L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico

Le furbizie di Sky. La peggior televisione esistente in Italia.

Buongiorno,

volevo raccontare come Sky si comporta con i suoi abbonati.

Io sono Marco Di Mico e sono abbonato a SKy da sempre, oltre 10 anni. Per tutto questo tempo ho usufruito del “Mosaico Interattivo”. Improvvisamente tale servizio non ha più funzionato. Premendo il tasto verde del telecomando non compare più il famoso “Mosaico”, ma una pagina nella quale si viene invitati a comporre un numero di telefono.

Chiamato quel numero (che è anche a pagamento) si viene informati che per riavere il servizio bisogna pagare altri 5 euro.

A me sembra che questa modifica unilaterale delle condizioni e dei sevizi offerti sia una truffa ai danni di noi cittadini. Non vi fidate.

Adelchi. La forza della letteratura contro la politica d’oggi

dovevailpaese

Con piacere la redazione di Dovevailpaese ospita un articolo di Marco Di Mico.

Volevo proporvi la rilettura di un passo che tutti noi abbiamo affrontato a scuola e che, passivamente, ci siamo limitati a studiare quel tanto che serviva per sfangarla in qualche modo (naturalmente parlo per me, tutti gli altri sono esclusi). Il brano in questione è il coro del terzo atto dell’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Qui, gli Italiani dell’Ottavo secolo vivono sotto il dominio dei Longobardi. Sono rassegnati e privi della speranza e della forza per reagire. Però, quando arrivano i Franchi, si destano dal loro torpore e per un attimo rialzano la testa, sperando che presto ritroveranno la loro libertà. La realtà, purtroppo, sarà molto diversa. Infatti, ai vecchi padroni si aggiunsero i nuovi e noi italiani restammo schiavi in casa nostra.

Anche ora siamo talmente abituati a essere dominati che neanche ce ne rendiamo più conto. Viviamo con la testa china, assuefatti a ogni genere di scandalo, di collusione, di corruzione, sperando che qualcuno ci liberi. In particolare, oggi siamo schiavi di una classe politica corrotta e incapace, che ci strangola e che pensa solo a mantenere i suoi privilegi e i suoi benefici immeritati.

Come gli Italiani dell’Ottavo secolo, siamo oppressi e sottomessi. Allora erano gli stranieri invasori, ora una casta politica che ci dissangua, che continua a prendere tangenti e che, nonostante le nostre difficoltà, non sa rinunciare al proprio sfarzo. Mentre noi, come i nostri antichi predecessori, speriamo che qualcuno ci ridoni la libertà. Libertà che certamente non ci verrà concessa da questi politici troppo legati con una visione affaristica della cosa pubblica. Come non ce la diedero i Franchi dopo aver sconfitto i Longobardi.

Siamo noi Italiani che dovremmo combattere per pretendere l’onestà di chi ci governa e per eleggere una nuova classe politica e dirigente. Per avere al nostro comando solo persone capaci, oneste e preparate, che non si siano macchiate di nessun reato, che non siano colluse o vicine a nessuna organizzazione criminale e che non sperperino i nostri soldi e con essi il nostro futuro.

Siamo noi che dobbiamo cambiare, che dobbiamo diventare intransigenti e rigorosi nel pretendere la più assoluta onestà e correttezza nei confronti di chiunque sieda in un posto di comando.

E ora buona lettura e, spero, buono sdegno.

 

Marco Di Mico

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l’orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de’ padri la fiera virtù:
Ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De’ crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l’agile speme precorre l’evento,
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de’ pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell’arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz’orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

 

Copertina libro

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

“La vicenda di un lavoratore bastardo”. Intervista al suo autore

La redzione di “dovevailpaese” riporta l’intervista rilasciata da Marco Di Mico alla rivista medeaonline.
Si ringraziano i responsabili per la loro gentile concessione.

 

Marco Di Mico, curatore per la Utet di tre volumi delle edizioni critiche della storia del pensiero economico nonché storica penna di Medeaonline (per cui dirige la sezione Economia e lavoro), firma, per Medea edizioni, Storia di un lavoratore “bastardo”, un romanzo amaro e spietato sul dramma di Michele disoccupato cinquantenne nell’Italia martoriata dalla crisi economica

Marco puoi riassumere in due parole di cosa parla il tuo libro?
«Preferisco dirti cosa c’è dentro, come fossero gli ingredienti di una ricetta. Ci ho messo una grande truffa rifilata a duemila lavoratori, le lotte per difendere il lavoro, gli scontri fratricidi fra le diverse sigle sindacali e fra lavoratori, perché quando tutto precipita, le capocce sragionano. Poi ci sono le tensioni familiari che si creano quando si perde la stabilità economica. E c’è un protagonista che viene cambiato da queste difficoltà e che, da insensibile menefreghista, si trasforma in un sindacalista, seppure sui generis, che trova il modo per salvare i suoi colleghi e l’azienda. Inoltre ci sono la scoperta della scrittura come mezzo di resistenza e di sopravvivenza e la tenacia, il coraggio e la voglia di non mollare. Ma soprattutto c’è una visione del mondo che vede nei problemi uno strumento per conoscerci e per migliorarci. Sono i colpi di scalpello con cui Dio ci modella per renderci come lui ci ha concepiti. Tutti questi temi, poi, sono messi assieme e raccontati come un thriller. Perché quando a cinquant’anni ti ritrovi disoccupato e senza speranza, sei di fatto bello che morto».

Sbaglio dicendo che il tuo romanzo si potrebbe inserire nel filone della “letteratura industriale”?
«Non sbagli per niente. Però io lo collocherei più tra i romanzi storici. Perché racconta la mortificazione del lavoro, dei lavoratori e di conseguenza degli uomini che una politica troppo concentrata su se stessa e sulla difesa dei suoi privilegi sta permettendo in questo particolare periodo storico».

Se il boom economico raccontato da Bianciardi era considerato vita agra, questo “sboom” che descrivi nel tuo romanzo come si potrebbe definire?
«Un periodo di transizione. E’ evidente che il sistema non può continuare su questa strada. Un profondo cambiamento è indispensabile. O ricollochiamo gli uomini al centro della vicenda economia e politica, oppure il nostro Paese, ma più in generale tutto l’Occidente, imploderà. Abbiamo guardato il mondo attraverso un’ottica economico-finanziaria e non ha funzionato. E’ ora di cambiare. Per i prossimi anni ci aspetta un compito importantissimo: tracciare la “nuova-via” da seguire dopo i crolli delle ideologie, dell’industrializzazione, del consumismo, del Mercato, e della Finanza. Dove saremo come società occidentale fra dieci o venti anni? Questa è la domanda cui dobbiamo rispondere».

