Letteratura. La scuola e la Luna. Il nuovo capitolo del nostro romanzo a puntante


aulaPubblichiamo oggi un nuovo racconto del nostro romanzo a puntate. Anche se pubblicato per terzo è l’inizio della storia. Che altro dire? “Buona lettura”

 

È il primo ottobre 1968 e sono pronto per il mio primo giorno di scuola. Ho il grembiulino blu, il colletto rigido e un fiocco bianco fatto come Cristo comanda. Sento come una mano che mi strizza la pancia e sono talmente triste che quasi non riesco a respirare. Il fatto è che io vorrei rimanere a casa con mamma. Non voglio andare a scuola. Non sono abituato a lasciare la mia famiglia, non ho fatto neanche l’asilo. Mamma però è stata inflessibile, mi ha detto che se non ci andiamo, vengono i carabinieri e mi ci portano loro. La scuola deve essere una cosa veramente importante, perché mamma si è truccata e sistemata come quando andiamo a un matrimonio. Comunque a me pare sempre un po’ vecchia.

A Roma fa ancora caldo, quindi esco così come sono, cioè con il grembiulino e il fiocco ben visibile. Abbiamo appena lasciato il portone che mamma cade in terra. Io mi giro e non la vedo più. Guardo sotto e la vedo in ginocchio che tenta di rialzarsi. Ha una gamba che è diventata tutta rossa e gonfia. A fatica ritorniamo a casa. Io penso di essermela sfangata, invece no. Mamma ansimando si sdraia sul letto e da quel pulpito improvvisato mi dice che andrò con le mie sorelle. Lei proprio non ce la fa. Mi da tanti baci, una carezza e mi dice di andare. Io guardo il crocifisso che sovrasta il letto e gli chiedo di aiutare e proteggere la mia mamma. Esco da casa ancora più angosciato di prima.
Cammino per strada come Pinocchio in mezzo ai due carabinieri. Ho Adriana a destra e Daniela a sinistra. Alla fine mi ci sono voluti veramente i carabinieri per andare a scuola.

L’edificio è vecchio, molto vecchio, preceduto da un piccolo parco ricoperto di ghiaia e circondato di alberi. Una turba di bambini scalmanati corre e urla da tutte le parti, mentre un altro squadrone prende a calci i tronchi e tira sassi alle foglie.
Dopo un po’ arriva una maestrina che inizia subito a fare l’appello. Io cerco di seguire, ma il frastuono e troppo e non capisco una parola. A un certo punto Adriana dice che mi hanno chiamato. Io vado verso la maestra ma non sono convinto. Mi preoccupo e mi metto a piangere. Allora mia sorella viene lì per consolarmi, ma quella la scaccia in malo modo. È lei che comanda e nessuno gli ha chiesto di consolarmi. Io mi dispero e dagli occhi escono delle gocce che potrebbero riempire il fontanone del Gianicolo. Saliamo in aula ed è una baraonda ancora peggiore che nel cortile. Per metà la classe è formata da bambini che si definiscono “baraccati”. La maestra ci spiega che i genitori di questi bambini hanno occupato un palazzo proprio vicino la scuola e quindi loro non vivendo più nelle baracche non devono definirsi così. A parte questo non ci sono più contatti fra noi e la maestra. Nell’aria volano penne, matite, pallottole di carta, sputi e parolacce. Prego che quest’incubo finisca presto. Cerco di concentrarmi su casa mia, sulla sua quiete e sull’ora di uscita. Mi immergo nei miei pensieri come quando d’estate vado a Ostia con papà e nuoto sott’acqua.  Il mare è bello per questo, perché ti protegge da tutto. Sott’acqua è il posto più bello del mondo. In quel silenzio i tuoi pensieri sono sempre calmi e ti fanno compagnia. Trattengo il fiato fino alle 12.30 quando suona la campanella dell’uscita. Dovrei essere felice che questo strazio è finito, invece mi sento ancora più inquieto. Ho paura che non ci sia nessuno a prendermi, che si sono dimenticati di me.
Tutti si buttano fuori come impazziti, corrono e si spintonano senza guardare e senza sapere dove stanno andando. Io vado piano e guardo con attenzione se c’è qualcuno a prendermi. Alla fine vedo mia sorella Adriana.
Mi riempie di domande. Io mi limito a fare di si e di no con la testa.

È bello rientrare a casa. Vado subito nella stanza da letto. Voglio vedere come sta mamma. Invece il letto è vuoto. Mischiando parole e lagrime mia sorella mi dice che mamma sta in ospedale. Dovrà fare un piccolo intervento alla gamba. Il pomeriggio andiamo da mamma in ospedale, ma io devo aspettare fuori perché possono entrare solo i bambini che hanno almeno dodici anni. Io ne ho appena la metà e quindi devo soffrire. Comunque mamma si affaccia alla finestra e mi saluta. Questo mi tranquillizza un po’.
Torniamo a casa io, papà, Adriana e Daniela. Siamo tutti tristi. Il giorno dopo papà che fa l’operaio in una fabbrica non va al lavoro. Va al mercato a fare la spesa e ci prepara il pranzo. Le mie sorelle sono delle ragazze un po’ più grandi di me, ma non ce le vedo a mandare avanti una famiglia.
A scuola tutto uguale. Baraonda totale, urli, parolacce e confusione. Io faccio la solita immersione. Anche i giorni successivi papà rimane a casa per fare quello che faceva mamma. Io vorrei dirgli che non voglio andare a scuola, però non me la sento perché lo vedo preoccupato. A scuola vado sempre con le mie sorelle. Passano due settimane e mamma sta ancora in ospedale e papà a casa. Devo dire che a cucinare se la cava bene. Oggi è un po’ più allegro e mi dice che «domani o al massimo dopodomani mamma esce». Aspetto con ansia. A scuola cominciamo a fare qualcosa. Quei rari momenti in cui la maestra riesce a parlare o a farci fare i bastoncini o i cerchietti sul quaderno non sono malaccio.

