volentieri la foto inviataci dal nostro lettore. A ridosso delle elezioni amministrative pensiamo che sintetizzi il degrado della nostra capitale e le responsabilità della classe politica italiana.

Una buca grande come un tombino è sufficiente a far chiudere un’intera strada per un tempo indefinito. Siamo oramai all’abbandono completo della città e dei suoi cittadini che sono vittime indifese di chi ha fatto politica con il solo desiderio di arricchirsi.

Davanti una simile foto ogni commento è superfluo.

 

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Nuova Carboneria VS vecchi partiti della Restaurazione

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Si sta ricreando lo scontro vissuto in Italia nella prima metà dell’Ottocento fra gli ideali della Carboneria e quelli della Restaurazione. I nuovi Carbonari non si riuniscono più nel segreto di anguste cantine, ma su Internet, e non sognano più gli ideali di libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli, ma trasparenza e onestà.

 

L’Italia, e con essa tutti noi italiani, è nel mezzo di una zona franca, di uno spartiacque, di un “limes”. Da un lato abbiamo la vecchia politica fatta di inciuci, di corruzione, di voto di scambio, di furberie, di pubblicità travestita da informazione e, purtroppo, di collusione con la criminalità organizzata; dall’altro c’è la voglia di diventare un Paese rispettabile, normale. Dove i costi della politica non siano i più alti del mondo, dove gli Onorevoli lo siano anche nei fatti oltre che nel nome e dove i Ministri siano veramente servitori (minister dal lat. “servitore”).
Siamo, forse, ad una svolta straordinaria, storica. Ma certamente né facile né scontata. La resistenza al cambiamento è enorme. Gli interessi consolidati si oppongono in ogni modo e con ogni astuzia a questa trasformazione della società e della politica italiana. Eppure nonostante tutto alla fine le forze che mirano al mantenimento dello status quo dovranno rassegnarsi a cedere il passo. La forza che spinge in alto il cambiamento è quella dei giovani internauti-viaggiatori-low-cost. Questa popolazione istruita, che viaggia per l’Europa e per il Mondo e che verifica come si dovrebbe vivere e come dovrebbe essere la politica, non potrà accettare ancora a lungo il nostro pietoso sistema socio-politico fatto di privilegi e ingiustizie. Quando si vive, anche solo per brevi periodi, in Paesi dove la politica costa poco ed è al servizio dei cittadini e non viceversa, dove le tasse diventano servizi offerti a tutti e non privilegi per una casta di politici e di manager di stato, dove l’efficienza è la normalità e non l’eccezione e dove i diritti dei cittadini qualsiasi valgono quanto quelli dei potenti, allora diviene difficile non desiderare un profondo cambiamento. I partiti tradizionali, penso al PD e a Forza Italia, avrebbero potuto farsi i portavoce di questa esigenza, rinnovare le proprie idee e i propri uomini, invece hanno preferito un cambiamento superficiale, rifarsi il trucco, diventare Reazionari pur di difendere i loro privilegi ormai anacronistici.
Le forze nuove stanno avanzando fuori dai canali ufficiali, attraverso la rete e attraverso metodologie di comunicazione democratica che forse gli apparati dirigenti dei grandi partiti neanche capiscono.
Si sta ricreando lo scontro vissuto in Italia nella prima metà dell’Ottocento fra gli ideali della Carboneria e quelli della Restaurazione. I nuovi Carbonari non si riuniscono più nel segreto di anguste cantine, ma su Internet, e non sognano più gli ideali di libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli, ma trasparenza e onestà. Come i loro predecessori si propongono come una nuova classe politica e dirigente. E come i loro predecessori devono affrontare e sconfiggere uomini resi talmente ottusi dal potere da non capire che la storia li ha già condannati e sconfitti.

Ora come allora, il cambiamento sta arrivando grazie alla parte migliore della società italiana: i giovani. Accogliamolo senza timore.

 

Marco Di Mico

 

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Poesia. Dove va il nostro amore passato?

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L’amore che proviamo si perde per sempre, oppure continua ad esistere e alimenta l’universo? Qual è il destino di questa splendida e inesauribile fonte di gioia, di vita e di felicità?
E’ possibile che la cosa più bella e importante che esiste vada persa?
Marco Di Mico, l’autore di questa poesia, non lo crede. E voi?

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Dove va il nostro amore passato?

POESIA
di
MARCO DI MICO

Dove va il nostro amore passato?
Quello oramai provato
Quello già speso
Quello a volte dimenticato.

Quello dolce per i nostri figli ancora bambini
Quando li portiamo a giocare nei giardini
Quello carnale per la donna che baciamo
Quando forte al petto la stringiamo

Quello per noi stessi quando riflessi ci guardiamo
E diversi e soli non ci riconosciamo.

Va buttato?
Va sprecato?
Va perso?
O sostiene l’universo?

Fa girare i soli?
Sbocciare i fiori?
O nascere nuovi semplici amori?

Marco Di Mico

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