Perché, oltre alla cronaca quotidiana della crisi del lavoro, era importante raccontarla in un’opera di fantasia?
«Le notizie non ci toccano. Le statistiche ci lasciano indifferenti. Sono cose astratte, lontane. I numeri, anche se ci parlano di una realtà drammatica, sono sempre numeri. Sappiamo che la disoccupazione è salita. E allora? Sentiamo che ogni anno muoiono un milione di bambini per malnutrizione? Restiamo indifferenti. Perché quella sofferenza è sconosciuta, impersonale. Invece se incrociamo gli occhioni tristi di un cagnolino, ci commuoviamo. Per partecipare emotivamente alle sofferenze degli altri, abbiamo bisogno di sentirli vicino, di immedesimarci con loro. E la letteratura vi riesce benissimo. Riesce a farci vivere, nella nostra fantasia, le vite di persone lontane sia nello spazio sia nel tempo, oppure, addirittura, inesistenti. E’ per questo che ho scelto questa forma espressiva. Per raggiungere i sentimenti e, di conseguenza, le coscienze».

Ho notato uno stile di scrittura solido e strutturato in periodi lunghi. A mio parere è uno stile molto elegante, hai dei riferimenti letterari per quanto riguarda questo aspetto della scrittura?
«Guarda, non ci ho mai riflettuto. Io scrivo nella maniera che mi viene spontanea. Anche se sono consapevole che tutti i romanzi letti, i film visti e le pubblicità subite hanno influenzato il mio modo di raccontare e di costruire le frasi. Un modello di scrittura, però, lo avrei. Ed è quello tracciato da don Milani e dai suoi ragazzi nella loro “Lettera ad una professoressa”. Mi piace sia per il suo stile semplice, comprensibile, vero, sia per l’impegno civile e sociale che racchiude».

Possiamo aspettarci un altro romanzo di Marco Di Mico?
«L’ho già iniziato. Per adesso il suo titolo è: “Piovono nella notte gocce lontane”».

La recensione

La storia di Michele, cinquantenne egoista, borioso e menefreghista, alle prese con la disoccupazione e una crisi famigliare, è una parabola morale sul valore e sul significato del lavoro.  La scrittura, strumento democratico di “autoanalisi”, giocherà un ruolo importante nella maturazione del protagonista. Di Mico tratteggia le vicende di Michele con uno stile elegante e molto preciso, il romanzo non tralascia nulla della soffocante e drammatica vicenda umana e lavorativa del protagonista.

Marco di Mico
La vicenda di un lavoratore “bastardo”
Medea edizioni, 352 pagine, 16 euro

Copertina libro

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

 

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

 

 

– See more at: http://www.medeaonline.net/?p=17710#sthash.VU6Fc4SL.dpuf

Marco Di Mico, curatore per la Utet di tre volumi delle edizioni critiche della storia del pensiero economico nonché storica penna di Medeaonline (per cui dirige la sezione Economia e lavoro), firma, per Medea edizioni, Storia di un lavoratore “bastardo”, un romanzo amaro e spietato sul dramma di Michele disoccupato cinquantenne nell’Italia martoriata dalla crisi economica

Marco puoi riassumere in due parole di cosa parla il tuo libro?
«Preferisco dirti cosa c’è dentro, come fossero gli ingredienti di una ricetta. Ci ho messo una grande truffa rifilata a duemila lavoratori, le lotte per difendere il lavoro, gli scontri fratricidi fra le diverse sigle sindacali e fra lavoratori, perché quando tutto precipita, le capocce sragionano. Poi ci sono le tensioni familiari che si creano quando si perde la stabilità economica. E c’è un protagonista che viene cambiato da queste difficoltà e che, da insensibile menefreghista, si trasforma in un sindacalista, seppure sui generis, che trova il modo per salvare i suoi colleghi e l’azienda. Inoltre ci sono la scoperta della scrittura come mezzo di resistenza e di sopravvivenza e la tenacia, il coraggio e la voglia di non mollare. Ma soprattutto c’è una visione del mondo che vede nei problemi uno strumento per conoscerci e per migliorarci. Sono i colpi di scalpello con cui Dio ci modella per renderci come lui ci ha concepiti. Tutti questi temi, poi, sono messi assieme e raccontati come un thriller. Perché quando a cinquant’anni ti ritrovi disoccupato e senza speranza, sei di fatto bello che morto».

Sbaglio dicendo che il tuo romanzo si potrebbe inserire nel filone della “letteratura industriale”?
«Non sbagli per niente. Però io lo collocherei più tra i romanzi storici. Perché racconta la mortificazione del lavoro, dei lavoratori e di conseguenza degli uomini che una politica troppo concentrata su se stessa e sulla difesa dei suoi privilegi sta permettendo in questo particolare periodo storico».

Se il boom economico raccontato da Bianciardi era considerato vita agra, questo “sboom” che descrivi nel tuo romanzo come si potrebbe definire?
«Un periodo di transizione. E’ evidente che il sistema non può continuare su questa strada. Un profondo cambiamento è indispensabile. O ricollochiamo gli uomini al centro della vicenda economia e politica, oppure il nostro Paese, ma più in generale tutto l’Occidente, imploderà. Abbiamo guardato il mondo attraverso un’ottica economico-finanziaria e non ha funzionato. E’ ora di cambiare. Per i prossimi anni ci aspetta un compito importantissimo: tracciare la “nuova-via” da seguire dopo i crolli delle ideologie, dell’industrializzazione, del consumismo, del Mercato, e della Finanza. Dove saremo come società occidentale fra dieci o venti anni? Questa è la domanda cui dobbiamo rispondere».

Perché, oltre alla cronaca quotidiana della crisi del lavoro, era importante raccontarla in un’opera di fantasia?
«Le notizie non ci toccano. Le statistiche ci lasciano indifferenti. Sono cose astratte, lontane. I numeri, anche se ci parlano di una realtà drammatica, sono sempre numeri. Sappiamo che la disoccupazione è salita. E allora? Sentiamo che ogni anno muoiono un milione di bambini per malnutrizione? Restiamo indifferenti. Perché quella sofferenza è sconosciuta, impersonale. Invece se incrociamo gli occhioni tristi di un cagnolino, ci commuoviamo. Per partecipare emotivamente alle sofferenze degli altri, abbiamo bisogno di sentirli vicino, di immedesimarci con loro. E la letteratura vi riesce benissimo. Riesce a farci vivere, nella nostra fantasia, le vite di persone lontane sia nello spazio sia nel tempo, oppure, addirittura, inesistenti. E’ per questo che ho scelto questa forma espressiva. Per raggiungere i sentimenti e, di conseguenza, le coscienze».