Mamma non esce, «forse dopodomani», mi dice papà. «Devono fare altre analisi, altre lastre prima di dimetterla».
La cosa va avanti così ancora per qualche giorno, fino a che mi dicono che mamma deve fare un altro intervento. Questo è più serio perché gli hanno trovato un grosso fibroma uterino e lo devono rimuovere. Passano altri giorni. Tutte le mattine prima di andare a scuola divento molto triste e mi fa male la pancia. Piango e faccio mille capricci, però mi portano comunque a scuola.
Oggi, però, operano mamma, per cui siamo andati tutti in ospedale. Io come al solito aspetto giù. Per farmi compagnia fanno a turno le mie sorelle, mia zia e papà. Nel pomeriggio torniamo a casa. L’operazione è andata bene. Tra poco mamma tornerà a casa. La scuola è ormai iniziata da un mese. Io continuo ad avere il mal di scuola tutte le mattine. Papà ancora non è tornato al lavoro. Lo vedo molto indaffarato con i certificati medici. Oggi, al ritorno da una visita medica mi ha detto che per altri dieci giorni possiamo stare tranquilli.
Ho iniziato a scrivere le prime parole. Mi sento importante. Riesco anche a leggere le insegne dei negozi. La scuola sarebbe bella se i bambini fossero tranquilli, la maestra urlasse di meno e se, al momento dell’uscita, non avessi paura di non trovare nessuno. Io lo so che mi vogliono bene e che non si possono dimenticare di me, però ho paura lo stesso. A dire il vero c’è anche un’altra cosa che a scuola non va: i bambini che vogliono fare i prepotenti. Io non voglio litigare con nessuno e cerco sempre di evitare le discussioni, specie con quelli più bulli, solo che non sempre è possibile. Alle volte sei costretto e devi reagire. Io so come difendermi, perché anch’io gioco spesso per strada. Però vorrei che la scuola fosse diversa e che non seguisse le stesse regole della strada. Anche fuori da scuola, con i miei amici io non litigo quasi mai. Mio padre vorrebbe che menassi a tutti. Mi ripete sempre che devo colpire per primo e che devo menare per fare male. Perché più fai male, più ti rispettano e più diventano amici tuoi. Lui è un tipo che è cresciuto facendo a cazzotti con tutti. Però io non sono come lui e quindi non gli do ascolto. Penso che ognuno è fatto a modo suo. Comunque, se qualcuno proprio mi costringe gli do uno spintone e quando lui torna all’attacco tutto arrabbiato, lo colpisco con un solo pugno sul mento e quello cade subito per terra. Anche qualche giorno fa a scuola sono stato costretto a fare in questo modo. A scuola è anche più facile, perché i bulletti non si aspettano una simile reazione da uno taciturno e calmo come me.
La situazione è peggiorata. Mamma è stata male per due giorni consecutivi. Alla fine hanno capito che ha un’emorragia interna dovuta all’intervento. In sostanza l’operazione è andata bene ma ora rischia di morire. A casa piangono tutti. Papà è bianco in faccia e silenzioso. Domani devono «riaprire mamma per cercare di fermare l’emorragia». Intanto gli stanno facendo delle trasfusioni in continuazione. Io la sera nel lettone con papà prego la Madonna e Gesù, che sta sul crocifisso sopra il letto, che facciano guarire la mamma. Se la salvano, gli vorrò sempre bene, sia a mamma che a loro. La preghiera mi viene spontanea, anche se noi in famiglia non siamo molto credenti e in chiesa non ci andiamo mai.
La mattina, quando mi sveglio, il lettone è vuoto. Anche casa sembra deserta. Papà è uscito presto per andare in ospedale. Io a scuola non vado. Rimango a casa con mia sorella.
Il pomeriggio papà rientra verso le cinque. È stravolto. Mi abbraccia.
«Tutto bene. Mamma è ancora viva.»
Poi, parlando sia a me sia alle mie sorelle dice che gli hanno fatto uno squarcio che va dalla bocca dello stomaco alla fine della pancia. La convalescenza sarà molto lunga. Lui si dovrà inventare qualcosa per non andare al lavoro.
Io penso che se il problema è reale, non è giusto che uno deve dire le bugie per rimanere con i figli. Dovrebbe bastare la verità.
Papà ricomincia subito con i certificati. «Ora mi devo inventare una malattia lunga. Devo fingere di avere l’esaurimento nervoso. Se qualcuno ti domanda qualcosa, tu rispondi che sono sempre silenzioso e che a casa non faccio niente.»
«Ma papà non è vero» dico io. Appena finisco di parlare, capisco quello che intendeva. Lui non mi risponde. Ha capito che ho capito.
Passa un altro mese e mezzo. Io tutte le sere nel lettone dico le mie preghiere. Nessuno sa che lo faccio. Loro non fanno niente per mamma. Io, invece, prego sempre che guarisca.
A scuola faccio progressi. Leggo e scrivo sempre meglio, però non alzo mai la mano e cerco di non mettermi in mostra in nessun modo. Quando entro in classe, mi tuffo dentro di me per non lasciarmi sporcare dalle urla, dalle risate forzate, dalle occhiatacce, dalle parole inutili vomitate contro tutti.
Ieri la maestra non è venuta. Al suo posto è arrivato un supplente, un ragazzo con i jeans e la camicia a quadri portata fuori dai pantaloni. Ha parlato degli scacchi e ci ha spiegato le regole del gioco. Poi, prima di andare via ha consegnato a ognuno un pieghevole con tutte le regole e con alcuni esempi di mosse. Quasi tutti l’hanno buttato. Io, invece, l’ho riposto per bene nella cartella. Voglio imparare a giocare bene a scacchi. Deve essere bello. Un gioco dove si pensa e non si parla, da fare in silenzio, dove l’avversario va sempre rispettato. Anche il mio compagno di banco l’ha riposto con cura. Anche lui è tranquillo e parla poco. Forse anche sua mamma è malata.
Da qualche giorno mamma ha ricominciato ad affacciarsi alla finestra della camera d’ospedale e a salutarmi. Allora è viva. Non mi hanno detto una bugia. Quasi non me la ricordo più. Però gli voglio bene lo stesso.
Passano altri giorni. Mamma è ancora in ospedale ma papà è più sereno e questo tranquillizza anche me. Ieri sera, poi è rientrato sorridente come non lo vedevo da tanto. La sera, nel lettone, mi ha raccontato che ha dovuto fare una visita da uno psichiatra per vedere se stava fingendo oppure no. Inizialmente aveva pensato di dire la verità al professore e cercare di commuoverlo. Poi, però, ci ha ripensato. «Aveva una faccia da puzzone e non si sarebbe impietosito. Allora mi sono detto: a questo lo devo fregare e basta.»
«E ci sei riuscito?»
«Altroché. Prima gli ho raccontato che mi vedevo un braccio diverso dall’altro e che mi sento come una salsiccia che si muove lungo il corpo. Lui con la testa faceva di si. Poi mi ha messo un caschetto con tutti fili e mi ha detto di non muovermi, però appena si è girato io mi sono dato una scrollata leggera leggera.»
«E poi?»
«E poi quando ha letto il tracciato, ha detto che ho assoluto bisogno di riposo. Hai capito che professore.»
«E adesso?» ho detto io «quanto resterai a casa?»
«Mi ha rilasciato un certificato per due mesi» ha detto papà abbracciandomi.
Sono passati altri giorni. Mamma sarebbe dovuta uscire ma c’è stato un altro problema. Gli hanno riscontrato l’epatite virale. È una cosa che potrebbe essere grave e deve rimanere ancora per un po’ in ospedale. Ormai ci siamo abituati al fatto che papà fa la spesa, cucina, sistema casa.