Ho notato uno stile di scrittura solido e strutturato in periodi lunghi. A mio parere è uno stile molto elegante, hai dei riferimenti letterari per quanto riguarda questo aspetto della scrittura?
«Guarda, non ci ho mai riflettuto. Io scrivo nella maniera che mi viene spontanea. Anche se sono consapevole che tutti i romanzi letti, i film visti e le pubblicità subite hanno influenzato il mio modo di raccontare e di costruire le frasi. Un modello di scrittura, però, lo avrei. Ed è quello tracciato da don Milani e dai suoi ragazzi nella loro “Lettera ad una professoressa”. Mi piace sia per il suo stile semplice, comprensibile, vero, sia per l’impegno civile e sociale che racchiude».

Possiamo aspettarci un altro romanzo di Marco Di Mico?
«L’ho già iniziato. Per adesso il suo titolo è: “Piovono nella notte gocce lontane”».

La recensione

La storia di Michele, cinquantenne egoista, borioso e menefreghista, alle prese con la disoccupazione e una crisi famigliare, è una parabola morale sul valore e sul significato del lavoro.  La scrittura, strumento democratico di “autoanalisi”, giocherà un ruolo importante nella maturazione del protagonista. Di Mico tratteggia le vicende di Michele con uno stile elegante e molto preciso, il romanzo non tralascia nulla della soffocante e drammatica vicenda umana e lavorativa del protagonista.

Marco di Mico
La vicenda di un lavoratore “bastardo”
Medea edizioni, 352 pagine, 16 euro

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LA NUOVA LOTTA DI CLASSE. UNA GUERRA PERSA

In Italia i disoccupati sono 3.254.000. Nel 2007 erano (sembra incredibile) 1.401.000. In soli 6 anni abbiamo perso circa 1.800.000 posti di lavoro. Il nostro Pil è sceso di un altro 1,8%. E il debito pubblico ha continuato a crescere toccando, a ottobre 2013, la quota record di 2.085.321 miliardi. Anche il rapporto debito/Pil è peggiorato nel corso del 2013 raggiungendo quota 133,3%.

Insomma, potremmo definire la situazione economica italiana veramente drammatica. Eppure, nonostante questo quadro desolante il nostro Spread è diminuito in maniera clamorosa. Mentre scrivo, è intorno quota 200. Il 9 novembre 2011 era 574. Quindi, nonostante la nostra economia sia peggiorata, il debito pubblico italiano è diventato incredibilmente più affidabile.

Ma perché mentre tutto va male, gli investitori nazionali e internazionali reputano lo Stato italiano più solvibile?

Perché gli investitori non si preoccupano delle sorti del Paese nel quale investono, ma solo dei propri soldi. La discesa dello Spread dimostra che in Italia sono state compiute quelle riforme che mettono al sicuro i guadagni degli speculatori internazionali. L’aumento delle tasse, la riduzione della spesa sociale, la precarizzazione del lavoro, la riforma delle pensioni, sono i provvedimenti con cui si garantisce lo spostamento della ricchezza dal popolo alla finanza internazionale. In sostanza il nostro Stato ha deciso di togliere sicurezza e benessere a noi cittadini per garantire i guadagni di chi gli presta i soldi (banche comprese). La nostra miseria è la loro garanzia.

In tutto questo quadro, la “crisi economica” non centra assolutamente niente. Anzi la famigerata crisi esiste solo per noi che non facciamo parte dell’Élite finanziaria. Sono solo il lavoro e l’occupazione a essere in crisi. Infatti, le borse di tutto il mondo hanno avuto un 2013 fantastico, strepitoso, spettacolare: Tokio + 56,72, New York + 37,52, Francoforte + 25,48, Madrid + 21,52, Parigi + 17,61, Milano + 16,56, Londra + 14,30.

Una colossale riorganizzazione politica, economica e sociale ai danni delle classi meno abbienti (una vera e propria lotta di classe), ha portato a questa netta divisione: da un lato i super ricchi sempre più ricchi e dall’altro i normali cittadini sempre più in difficoltà.

È stata una guerra fra finanza e lavoro, persa senza neanche rendercene conto. D’altronde non avremmo mai potuto vincerla, perché le nostre forze armate, ossia i politici da noi votati ed eletti, erano in combutta con il nostro nemico. Anzi erano il loro esercito di mercenari.

Letteratura. “Darshan” il racconto completo di Marco Di Mico gratis per voi

La redazione di dovevailpaese pubblica l’intero racconto di Marco Di Mico e si scusa per il periodo di assenza.
A tutti voi auguriamo buona lettura

 

Darshan

 

Racconto

di
Marco Di Mico

 

 

 

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

<<Siamo un padre e un figlio sopravvissuti>>.

<<Unitevi a noi>>.

<<Ricostruiamo insieme il mondo distrutto>>.

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello. Niente. Solo il silenzio. Solo il deserto.

Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

Durante quell’inverno il monastero divenne una vera casa. Con l’aiuto di un’automobile portarono molti generi alimentari, coperte, utensili per la cucina. Arthur volle crearvi anche una biblioteca. Voleva conoscere il mondo com’era stato. Non gli bastavano più i racconti di suo padre. Aveva bisogno di vedere di che cosa fosse stato capace l’uomo. Così dalle librerie dei paesi vicino al monastero, prelevò tutti i libri di fotografie, di viaggi e di storia dell’arte che trovò. Passava intere giornate a sfogliare quelle pagine piene dei ricordi che lui non aveva. Mike, invece, non smise di sperare che qualche altro uomo fosse ancora in vita. Con un generatore a benzina teneva acceso un ricetrasmettitore da radioamatore nella speranza di captare qualche segnale, qualche comunicazione fra umani. Inoltre passava ore appiccicato ad un binocolo a scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere qualche altro uomo. O, meglio ancora, una piccola comunità di superstiti. Se erano sopravvissuti tutto quel tempo, un motivo doveva pur esserci. Il mondo non poteva finire con loro. Non era possibile che tutto il Creato finisse in quel modo. Qualcosa sarebbe successo e il tutto avrebbe avuto un nuovo inizio. Una nuova Creazione. Forse la distruzione cui avevano assistito era stata come il diluvio universale. Una punizione esemplare per la cattiveria e la stupidità umana. Ma questo era impossibile. Dio stesso aveva promesso a Noè che non si sarebbe più vendicato: “Io stabilisco la mia alleanza con voi, non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”. Qualunque cosa fosse successa Lui avrebbe continuato a donare solo Amore. Quella tragedia immane, quell’apocalisse era dipesa solo dall’uomo e solo l’uomo doveva porvi rimedio.

In quel luogo accogliente, l’inverno passò velocemente.  Quando fu primavera, però, non ripartirono.

<<Pà, rimaniamo qui. E’ il posto più bello dove siamo mai stati. Ti prego, rimaniamo>>.

<<Figliolo, è nostro dovere metterci in marcia e cercare degli altri uomini>>.

<<Tu hai la radio e il binocolo. Continua a ricercarli con questi strumenti. In fin dei conti abbiamo più possibilità di scorgere qualcuno da quassù che dalla strada>>.

<<Ma così ho l’impressione di essermi arreso. Di aver perso la speranza. Io devo trovare qualcuno per te. Qualcuno con cui potrai vivere quando non ci sarò più>>.

<<Te l’ho detto. Ci sono più possibilità se rimaniamo qui. E poi tu sei ancora giovane. Abbiamo tempo>>.

<<Non sono giovane. Ho sessant’anni e tu venti. Tu sei giovane, ed io devo pensare al tuo futuro. E poi lo sai che il tempo a nostra disposizione non dipende da noi>>.

<<Appunto. Dio troverà per noi la soluzione giusta sia se andiamo, sia se rimaniamo. Affidiamoci alla sua volontà>>.

Detto questo, la vittoria non poteva che essere del figlio.

Il padre cercò di limitare la sua sconfitta dicendo:

<<Ok. Facciamo come vuoi tu. Però, la prossima primavera partiamo>>.

Arthur aveva finalmente trovato un posto dove si sentiva a casa. Anche in quella situazione di eccezionale precarietà, era riuscito a crearsi un suo mondo. A coltivare i suoi interessi e ad essere indipendente dal padre. Era pur sempre un ragazzo.

Passò un anno, ne passarono due e ne passarono tre, ma non partirono. Era troppo bello rimanere nel monastero. I due ospiti lo avevano personalizzato secondo le loro esigenze. Era diventato una vera casa.

Dopo dieci anni dal loro arrivo stavano ancora lì. Mike non aveva perso la speranza di ritrovare altri uomini. Tutti i giorni, sia che nevicasse sia che ci fosse il solleone, si recava sul tetto a scrutare l’orizzonte. E la radio era sempre accesa in attesa di una voce o di un segnale intelligente. A quest’attività, aveva aggiunto la cura di un orto e di un giardino. Inoltre, aveva rimesso in funzione la fontana al centro del chiostro e passava alcune ore in quel luogo di serenità e di pace. In quei momenti, neanche si ricordava della loro condizione. Si godeva la musica dell’acqua, la bellezza dei fiori e basta.

Arthur aveva coltivato la sua passione per l’arte. Dopo dieci anni di studi su tutti i testi che aveva trovato, era diventato un vero esperto. La sua biblioteca era ricchissima, quasi monumentale. Ma a lui non bastava più. Ora era lui a voler partire per vedere dal vero qualche capolavoro. Gli uomini avevano fatto delle cose bellissime, sublimi e lui era orgoglioso di appartenere alla razza umana.

<<Papà, io vorrei che ci rimettessimo in cammino>>.

<<Come? Se mi ha costretto a rimanere qui? Ora, all’improvviso hai cambiato idea>>.

<<Papà, per me è fondamentale vedere un capolavoro dal vivo. Assorbirne la forza, la grandezza. Trarne ispirazione e auspicio. Specchiarmi in esso. Riconoscermi, come uomo, nella sua bellezza. Io avevo sempre pensato che nella nostra natura ci fossero solo distruzione e devastazione. Che noi due fossimo un’eccezione. Invece, ora ho capito che dentro ogni uomo c’era, comunque, un poco di Michelangelo, di Monet, di Giotto, di Cimabue, di Brunelleschi, di Pollock, di Mondrian. Come pure degli artisti arabi, indiani, cinesi. Voglio che la parte bella dell’umanità mi sostenga e mi spinga verso l’alto. Verso la perfezione, verso Dio. E perché ciò accada, sento che devo vedere gli originali. La visione della realtà ha una forza infinita>>.

<<E qui ce l’hai. Nella chiesa e nel monastero ci sono tante opere d’arte>>.

<<E’ vero. E devo dirti che hanno fatto molto per me. Ma ora voglio rinnovare l’entusiasmo e la forza che mi hanno dato quando le ho viste per la rima volta. Non capisci. Io ho bisogno di vedere l’originale, il vero. Mi sono documentato e so che qui vicino c’erano dei musei. Andiamoci. Magari nei loro magazzini troviamo ancora qualche quadro. Ho bisogno, veramente bisogno, di vederli dal vero>>.

<<Lo sai. Io non ti dico mai di no. Se per te è così importante, andiamo>>.

<<Grazie pà, staremo via solo qualche mese. Poi torneremo qui. Questa, ormai è la nostra casa. Organizzo tutto io. Penso che fra una settimana saremo pronti>>.

<<Va bene, va bene>>.

Arthur si mise subito al lavoro per preparare l’automobile, le provviste, il carburante, le carte geografiche e tutto quello che poteva servire.

Vedendolo, Mike sorrise. Era bello vedere suo figlio così entusiasta e motivato. Nonostante tutto aveva uno scopo e viveva con passione.

Era primavera e la natura cantava felice la sua resurrezione. Fiori e profumi ovunque. Il monastero sembrava un’isola in un oceano dai mille colori. Mike si mise, come il solito, di vedetta a caccia di qualche essere umano. Guardava distrattamente. I pensieri andavano all’imminente partenza. Improvvisamente gli parve di vedere qualcosa. Sembrava una donna piegata sulle ginocchia. Cerco di migliorare la messa a fuoco del suo binocolo. Boh. Era proprio una donna? Chiamò suo figlio. Anche lui guardò con attenzione nel binocolo. Poi disse: <<Andiamo a vedere>>. Uscirono di corsa. Ad ogni passo l’eccitazione aumentava. Nei loro animi comparve anche una punta di paura. L’ignoto spaventa sempre. Salirono in auto e partirono. Quando arrivarono, la donna era distesa a terra in posizione supina. Poteva avere dai 50 ai 60 anni. Gli occhi erano chiusi e le mani giunte sul petto. Come se qualcuno avesse iniziato a comporla per l’ultimo viaggio. Arthur rimase pietrificato. Mike si fece avanti. Tocco la donna. Era sicuramente morta. Diede un’occhiata in giro per assicurarsi che non ci fosse nessun altro. Non si sentiva tranquillo.