Passano altri giorni, non so più quanti. Mamma sta per uscire. Questa volta è vero, perché con papà e le mie sorelle siamo andati in un negozio di mobili. Papà che fa l’operaio, dalla felicità ha comprato un sacco di mobili nuovi. Camera da letto, sala da pranzo, lampadari, mobili per l’ingresso. Ha firmato un sacco di cambiali. Vuole fare una sorpresa a mamma. Io ho capito che quando sei contento contento dei soldi non ti importa proprio niente. Lui dice sempre che non abbiamo soldi, però poi ha speso pure quelli che non ha.
Hanno portato i mobili nuovi. Casa non la riconosco più. Adesso mi sembra quasi bella e io mi sento meno povero.
Oggi mamma torna a casa. Le mie sorelle e papà hanno pulito tutto per bene. Casa risplende. Poi papà è andato in ospedale a prenderla e noi figli siamo rimasti in casa. Aspettiamo. Quando suonano al citofono, ci mettiamo tutti e tre vicini e aspettiamo nell’ingresso. Mamma entra e quasi non la riconosco. È molto più magra e sembra più giovane. Lei si guarda in giro spaesata. Dice «È tutto nuovo» e si mette a piangere. Fa il gesto di abbracciarci e noi gli andiamo vicini. Anche noi piangiamo. Lei ci stringe come può. Finalmente è tornata a casa. Le mie preghiere sono servite. Ora devo mantenere la mia promessa.
Con mamma a casa la vita mi sembra più bella. La scuola però è sempre brutta uguale e io tutte le mattine continuo ad avere mal di pancia e lo stomaco che fa le contorsioni. Per fortuna qualche volta mamma si commuove e mi tiene a casa con lei.
A scuola non ci sono grandi novità. La maggioranza dei bambini sono sempre insopportabili. Il mio compagno di banco no. Lui è bravo. Abbiamo imparato a giocare a scacchi e quando gli altri fanno casino noi parliamo delle mosse. Alcune volte porta una piccola scacchiera e durante la ricreazione giochiamo.  Solo noi due, gli altri ci guardano con pietà.
Finalmente la scuola è finita. Io sono stato promosso. Qualcosa ho imparato. Non molto. Non sono diverso da quando ancora non ci andavo. Penso che quest’anno sia stato uno schifo. Per fortuna è arrivata l’estate che ha cancellato tutti i ricordi brutti. Un po’ scendo in strada a giocare con i miei amici. Però non molto, perché preferisco guardare la televisione. Non i programmi dei bambini che sono proprio da scemi, ma quelli dei grandi perché l’uomo sta per andare sulla Luna. Ci pensate? Sulla Luna. Nessuno parla d’altro. Io la guardo spesso, specie quando è piena, e penso che fanno bene ad andare fino lassù. È come quando il sabato vado al mare con papà: è bello farsi il bagno, ma è bello anche il viaggio per arrivarci. L’altro giorno ho sentito alcuni vecchi che dicevano che se l’uomo atterra sulla Luna, quella precipita. Che scemenza. Primo perché l’uomo rispetto alla Luna è una formica, secondo perché se era veramente pericoloso, mica ci andavano. Sono fortunato a vivere in questo periodo. Sai quanto gli sarebbe piaciuto ai Romani o ai Barbari andare sulla Luna? E invece ci andiamo noi e io lo posso guardare da casa. Fanno molti servizi che parlano di questo evento grandioso che a me sembra quasi magico. Intervistano scienziati e astronauti dai nomi difficili, in inglese e lo traducono per noi che non lo conosciamo. Il luogo centrale è Cape Canaveral e si trova in Florida. Qui ci sono gli astronauti, i tecnici, gli scienziati. Ogni tanto mi sogno di andarci anche io. Comunque ieri sera l’Apollo 11 è partito e viaggerà per 4 giorni. Non vedo l’ora che arrivano.
Siamo arrivati, è il 20 Luglio, ma per noi italiani è il 21, per via del fuso orario.  Ha spiegato il TG.
Adesso ho capito che la televisione è una cosa bellissima. Io da casa ho visto la Luna come se ci stessi sopra. E ho visto pure gli uomini che ci camminavano e che scendevano e salivano sul LEM. Ho imparato a memoria anche i nomi dei tre astronauti. Sono Armstrong, Collins e Aldrin. Solo Armstrong e Aldrin sono scesi sul suolo lunare. Collins è rimasto in orbita a pilotare il Modulo di Comando.
Penso in continuazione a tutte le cose meravigliose che ho visto e a quelle che ho immaginato. All’universo e ai viaggi spaziali. Ieri sera stavo nel letto e ho pensato che la missione Apollo e lo sbarco sulla Luna l’hanno fatto apposta per me, per ricompensarmi di tutto quello che ho sofferto quest’anno e mi sono addormentato sereno come non mi accadeva dal primo ottobre dell’anno scorso.

Marco Di Mico

Qui trovate il romanzo
http://dovevailpaese.altervista.org/blog/il-nostro-romanzo-a-puntate/

L’ultimo libro del nostro autore

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

Fantascienza. “Bactana”, un racconto di Marco Alfaroli.

Skegge articoolo

Illustrazione originale di Marco Alfaroli

La redazione di dovevailpaese pubblica un racconto di Marco Alfaroli, prolifico scrittore di fantascienza e sapiente illustratore.