<<Andiamocene. Non possiamo far niente>>.

<<Pà, almeno seppelliamola>>.

<<E’ una faticaccia inutile>>.

<<Ti prego pà. Siamo uomini. Comportiamoci come tali>>.

<<Allora andiamo a prendere gli attrezzi>>.

Risalirono. Mike prese una vanga e la pistola. Al ritorno iniziarono subito a scavare. Faceva molto caldo. Arthur si fermò per asciugarsi il sudore.

<<Vuoi un sorso d’acqua?>> disse una voce femminile che proveniva da dietro un grosso oleandro pieno di fiori rosa e bianchi. La ragazza uscì. Era molto bella. Giovane e tonica, indossava un paio di jeans chiari e una maglietta gialla mezza manica che gli lasciava scoperta parte della pancia. Quando la vide, Arthur arrossì.

<<Chi sei?>> disse Mike, mentre la mano correva verso la pistola che portava infilata nei pantaloni.

<<Sono Maryam>>.

<<Chi era questa donna?>>.

<<Vivevamo insieme da tanti anni. Mi ha molto aiutato. Io non vedo benissimo e senza di lei non so se ce l’avrei fatta>>.

<<Sei cieca?>> disse Mike.

<<No. Vedo abbastanza bene se si tratta di cose distanti. Ma se sono vicine, allora è un vero casino. Saprei anche leggere, ma non ci riesco sempre, perché spesso le lettere sono troppo piccole. Voi siete veramente gentili a prendervi cura di Elisabeth>>.

<<Lo facciamo volentieri>> disse Arthur che si era ripreso.

Poi Mike aggiunse: <<E ora come farai? Senza la tua amica, per te sarà molto dura. Vuoi che ti accompagniamo da qualche parte?>>. Mike voleva capire se poteva fidarsi e se le due donne fossero sole o se facessero parte di un gruppo più vasto.

<<Non saprei. Noi vivevamo in una specie di grotta…>>:

Arthur non la fece finire e disse: <<Allora vieni a stare da noi. Abitiamo in quel monastero lì>> e col dito indicò il posto. Il padre gli lanciò un’occhiataccia severa che lo fulminò all’istante. Non era prudente rivelare subito il loro rifugio. Arthur ormai era partito: <<Vedrai che bello, sembra un castello. E poi c’è una biblioteca fantastica>>.

<<Sarebbe magnifico>> disse Mike <<ma noi fra pochi giorni dovremmo partire alla ricerca di alcuni musei>>.

<<Chi se ne frega dei musei. Dare ospitalità ad un altro essere umano è molto più importante>>.

<<Non possiamo decidere noi. È Maryam che deve farlo>>.

Dal modo in cui la ragazza si era avvicinata ad Arthur, la risposta non poteva che essere un “SI”.

<<Io sarei felicissima di iniziare una nuova vita con voi>>.

<<Allora è deciso>> disse Arthur raggiante.

I due ragazzi erano elettrizzati. Avevano avuto una fortuna pazzesca. Mike, invece, seppure la ragazza fosse proprio come l’aveva sognata, aveva una strana sensazione. Un’inquietudine che lo rendeva sospettoso.

Finita la sepoltura, coprirono il cumulo di terra con una miriade di fiori e, poi, tornarono al monastero. I due ragazzi si accomodarono dietro, mentre il padre faceva da autista.

Appena giunti, Arthur preparò una stanza per Maryam. Poi la condusse nella sua biblioteca. Qui iniziò a parlare dei suoi libri, della logica con cui erano divisi, dei periodi storici, dei grandi artisti, dell’influenza dell’arte nella vita. Insomma voleva fare bella figura.

Il viaggio venne rimandato. Arthur per il momento era troppo preso da quella ragazza per pensare ad altro. I due stavano sempre insieme. Col tempo, nacque una grande confidenza e complicità, ma non quell’intimità che il padre sperava. Mike non riusciva a capire come fosse possibile che i due non si lasciassero andare. Com’era possibile che la pulsione sessuale non prendesse il sopravvento? Come potevano non capire che la rinascita dell’umanità dipendeva da loro?

Alla fine si fece coraggio e li affrontò:

<<Scusatemi se tocco un argomento delicato, personale. Voi sapete che avete una grande responsabilità, vero?>>.

<<Certo>> disse Arthur.

<<E allora?>>.

<<Vedi pà, Maryam è una ragazza fantastica e vor…>>

<<Lascia che sia io a spiegare tutto>> lo interruppe lei. Poi aggiunse: <<Io lo so che noi siamo una specie di Adamo ed Eva, e che il futuro dell’umanità, forse, dipende da noi. E voglio anche dirvi che Arthur è un ragazzo eccezionale, forte, bello, intelligente e che io sono molto attratta da lui. Però io non posso … non posso concedermi a lui>>. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi la ragazza riprese: <<Perché, per farlo, io devo essere certa che dalla nostra unione germogli un’umanità migliore di quella che ci ha preceduto. Un’umanità in cui prevalga l’amore, anzi incentrata sull’amore. Per questo è importante chi io ami profondamente Arthur e che anche lui mi ami veramente. La nostra unione non deve essere una cosa meccanica, ma un legame spirituale in grado di generare dei figli migliori di noi. Veramente liberi dal male. Elisabeth mi ha preparato a questo momento. Lei mi ripeteva sempre che dovevo concepire solo quando fossi innamorata in maniera assoluta, totale e con una persona che lo fosse altrettanto di me, perché un’umanità malvagia ed egoista già c’era stata e aveva portato solo morte e distruzione. Io mi sento schiacciata da questa grande responsabilità>>.

<<Giustissimo>> disse Mike  <<tu sei innamorata di mio figlio?>>.
<<Da impazzire>>.
<<E tu Arthur la ami?>>.
<<Muoio d’amore per lei>>.
<<Quindi, dov’è il problema?>>.
<<E’ che io non posso essere sicura del suo amore>> disse la ragazza quasi scusandosi.
<<E che cosa deve fare Arthur per convincerti che ti ama in modo assoluto e totale?>>.

<<Gliel’ho ripetuto centinaia di volte che è proprio così>> disse il ragazzo.

<<Zitto>> disse Mike <<evidentemente, le parole non bastano>>.

<<Infatti>> aggiunse Maryam <<per averne la certezza, io dovrei guardarlo negli occhi. Il suo sguardo non potrebbe mentire>>.

<<E guardami, allora>>.