 

BACTANA

Bactana era arrivato su quel mondo a bordo di un
meteorite. Forse dire “a bordo” potrebbe sembrare
assurdo ma quel “sasso spaziale” era per lui un vero
e proprio velivolo, perfetto per spostarsi. E perfetto
per raggiungere le prede.
Appena attraversò l’atmosfera, s’incendiò. La
roccia cominciò a sfaldarsi e ci fu un momento in cui
temette per l’avvicinarsi della fine.
Ebbe fortuna: anche se ridotta ai minimi termini,
la meteora riuscì a schiantarsi al suolo. Lui se ne
stava al sicuro all’interno e quindi l’urto non poté
procurargli alcun danno.
Quando la polvere sollevata iniziò a diradarsi,
Bactana esalò le molecole del gas di cui era fatto da
tutte le fessure disponibili. Si ricompose come
nuvola gassosa e osservò la pietra pensando che non
ne aveva più bisogno.

Si rese conto subito che l’ambiente circostante era
ricco di vita. Pensò agli altri suoi simili che erano
finiti su mondi morti o sterili. Sapeva che per loro il
destino era ormai segnato.
Bactana esultò: aveva la possibilità di
moltiplicarsi e ripetere il ciclo vitale della sua
specie.
Doveva solo iniziare. Si spostò lentamente, con
movimenti silenziosi, aspettando di individuare la
sua prima vittima.
Un essere bizzarro, poco dopo, si avvicinò
calpestando il terreno con fragore. Sembrava che
non si preoccupasse del rumore che produceva.
Mostrava tranquillità e non era solo: un’altra creatura
molto diversa lo precedeva: era più piccola, si
spostava su quattro zampe ed era collegata all’essere
più alto mediante un legame non organico.
Bactana si concentrò sull’essere più grosso. Era
il dominante. Aveva anche lui quattro estensioni del
corpo, ma solo due gli servivano per spostarsi; le
altre pendevano dall’alto; una teneva il collegamento
con la creatura quadrupede.

Decise di non indugiare oltre e in breve fu
addosso a entrambi avvolgendoli con tutto il suo
corpo gassoso. Sapeva che non potevano vederlo e,
visto che muovendosi non produceva alcun suono,
non si meravigliò quando le vittime iniziarono ad
agitarsi guardando in tutte le direzioni senza capire
chi fosse l’aggressore.
Il gas di cui era fatto Bactana aveva preso il posto
di quello che di solito respiravano. L’effetto, come
sempre, fu letale.
Bactana non provava rimorso quando uccideva
un essere vivente: era un predatore, era la sua natura
e gli permetteva di sopravvivere.
Si allontanò lentamente dalle due creature stese e
contorte da cui aveva prosciugato tutto il fluido
vitale.
Si sentì forte, aveva assorbito abbastanza
nutrimento per fare la prima scissione. Era un
processo piacevole ed era lo scopo della sua
esistenza. Serviva molta energia e ora l’aveva.
I vegetali, le pietre e il terreno intorno a lui
furono illuminati dal lampo che produsse mentre si
scindeva: questo era il momento più pericoloso. Il
momento in cui Bactana poteva essere scoperto,
perché quel bagliore improvviso poteva tradirlo.
Tutto andò bene.
Il nutrimento accumulato permise la scissione in
quattro individui. I nuovi Bactana si allontanarono
immediatamente da lui; un difetto della sua specie
era la lentezza negli spostamenti, per cui era
importante non rimanere tutti nello stesso territorio
di caccia, altrimenti si rischiava di morire di fame.
Bactana ripensò al mondo che aveva distrutto
prima di schizzare nello spazio nascosto in uno dei
suoi frammenti.
Le gigantesche creature che lo abitavano erano
molto semplici, pascolavano pacifiche tutto il giorno
in cerca di cibo e vagavano qua e là senza mostrare
segni di intelligenza. Servivano molti Bactana per
abbatterne una, ma poi se ne otteneva una quantità
incredibile di nutrimento. La cosa importante
comunque era che, trattandosi di esseri stupidi, non
si preoccupavano di capire perché un loro simile
fosse morto, così c’era sempre alimento per tutti.

I Bactana fecero una vera mattanza e, scissione
dopo scissione, divennero milioni. Arrivò presto il
fatidico momento della mancanza di cibo, ma anche
questo era previsto dalla loro natura: il gas di cui
erano fatti penetrò nel terreno e, com’era successo
altre volte, portò quel mondo al collasso facendolo
esplodere.
Tutti i Bactana rinchiusi nei detriti scaturiti dal
disastro furono sparati in mille direzioni nel cosmo e
iniziarono la ricerca di un nuovo ambiente da
saccheggiare.
Ora, finalmente, nel mondo dove era arrivato il
ciclo si sarebbe ripetuto. Bactana almeno lo sperava.
Sentì qualcosa che si avvicinava. Emetteva un
rumore meccanico ed era di metallo. Sembrava che
scivolasse sul terreno ma poi Bactana osservò
meglio quella cosa e capì: quattro propaggini
rotonde e nere ruotavano e la facevano avanzare.
Aveva due luci che lampeggiavano, una rossa e
una blu. Arrivò molto vicina a lui, si fermò e ne
scesero due esseri simili a quello che aveva ucciso.