<<Lo sai che da vicino non ci vedo bene. Per me è impossibile conoscerti veramente>>. La ragazza stava piangendo.

<<Quindi, se tu fossi in grado di vedere bene i suoi occhi per poterlo guardare in profondità, per vedere la sua anima, non ci sarebbero problemi?>> disse Mike.

<<Non credo>> rispose la ragazza mentre si asciugava le lagrime con la mano.

A quel punto Mike scoppiò in una risata chiassosa, sonora, argentina. Ora era lui che piangeva, ma dal ridere. Afferrò i due ragazzi per le mani e corse verso l’automobile. Sempre ridendo li spinse dentro e partì sgommando come un pazzo. La macchina scivolava veloce lungo la strada che scendeva dal monastero verso la valle. Le buche e i rami la facevano sobbalzare in continuazione. Mentre guidava, Mike rideva e batteva le mani sul volante. In pochi minuti furono davanti ai ruderi di un immenso centro commerciale. Entrarono. Le grandi finestre lasciavano passare molta luce. Mike, camminando velocemente, precedeva i due ragazzi e dettava l’andatura. Girava per i corridoi come un forsennato. Finalmente si fermò. Entrò in un negozio semidistrutto e cominciò a frugare nei cassetti. Gettava tutto in aria. Afferrò alcuni occhiali da presbite e li porse a Maryam: <<Indossali>>.

La ragazza non li aveva mai visti, ma capì istintivamente come si facesse. <<Ora guarda Arthur>>. Lei si girò. Con gli occhiali era anche più bella. I due si guardarono negli occhi. Lei si avvicinò ad Arthur e lo baciò. La connessione tra le anime era stabilita. L’umanità avrebbe avuto una seconda possibilità.

“La vicenda di un lavoratore bastardo”, l’imperdibile romanzo di Marco Di Mico

versione cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

versione elettronica

http://www.bookrepublic.it/book/9788866935247-la-vicenda-di-un-lavoratore-bastardo/

 Copertina libro

 



A chi giova un altro indulto?

Volentieri, la redazione di “dovevailpaese pubblica una e-mail giunta in redazione.

logo_300In Italia abbiamo una disoccupazione del 12,5% (1,2 punti percentuali in più rispetto l’anno scorso) per un totale di 3 milioni e 190 mila senzalavoro. Pil in calo, aziende che delocalizzano, giovani che abbandonano il Paese per cercare un’opportunità. In questo quadro deprimente, il presidente della Repubblica, assieme al ministro della Giustizia (la stessa che si mette a disposizione dei Ligresti) si preoccupano delle condizioni di circa 60 mila detenuti in maggioranza stranieri. Ci sarà del marcio? Dovranno salvare qualcuno a cui vogliono troppo bene? Chissà?
In particolare, va sottolineato che il precedente indulto è stato concesso nel luglio del 2006 (con la legge n. 241 del 31 luglio 2006), quando Napolitano era già presidente di questa nostra povera Repubblica (è in carica dal 15 maggio 2006). Se veramente avesse voluto migliorare la condizione dei detenuti, perché non ha stimolato la messa in funzione di nuove carceri?

Forse vivono in un altro mondo e non si sono accorti che la nostra priorità deve essere la lotta alla disoccupazione e la difesa dei lavoratori.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica:
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

Versione cartacea:

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Letteratura gratis. “Darshan”, seconda puntata

logo_300

Mentre camminavano, amavano ricordare quando vivevano insieme alla mamma e all’altro fratello. Rivivevano i momenti felici di quando tutti assieme trascorrevano le vacanze al mare, o quando, un Natale, erano stati a Parigi. Che bella era stata la vita. Che bello ripensare alla scuola, ai giochi con i compagni, agli sguardi delle ragazze. Eppure era tutto finito e non sarebbe più ritornato.

Arthur guardò il padre e disse:

<<Pa’, penso di essere un mostro>>.

<<Non sei così brutto, non ti vantare>> replicò subito Mike per sdrammatizzare.

<<No. Non in quel senso. Io credo di essere un mostro dentro>>.

<<Perché. Che male puoi aver fatto. Anche volendo, è impossibile. Non c’è nessuno>>.

<<E’ per quello che penso, anzi che non provo>>.

<<Spiegati meglio figliolo. Non vorrai demoralizzarti. Noi abbiamo un grande compito da portare avanti. Dobbiamo salvare l’umanità dall’estinzione. E questo compito spetta principalmente a te>>. In tutti quegli anni Mike aveva cercato di dare a suo figlio uno scopo, di farlo sentire importante e soprattutto di dargli la serenità necessaria per superare tutte le difficoltà di quella loro inutile e inspiegabile vita. Ora, questo suo improvviso cedimento lo spaventava a morte. Come molto spesso fanno i genitori, rimase in silenzio aspettando che fosse il figlio a parlare, ad aprirsi. In questo modo sarebbe riuscito a intervenire con precisione sui suoi pensieri per tentare di modificarli.

<<Mi sento in colpa perché quando penso alla mamma e a mio fratello, non riesco a provare tristezza o dolore. Credo di essere insensibile ed egoista>>.

Mike si fermò di colpo. Si girò verso il figlio e lo abbracciò forte. Arthur stava piangendo.

<<No, non fare così.  Non lo meriti. E’ normale che tu non riesca a sentire dolore per la perdita dei nostri cari. Anche per me è la stessa cosa. La nostra sofferenza e la nostra angoscia si sono perse in questa tragedia assurda che ha colpito il mondo. Il nostro dolore è solo una goccia in un oceano di dolore. Sai quanti genitori e quanti figli sono morti? Sai quanti sogni e quanti amori sono svaniti per sempre? Siamo talmente abituati alla puzza del dolore che, ormai, non la sentiamo più>>.

Poi, sempre abbracciandolo stretto, aggiunse:

<<Sei un ragazzo buono e sensibile. Vedrai che Dio non ci abbandonerà>>.

I due ripartirono fiano a fianco, come ormai facevano da tanti anni.

La primavera finì. Camminarono e sperarono anche per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno. Poi iniziò a nevicare. Procedere nella loro disperata ricerca divenne impossibile. Il freddo intenso intirizziva i corpi e la neve rendeva troppo faticoso il cammino. Decisero che avrebbero smesso la ricerca, perlomeno per l’inverno. Il giorno dopo scorsero, sulla sommità di una collina, proprio davanti a loro, una costruzione solitaria, che dall’alto dominava tutta quella bianca vallata. Vi si indirizzarono e in un giorno di cammino la raggiunsero. Il percorso era stato faticoso. Ma lo spettacolo che gli si parò davanti al loro arrivo fu grandioso. O, almeno, così gli parve dopo tutto quel tempo passato fra macerie, detriti e rovine. L’edificio era intatto e si componeva di tre costruzioni molto antiche. Una splendida chiesa abbaziale. Un alto campanile romanico con finestre trifore. Uno splendido monastero, solido e raffinato come il castello di un re. Incredibilmente era ancora tutto in piedi. Nessun muro era crollato e, a prima vista, non c’erano stati saccheggi. Si avvicinarono alla chiesa. Una targa ricordava, ai visitatori di un tempo, che i lavori per la costruzione dell’abbazia erano iniziati per volontà dell’imperatore Carlo Magno. La facciata era abbellita da un grande rosone colorato, sotto il quale troneggiava una Madonna con Bambino nell’atto di benedire. Ai lati, come un elegante ricamo, erano stati collocati dei frammenti di sarcofagi romani. L’ingresso era un antico portale gotico, decorato con 48 formelle bronzee di forma quadrata, raffiguranti scene della Bibbia. Uno sconosciuto artista del passato aveva fissato quelle storie in maniera toccante, intima. Le aveva forgiate per i posteri, ma ormai i posteri non c’erano più. Arthur si avvicinò per guardare meglio quella meraviglia. Con la mano accarezzava quelle figure antichissime che rappresentavano delle verità, ormai, mute e inutili. Nessuno le aveva più guardate da chissà quanto tempo. Esiste la bellezza se manca chi ne può godere, chi la può ammirare? Che senso hanno l’arte e la conoscenza se non c’è nessuno in grado di apprezzarle e amarle?. Senza l’intelligente sguardo dell’uomo, che sa interpretare, capire e collegare i simboli, l’arte non ha più valore, la bellezza non ha più valore, l’armonia, la grazia e la perfezione non hanno più nessun valore. Niente ha più valore, perché è lo sguardo dell’uomo che fa vivere le cose, che dona loro importanza.

Mentre Arthur continuava la sua contemplazione, il vecchio Mike provò a spingere quell’antico portone. Lo fece così, senza pensarci, per l’abitudine di un tempo. Inaspettatamente, fra i cigolii dovuti all’inutilizzo, la porta si mosse. Con l’aiuto di suo figlio, riuscì ad aprirla quel tanto che serviva per passare. Entrarono. Anche l’interno era intatto. Solo un po’ impolverato. Tre navate con colonne recuperate da antichi edifici romani e sormontate da capitelli dorici e ionici, stavano lì immobili ad accoglierli. La navata centrale terminava con un presbiterio poligonale illuminato da finestre gotiche. Le pareti laterali erano tutte affrescate con scene della Genesi. Tutto convergeva verso un mosaico con sfondo dorato raffigurante un imponente Cristo Pantocratore. Maestoso e severo, sedeva sul trono nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra. Il suo volto, inflessibile e intransigente, metteva in soggezione e al tempo stesso dava serenità. Il pavimento, in stile cosmatesco, aveva tarsie marmoree cromatiche di forme svariate e fantasiose che formavano delle geometrie ripetitive. Dalle finestre filtravano fasci di luce colorata che davano, a tutto l’insieme, un sapore mistico, soprannaturale. Sembrava di essere entrati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo completo, che racchiudeva ogni cosa. Arthur si pose proprio al centro di quei raggi e socchiuse gli occhi. Ebbe la sensazione di aver perso la sua materialità. Di essere come un’anima che entra in Paradiso. Mike lo osservava felice. Capiva che il figlio stava provando qualcosa di bello. Qualcosa che lui non poteva dargli. Fecero tre o quattro passi su quegli antichi capolavori. Poi si fermarono e girarono su se stessi lentamente, tanto per avere una visione completa. Nel contemplare tanta bellezza, ritrovarono la loro umanità. Non erano più i mostri che avevano distrutto il mondo, ma quegli essere speciali, che avevano utilizzato l’intelligenza e la fantasia per creare la perfezione della bellezza. Compresero il grande valore che racchiudevano e piansero.  Avevano ritrovato in sé stessi l’essenza dell’uomo: quell’irrefrenabile spinta verso l’armonia, verso l’alto, verso Dio. Ebbero chiaro, il perché  è fatto a Sua immagine e somiglianza: perché anche lui sa creare. Arthur era cresciuto fra macerie e distruzione e pensava che quella fosse l’unica realtà possibile. Pensava che il degrado e la devastazione fossero la normalità. Era incredulo.

<<Ehi, pa’. Un tempo il mondo era tutto così? L’uomo costruiva queste cose? Tu ci vivevi a quel tempo?>>.

<<Si figliolo. Un tempo l’uomo amava costruire le cose belle e viverci. Il mondo era un luogo splendido, ricco di cose spettacolari. C’erano edifici ancora più straordinari di questo e per noi umani era normale vederli e viverci. Tu sei nato in quel mondo. E ci hai passato i primi anni della tua vita. Quel mondo ti appartiene. Non dimenticarlo mai. E’ dentro di te e vi rimarrà per sempre>>.  Ci fu un momento di silenzio. Poi con un filo di voce, come se stesse parlando da solo, aggiunse:<<Siamo stati dei pazzi. Ci avevano donato un luogo meraviglioso e l’abbiamo distrutto. I mostri siamo stati noi adulti>>.

Proseguirono la loro ispezione. Anche il monastero era tutto intero. Lo perlustrarono e decisero che avrebbero passato l’inverno in quella dimora incredibilmente solida e confortevole. Siccome erano abituati a dormire vicini presero due letti dalle celle dei monaci e li posero in un’ampia stanza con il camino. Così si sarebbero potuti anche riscaldare. Quella notte fecero un sonno profondo, sereno, ritemprante, come non avevano più fatto dai tempi in cui l’umanità viveva in pace.

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

Versione elettronica:
http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

Versione cartacea:

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

Letteratura gratis. “Darshan” racconto di Marco Di Mico

La redazione di Dovevailpaese vi propone un racconto di Marco Di Mico. L’autore lo aveva pensato per partecipare ad un concorso letterario, ma poi, per sfuggire alle logiche commerciali, ha preferito pubblicarlo gratuitamente sul nostro sito.

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“Darshan”

Solo macerie.

Solo distruzione.

Solo rottami di una civiltà impazzita.