Quando ne scoprirono i resti, i loro volti
assunsero un’espressione inorridita. Iniziarono a
comunicare tra loro, emettendo suoni che Bactana
non comprendeva.
Uno dei due corse verso il veicolo meccanico, ne
tirò fuori un piccolo oggetto nero collegato al
veicolo con un filo. Iniziò a parlare. Forse chiamava
i rinforzi.
Bactana aggredì subito quello più vicino a lui.
L’essere barcollò, annaspò disperatamente nell’aria e
iniziò a soffocare.
Non morì per mancanza di ossigeno. Il suo corpo
fu come risucchiato, svuotato dall’interno. Cadde a
terra mummificato come le vittime precedenti.
Il secondo essere, che aveva assistito alla scena,
era in preda al panico. Bactana si accorse che
impugnava uno strano oggetto metallico e lo puntava
verso di lui. In realtà non poteva vederlo.
Immaginava che qualsiasi cosa avesse ucciso il suo
compagno fosse ancora lì e infatti Bactana si trovava
ancora sopra la vittima. L’essere urlò in modo
isterico e sparò ripetutamente. Piccoli pezzetti di
metallo durissimo attraversarono Bactana
provocandogli un certo fastidio. Passando attraverso
il suo corpo bruciarono una parte del suo gas. Il
boato provocato dall’arma fu insopportabile.
Lento ma inesorabile si diresse deciso verso il
superstite, che si guardava intorno pieno di paura;
era impotente perché non riusciva a vedere il suo
nemico.
Bactana lo uccise.
Mentre le luci rosse e blu del veicolo
continuavano a lampeggiare ci fu una nuova
scissione e altri cinque Bactana si allontanarono in
direzioni diverse.
Erano trascorsi alcuni giorni, le cose stavano
andando molto bene e la colonia si stava formando.
Bactana non ne conosceva l’evoluzione, non sapeva
in quali zone si fossero diretti gli altri. Tutto era
ancora al livello locale, ma era sicuro che ogni suo
simile facesse la sua parte, come lui.
Fu all’improvviso che comparvero. Li vide
apparire all’orizzonte, in mezzo al bosco, che
avanzavano nella zona meno fitta di vegetazione.
Erano diversi dagli altri: più si avvicinavano e più se
ne rendeva conto. Erano inguainati in un involucro
giallo, un tessuto che copriva tutto il corpo, anche la
testa. Vedeva le loro facce che scrutavano intorno da
dietro le visiere. Erano accompagnati da alcuni strani
veicoli provvisti di faro e puntavano verso di lui.
Forse riuscivano a vederlo?
Bactana aveva fame e quelli erano tanti. Decise
di avvicinarsi con molta prudenza, magari per
attaccare quello più isolato. Prima uno e poi con
calma un altro, finché alla fine si sarebbe allontanato
per scindersi in una zona sicura.
Non c’era neanche bisogno di muoversi troppo,
stavano venendo loro da lui. Quando furono
abbastanza vicini, scelse con attenzione la preda.
Notò che l’essere che aveva scelto armeggiava
con un apparecchio pieno di luci e indicatori,
provvisto di due grosse antenne laterali, che portava
a tracolla. Notò anche che quello non era l’unico
equipaggiato in quel modo, ma non se ne preoccupò.
Lui l’aveva scelto solo perché era più lontano dagli
altri.

Gli si avventò addosso, lo avvolse e aspettò.
Non successe niente, il gas del suo corpo aveva
preso il posto del gas respirato dalla creatura, ma
questa non sembrò accorgersi del cambiamento.
Che cosa stava succedendo? Non respirava?
Forse l’involucro giallo lo isolava dall’ambiente
esterno e gli forniva una riserva interna di gas
atmosferici?
Bactana fu preso dalla paura, non poteva far nulla
a questi esseri! Si erano protetti da lui. Forse
l’avevano scoperto. Forse avevano compreso come li
attaccava.
L’apparecchio con le antenne emise un suono e
l’essere cominciò a gridare.
«Correte! È qui! Il rilevatore l’ha individuato!»
L’essere urlava in un linguaggio incomprensibile e si
agitava. Aveva paura.
Gli altri si voltarono e accorsero. Bactana pensò
subito alla fuga, sentiva il pericolo. E sentiva quelle
voci che lo spaventavano ancora di più.
«Stai tranquillo!» disse un secondo essere quando
raggiunse il primo. «Non può farti nulla, mantieni il
contatto con il rilevatore».
Bactana si allontanava da loro con tutte le sue
forze, ma era lentissimo e vide due di quelle creature
vestite di giallo avvicinarsi. Erano equipaggiate in
modo diverso dagli altri, avevano due grosse
bombole da cui partiva un tubo collegato a un
diffusore che impugnavano. Conoscevano la sua
posizione, perché, quando lui cambiava direzione,
anche loro correggevano la traiettoria e miravano sul
bersaglio. Ebbe l’impressione che lo vedessero
attraverso l’apparecchio con le antenne.
Bactana fu preso dall’angoscia: l’avevano
scoperto e volevano ucciderlo. Doveva scappare,
doveva salvarsi.
Un getto di gas giallo lo investì, gli stavano
sparando con un tiro incrociato e lui, per quanti
sforzi facesse per fuggire, era sempre più lento dei
suoi inseguitori. Non c’era scampo.
Sentì un forte bruciore, il gas di cui era fatto il
suo corpo si consumava, reagendo col gas giallo che
gli avevano buttato addosso. Era un dolore
insopportabile.
Bactana si agitò, guardò in tutte le direzioni
cercando una via di fuga.
Pensò alla sua specie: se fosse morto, il ciclo si
sarebbe interrotto. Forse gli altri erano scampati, o
forse li avevano già uccisi tutti.
Aveva scelto il mondo sbagliato, lui non era
cattivo, aveva solo seguito la sua natura di predatore
che vive nutrendosi delle sue prede.
Il suo ultimo pensiero fu pieno di disperazione,
poi si dissolse nel nulla.

BIOGRAFIA

Marco Alfaroli coltiva ormai da anni le sue passioni: la scrittura e l’illustrazione. È autore di racconti e romanzi di fantascienza e fantasy. Ha pubblicato il romanzo Archon (Runa Editrice 2013), la serie di 24 racconti “Schegge dallo spazio” (2014). Ha illustrato, insieme ad altri disegnatori, il gioco di ruolo “L’Era di Zargo” (Raven 2014), ispirato al famoso gioco da tavolo Zargo’s Lords. Ha illustrato copertine per altri autori, alcuni colleghi in Edizioni Imperium.
Con Edizioni Imperium ha pubblicato i racconti: “Firefighter” (2013), “Stazione rifugio Idra” (2013), “Firefighter Forever” (2014), “Gannikar” (2015), “Firefighter the last mission” (2015), e la graphic novel “Pianeta Blu” (2015) in collaborazione con lo scrittore Diego Bortolozzo.

 

Il suo blog:

http://archonzeist.blogspot.it/

Amazon:

http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss/275-8740664-4755106?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=marco+alfaroli+schegge+dallo+spazio&rh=i%3Aaps%2Ck%3Amarco+alfaroli+schegge+dallo+spazio

Poesia. L’apparenza della forza

faro22p

Che cosa prova chi si espone per noi? Chi affronta le difficoltà al posto nostro, chi non molla mai perché sente su di lui il peso della responsabilità? Che cosa provano dentro di sé quelli che a volte invidiamo perché ci sembrano sempre calmi e sicuri?
In questa poesia troviamo una particolare risposta a questa domanda. L’autore crede che la vera forza sia il frutto del senso di responsabilità verso i propri cari e gli altri uomini.
La vera forza è dono di sé, altruismo disinteressato, amore.

 

 

 

L’APPARENZA DELLA FORZA

POESIA
di
MARCO DI MICO

 

Sono un faro che illumina le notti
forte e solido fuori
annientato dentro, coi mattoni rotti.

Ho scale lesionate, fondamenta sfasciate
pilastri traballanti,
mura crollate.

Proteggo navi e passeggeri
Gli indico la via
Distendo i loro volti seri.

Per questo non posso mollare
Rimango al mio posto
Solo nel mare.

Vorrei aprire i pugni e lasciarmi andare
Sciogliermi fra le onde
Sentirmi galleggiare.

Ma sono il faro della notte
Piango nel buio
Massiccio fuori, con le ossa rotte

Anche quando la tempesta mi distrugge
Mi fingo sereno
Ma dentro ho un leone che rugge.

Marco Di Mico

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea

http://www.mondadoristore.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Nasce “Riflessi”, la nuova sezione di dovevailpaese

timthumb.phpNasce Riflessi, la nuova sezione di dovevailpaese.

In questa nuova pagina troverete brevi scritti, bagliori, lampi. Appunto i riflessi di quello che circonda il nostro e il vostro mondo. Riflessi sarà aperto anche ai vostri contributi, perché la realtà ha molte sfaccettature e i suoi riflessi sono infiniti. Ognuno ha una propria visione delle cose ed è indispensabile che sia rappresentata. Solo in questo modo possiamo ampliare la nostra comprensione. Per questo ci serve il vostro contributo. Utilizzate la email [email protected] inserendo nell’oggetto la parola “Riflessi” e firmate lo scritto con nome e cognome. Noi non censuriamo nessuno, ma evitate di adoperare un linguaggio offensivo per contenuti o espressioni.

Buon lavoro.

La redazione di dovevailpaese

Letteratura: Tutta colpa di Beethoven? Finalmente il secondo racconto del nostro progetto editoriale

Beethoven_Op_69i_1-640x395Ecco il secondo racconto del nostro progetto. Ci scusiamo se è arrivato con un… po’ di ritardo. Ma sapete come sono gli scrittori!! 
Come vi avevamo già accennato non verrà seguito un ordine cronologico, e ogni racconto, benché sia un capitolo del romanzo che Marco Di Mico sta scrivendo, può compiere notevoli salti nel tempo rispetto al precedente. Quello che vi proponiamo oggi, infatti, ne fa uno enorme. Il protagonista è diventato un uomo maturo che… Non dico altro per non rovinarvi il gusto della lettura.

 

Tutta colpa di Beethoven?

Le gocce sbattono forte sul mio ombrello nero. Ho accompagnato i miei bambini a scuola e ora torno a casa. Il temporale con le sue nuvole scure e pesanti non è solo fuori, ma anche dentro di me.In questo periodo lavoro da casa. Le cose in azienda non vanno granché. Gestisco alcune persone che fanno degli interventi tecnici. Io li coordino. Anch’io, una volta facevo il tecnico e mi sentivo orgoglioso di essere bravo. Risolvevo facilmente i problemi che gli altri trovavano difficili. Avevo un rapporto di amicizia e di stima con molti clienti ed ero talmente giovane da non accorgermi di esserlo. Le giornate erano un soffio leggero di primavera. Ora, invece, dopo tanti problemi lavorativi, sono pomeriggi invernali, lunghi e con poca luce. Per il resto posso dire che sono sposato, ho due figli fantastici e una moglie straordinaria. I giorni si susseguono uguali nel loro caos di genitore e marito. Due giorni a settimana sono in cassa integrazione, e questo, oltre che angosciarmi, mi permette di seguire i bambini nelle loro attività. Anche molte cose della famiglia, visto il tempo a disposizione, dipendono da me. Sono talmente preso che non mi capita mai di pensare al passato, o a come avrei voluto essere “da grande”. È come se non fossi mai stato bambino o ragazzo, se non avessi avuto aspirazioni o sogni. Mi sembra di essere nato già bell’è pronto, sfornato come sono adesso. Una macchina che gira in pista per ottenere un risultato che non capisco, ma che so che devo raggiungere ogni santo giorno. Sono talmente concentrato sulla guida che non vedo nient’altro che la strada, i segnali stradali e i semafori. Invece, ci sono alberi, persone, nuvole, cieli e soli che vorrebbero sorridermi. Che sono la vita, il resto della vita.
Non sarei mai riuscito a fare queste riflessioni, ad accorgermi di come sono ora, e a rendermi conto di come il passare del tempo mi abbia cesellato, se oggi non mi fosse capitata una cosa banale e al tempo stesso eccezionale. Come ogni giorno stavo al computer per verificare e coordinare i miei tecnici e come ogni giorno, quando lavoro, ascoltavo, dal telefonino, un po’ di musica. Sono un amante di quella classica, ma soprattutto di quella del Settecento e di quella sacra. I miei preferiti sono Bach, Vivaldi, Mozart. Bach, soprattutto, con la sua perfezione e il suo rigore è quello che preferisco. Oggi, però, ho fatto partire il “Gloria” di Vivaldi. Seguo distrattamente il primo movimento, poi, inspiegabilmente, anziché proseguire, per qualche motivo sconosciuto e misterioso subentra il terzo movimento della sinfonia n. 9 di Beethoven. Dapprincipio neanche me ne accorgo e continuo a lavorare. Poi, però, quella musica inaspettata e dimenticata, mi spinge con forza verso una piccolissima porta ben nascosta, oltre la quale c’è un ragazzo. Guardo bene e quel giovane sono io. E così rivedo me stesso all’età di diciassette anni che, nel segreto della mia camera, con un vecchio giradischi, ascolto dei dischi di vinile mentre studio come un forsennato e sogno il mio futuro. In quegli anni amavo la musica Romantica, l’Ottocento impetuoso e di fuoco, la sua esaltazione per il Sentimento e per l’Arte. Mi sono rivisto con i capelli neri e lunghi, i riccioli morbidi, la mia maglietta a righe e la voglia infinita e inconfessata di imparare, di capire, di emergere in qualche modo. Più la musica suonava le sue note appassionate, più capivo chi ero stato e chi sono adesso. Mi sarei voluto abbracciare da solo, tanta era la tenerezza che quel ragazzo mi faceva. E quel ragazzo avrebbe voluto abbracciare l’uomo che è diventato. Tanto lo voleva confortare e incoraggiare. Alcune lagrime di gioia mi sono scivolate calde e salate per il viso. Avevo ritrovato la parte miglior di me, quella speciale, innocente, fresca. Alla fine si è fatta l’ora di pranzo. Così sono uscito per andare a prendere mia figlia a scuola. Ho percorso le solite strade e incontrato quasi le stesse persone di sempre, però mi è sembrato tutto diverso. Il cielo era più azzurro del solito e il sole più luminoso. I volti più intensi e mia figlia più bella. Vedevo il mondo con occhi talmente vecchi da essere nuovi. Con gli occhi dei miei diciassette anni. Con gli occhi della speranza. Dell’entusiasmo. Della fiducia nel futuro e negli uomini. Una lieve eccitazione viaggiava sulla mia pelle, donandomi un vago senso di felicità che non ricordavo di possedere e che, invece, si era infilato in qualche angolo male illuminato del mio essere. Nonostante gli anni passati senza rivederlo, in quel ragazzo mi ci sono subito riconosciuto. “Sono io… Sono io” mi dicevo. Ora cerco di tenerlo sempre per mano e di non lasciarlo andare via un’altra volta.
Anche voi, date una sbirciatina sotto quella montagna di doveri, impegni, bollette, serietà, responsabilità, abitudini e chissà…

Marco Di Mico
“La vicenda di un lavoratore bastardo” l’ultimo romanzo di Marco Di Mico.

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

Di seguito il link per l’e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

e quello per la versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

 

Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

Copertina libroSe amate la letteratura e vi piace immergervi in un libro, divorarlo senza accorgersi del tempo che passa, ho trovato quello che fa per voi (e per me).  Si intitola “La vicenda di un lavoratore… Bastardo”, scritto da Marco Di Mico ed edito da Medea. Come la vita stessa vi farà piangere e ridere, vi farà temere il peggio e vi donerà la speranza. Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista, insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

Di seguito il link per l’e-book

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

e quello per la versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

La vicenda di un lavoratore bastardo

Copertina libroRingraziamo la redazione di Medeaonline che ci ha permesso di pubblicare l’intervista rilasciata da Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Primo racconto: IL DETTATO.

aula

Ecco a voi il primo racconto della nuova iniziativa di “DOVEVAILPAESE”.
Ringraziamo Marco Di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore bastardo”, per aver deciso di intraprendere con noi questo suo nuovo progetto artistico ed editoriale.

Buona lettura

IL DETTATO

Ho sette anni, un grembiulino blu con il colletto di plastica rigida e un fiocco bianco fatto da mamma con mille attenzioni. È il 1969, faccio la seconda elementare e tutti i giorni vado in giro vestito così. Non sono una cima, ma neanche una capra. Vivacchio, a scuola come a casa. Non brillo. Non ho entusiasmi particolari o aspirazioni. Sono nato, tutto qui. Faccio quello che mi dicono senza passione, per obbligo. A molti la maestra dice che sono intelligenti, ma che non si applicano. A me non dice niente. Ho paura a pensarlo, ma credo di non essere intelligente. Eppure dentro di me sento che c’è qualcosa. Solo che non so cosa. Non ho idee o sogni. Aspetto.
Mio padre è operaio e mi vuole un gran bene. Forse troppo. Mia madre fa la sarta e lavora a casa. Anche lei mi vuole molto bene, ma spesso è triste. Una volta gli ho domandato se fosse felice. Lei mi ha guardato e si è messa a piangere. Poi mi ha abbracciato e ha detto di essere felicissima di avere un bambino come me. Da allora mi guarda in maniera differente. Come se da me si aspettasse qualcosa che io, però, non so. Mi piacerebbe che i suoi occhi ridessero di più. Solo che non so come fare. Ho sette anni e molte cose dei grandi non riesco a capirle. Sono solo un bambino e neanche tanto studioso. Le cose di scuola, comunque, le capisco, ma mi sembra sempre di non saperle e che gli altri, quelli che gridano e che in classe pensano solo a muoversi e a vantarsi, siano più bravi di me. Oggi abbiamo il dettato e mi sento abbastanza preparato. Se riesco a farlo bene e a prendere un bel voto, magari a mamma si accendono un poco gli occhi e fa un bel sorriso.
Ho paura a pensare di aver capito qualcosa e di alzare la mano, perché poi se mi sbaglio, faccio una figuraccia e dopo mi metto a piangere e questo è anche peggio. Si perché ho anche questo problema: piango facilmente. Sai quanto ci provo a trattenere le lagrime, a pensare ad altro, a ricacciarle via. Però è più forte di tutti i miei sforzi. Mi sembra di avere il pianto sempre pronto. Mi basta una sgridata, un’osservazione, una figuraccia o una presa in giro e quelle cavolo di gocce salate mi scendono giù per il viso, fino alla bocca.
La mia classe fa schifo. È grigia, sporca, trascurata. I banchi sono di legno scuro, rigati dalla tristezza, dalla paura e dalla noia di chi li ha utilizzati prima di noi. Devono essere molto vecchi, perché hanno ancora il buco per il calamaio e al posto della sedia, hanno un sedile unito al resto del banco. I miei compagni sono anche peggio. Per metà sono quelli che noi chiamiamo i “baraccati”. A dire il vero sono loro stessi che ci hanno detto di chiamarsi così. Ci hanno spiegato di aver lasciato le baracche dove vivevano e di aver occupato un palazzo proprio vicino alla scuola. Sono molto contenti di abitare dentro una casa. Io in parte li capisco, perché anche mia madre mi ha raccontato che quando abbiamo lasciato la casa di Trastevere, che era vecchia e aveva il bagno sul balconcino, e siamo venuti a vivere dove abitiamo adesso, che è una casa vera, dalla gioia si è messa a piangere. A me i “baraccati” sono simpatici perché quando li vedo, penso sempre alla mamma e a quella volta che è stata così felice da piangere. Però un po’ mi rattristano, perché non sanno niente, urlano, fanno i dispetti e sembrano quasi orgogliosi di comportarsi male. Una volta la maestra ne ha interrogato uno che non ha aperto bocca. Allora ha cominciato a fargli delle domande sempre più facili, ma quello rimaneva zitto e muto, con lo sguardo lontano, oltre la finestra. Alla fine, la maestra gli ha chiesto: «Ti piace il calcio?».
«Si» ha risposto quello con gli occhi che erano tornati in classe.
«E di che squadra sei?»
«Della Roma.»
«Bene e lo sai in quanti si gioca la partita?»
«No» risponde quello abbassando lo sguardo.
Allora la maestra ha domandato alla classe:
«E voi lo sapete?»
Qualcuno ha alzato la mano e ha urlato “otto”, “tredici”, “quindici”. Io lo sapevo che si gioca in undici per squadra e che si possono fare al massimo tre cambi durante la partita. Ma non ho risposto. Un po’ perché avevo paura a parlare e un po’ perché non mi sembrava giusto. Io sono avvantaggiato. Mio padre tutte le domeniche che la Roma gioca in casa mi porta allo stadio, in curva sud, e quindi io del calcio so quasi tutto. Conosco anche le canzoni, i cori e le parolacce che si urlano all’arbitro. Papà tutti i pomeriggi, appena stacca dal lavoro, mi porta al cinema parrocchiale a vedere un film Western. Anche dei film so quasi tutto. Mi basta vedere le scene iniziali e già m’immagino il resto. Chi sono i buoni e come va a finire. Però non mi annoio perché lo guardo con tanta attenzione per vedere se ho ragione. A volte i cattivi non sono tanto cattivi, però alla fine muoiono comunque. Altre volte mio padre mi porta a vedere i monumenti. Roma è piena di monumenti, di fontane, di palazzi e di strade che a Natale sono tutte illuminate e piene di gente. A piazza Navona mi ha fatto vedere anche Babbo Natale e la Befana. Secondo me sono fidanzati, però Babbo Natale se la poteva scegliere meglio. Alle volte, indica dei posti e mi dice che sono “da ricchi, da gente che ha studiato”. Altre volte cerca di spiegarmi qualcosa. Però non è mai tanto chiaro. Non finisce le frasi e la sua voce si spegne piano piano. D’altronde non credo che conosca molte cose. Non è ricco e non ha neanche studiato. A sei anni già lavorava e poi alla scuola serale ha fatto fino alla seconda elementare. Secondo me anche lui sa che c’è qualcosa in più, ma non sa bene cosa e gli piacerebbe che sia io a scoprirla.
Sta per iniziare il dettato. Io sono tranquillo perché la stranezza della parola “acqua” l’ho capita bene. Sto zitto come sempre e aspetto. La maestra inizia. La prima parola è proprio acqua. Poi seguono tutte le altre. Comunque è facile perché in tutte le parole che la maestra pronuncia c’è la parola “acqua”. Scrivo bene “acquazzone”, “acquario”, “acquarello” e tutte le altre di questo tipo. Alla fine la maestra ne pronuncia una a tranello. Dice: “Negozio”. Io so che si scrive con una “z” sola. C’è una regola apposta per questo tipo di parole. Consegno il compito sereno, fiducioso. Devo prendere un voto alto per far fare un bel sorriso a mamma. La maestra li corregge velocemente. Quelli che hanno preso un voto buono sono pochi. Questa volta faccio una bella figura. Quando tocca al mio, la maestra lo legge veloce e io vedo che non corregge niente. Bene. Poi mi chiama e mi dice di andare vicino a lei. Mi avvicino e penso che vuole congratularsi con me.
«Questo è il tuo dettato?» dice con una faccia per niente contenta.
«Si» faccio io.
«A chi hai copiato?» mi urla in faccia all’improvviso con un espressione che mette paura.
Io scoppio a piangere e gli dico, fra un singhiozzo e una tirata di naso che non ho copiato, che era facile e che l’ho fatto da solo.
Lei si arrabbia ancora di più. La sua voce diventa ancora più sgradevole e la classe si gela. Stanno tutti fermi e muti. La maestra punta il dito e mi dice che non sopporta i bugiardi e che se gli confesso che ho copiato non mi fa niente. Io però non posso confessare quello che non ho fatto. Quindi, sempre piangendo, gli confermo che non ho copiato. Lei urla che non sono all’altezza di scrivere così bene e che per dimostrarmelo mi farà ripetere il dettato.
«A te da solooooo…» strilla, mentre sbatte forte il registro sulla cattedra.
Io rivado al posto con gli occhi di tutta la classe puntati addosso. Continuo a piangere, ma prendo la penna e apro il quaderno.
La maestra inizia a dettare le parole. Sono le stesse di prima e io le so tutte. Ad un certo punto, penso che se le scrivo ancora tutte bene lei si arrabbierà anche di più. Mi viene il terrore che possa mandarmi in una classe differenziale. Allora per farla contenta, sbaglio apposta qualche parola. Così non perderà la sfida contro di me. Voglio dargli soddisfazione e, soprattutto, non voglio che mi urli di nuovo in quel modo.
Mentre scrivo, sono abbastanza soddisfatto di questa soluzione.
Il dettato finisce presto. La maestra mi richiama alla cattedra. Mi alzo e le porgo il quaderno. Tutti i bambini stanno con il fiato sospeso. Non sono mai stati così silenziosi. Anche i “baraccati” sono muti come pesci.
La maestra inizia a leggere e subito dopo fa un sorriso. Io mi rilasso. Invece lei inizia ad urlare di nuovo:
«Hai visto».
«Hai sbagliato.»
«Mi volevi prendere in giro.»
«Non ci provare mai più altrimenti ti faccio vedere io. Io li conosco quelli come voi.»
Alla fine tira il quaderno verso il mio banco.
Capisco che devo tornare al posto.
Esco. Mamma mi aspetta in prima fila. Vede subito che ho gli occhi gonfi di pianto.
«Che hai fatto? Ti hanno menato i “baraccati”?».
«No mamma. Andiamo. Ti racconto tutto a casa.»
A casa mamma mi prende con le buone, ma è irremovibile. Devo raccontargli tutto.
E io comincio a parlare e a piangere. Gli spiego che sapevo scrivere tutte le parole e che la maestra non ci ha creduto, che mi ha fatto ripetere il dettato e che io per non farmi strillare ancora, ho sbagliato apposta qualche parola, ma che quella si è arrabbiata ancora di più.
Lei inizia a dire:
«Ma tu dovevi scr…». Poi però si zittisce, mi trascina verso di sé e mi abbraccia forte. Quando mi lascia, la guardo in faccia. Dagli occhi escono delle lagrime, ma il viso è radioso, sorridente. Forse sono riuscito ugualmente a dargli un altro poco di felicità.

Marco Di Mico

 

Copertina libroA conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica
http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

versione cartacea
http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html