Dopo l’ultima esplosione nucleare, sul nostro pianeta, un tempo splendido giardino dell’Eden, meraviglioso Paradiso terrestre, non rimase altro che un ammasso informe di detriti. Quelle rovine erano il simbolo del decadimento in cui era caduto l’uomo. Della sua pazzia, della sua assoluta cecità. Se fossero sopravvissuti degli storici, ci avrebbero spiegato che anche questo conflitto, come tutti gli altri della violenta storia della Terra, era dipeso dai soliti motivi economici, religiosi, etnici, culturali, territoriali. Ma la vera causa di ogni guerra e soprattutto di questa, che ha spazzato via ogni cosa, ogni persona, ogni anima, è una sola: l’incapacità di vedere correttamente la realtà e le conseguenze delle nostre azioni. E quando vedi male, quando manca la nitidezza, puoi sbagliare a scegliere, puoi pensare che la violenza, la morte, la distruzione e la sofferenza siano capaci di portare il bene e la felicità. E, invece, la morte porta solo morte e la sofferenza solo sofferenza. Quello che noi chiamiamo “l’altro” e che spesso vediamo come un nemico, è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio. Se gli facciamo del male, è a noi stessi che faremo soffrire. La guerra era stata l’errata interpretazione di ciò che sarebbe stato meglio per la propria parte. Come se ci sia una parte diversa da un’altra. Come se l‘umanità fosse divisibile.

Gli uomini si erano, praticamente, estinti. Sterminati dalla loro ottusa miopia, dalla loro arrogante cecità. Dopo la tragedia, i pochi superstiti, si erano riuniti per affrontare assieme il futuro. Per tentare la costruzione di un mondo nuovo e fraterno. Ma, lentamente, quella massa malata e contaminata si ridusse sempre di più. I loro fisici erano troppo compromessi per resistere e per tornare a donare nuovamente la vita. I pochi neonati nascevano morti oppure morivano nel giro di qualche mese. Alla fine, rimasero solo Mike e Arthur. Un padre e un figlio miracolosamente sani, forti, vitali. Il padre aveva protetto il figlio da ogni pericolo. Nella prima fase, quella più violenta, quella in cui ancora si ragionava in termini di contrapposizione, aveva anche ucciso per assicurargli il necessario per vivere. Poi, i pochi rimasti capirono che dovevano cooperare e che il mondo era pieno di ogni tipo di merce. Che ammassato nei negozi e nei magazzini, c’era di che sfamare, proteggere e curare i pochi uomini ancora sulla terra all’infinito. Questa fase di pace e collaborazione coincise con la fanciullezza di Arthur. Mike, così, si era potuto dedicare completamente al figlio. Lo aveva curato, sfamato, accudito e lo aveva visto crescere armoniosamente. Di notte dormivano abbracciati e di giorno il padre cercava di insegnarli tutto quello che conosceva. Voleva trasferire nel figlio tutto se stesso e tutto quello che aveva capito con gli anni e con quella terribile esperienza. Alla sua morte, pensava, l’umanità avrebbe avuto un’altra chance, un’altra possibilità. L’intima speranza di Mike era che nel mondo ci fosse una nuova Eva. Una ragazza dai fianchi larghi e dai seni prorompenti, dai lunghi capelli scuri e dal carattere forte e solido, in grado, assieme al suo Arthur, di far proseguire il viaggio della razza umana.

Quando ebbero sepolto anche l’ultimo dei sopravvissuti non gli rimase che mettersi in viaggio. Oltre l’orizzonte nel luogo che non vedi e non conosci, puoi immaginare di trovare la speranza.

Prepararono tutto con cura. Avevano a disposizione migliaia di negozi e magazzini che, anche se già saccheggiati e semidistrutti, contenevano ancora ogni ben di Dio. Iniziarono il loro viaggio ad aprile. La bella stagione li avrebbe accompagnati e avrebbe propiziato la fortuna.

Camminavano spingendo un carrello della spesa su quale avevano poggiato un piccolo sistema stereo alimentato a batterie, che ripeteva una loro registrazione:

«Siamo un padre e un figlio sopravvissuti».

«Unitevi a noi».

«Ricostruiamo insieme il mondo distrutto».

Ovunque andassero, i loro sguardi vagavano ansiosi, alla ricerca di qualche altro uomo. Ma sia tra i cumuli di macerie, sia lungo le interminabili e desolate strade non scorsero nessuno, e nessuno rispose al loro appello.

Fine parte prima.
La seconda parte il giorno 3 dicembre.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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Una discriminazione inaccettabile

La redazione di DOVEVAILPAESE pubblica la lettera di una lavoratrice del commercio e si affianca a tutti i lavoratori di quel settore.

“Scrivo questa lettera con arti tremanti, dolori muscolari, iperestesia, laringospasmo, idrofobia, aggressività e irascibilità. Ossia con i sintomi della “rabbia”. Sono rabbiosa perché sto verificando che i lavoratori non sono tutti uguali agli occhi dei nostri politici. Infatti, noi lavoratori del commercio siamo stati ridotti in schiavitù senza che nessun partito dicesse una sola parola per difenderci. Liberalizzando il nostro settore ci hanno tolto le domeniche e tutte le altre feste consacrate e con esse la possibilità di stare con la famiglia e di accudire i nostri figli. Praticamente i negozi devono essere sempre aperti, sempre a disposizione degli utenti. La legge permetterebbe anche le aperture notturne. Però nessuno ha pensato di introdurre norme per verificare se il personale sia sufficiente a un simile ritmo, se i diritti dei lavoratori sono rispettati, se un minimo di dignità è garantito.

Noi commessi siamo carne da macello che deve lavorare senza riposi e garanzie. I nostri politici super pagati, scortati, faziosi e inconcludenti ci hanno tolto la libertà e la possibilità di essere cittadini come gli altri solo per illudere l’opinione pubblica, per fargli credere che si stanno occupando del rilancio della nostra sgangherata economia sottosviluppata e in declino. Invece di trovare risorse, magari togliendosi un po’ degli infiniti e anacronistici privilegi di cui godono immeritatamente, per sostenere la domanda aggregata e l’occupazione, loro aprono i negozi, come se questo potesse far spendere alla gente i soldi che non possiede.

La spesa aggregata non dipende dalle ore di apertura al pubblico, ma dalla ricchezza di cui si dispone e dalle previsioni che si hanno per il futuro. Altrimenti basterebbe tenere aperti i negozi – baracca degli Stati più poveri del mondo per risolvere i problemi della povertà, della fame e della malnutrizione che affliggono molte aree geografiche del nostro Pianeta.
Questo è quanto riesce a fare la nostra classe politica. Che incapace di risolvere i problemi del Paese, cerca di non perdere le simpatie degli elettori dando panem et circenses.

Chiosa finale per una riflessione bonaria.
Art. 3 della Costituzione Italiana:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La nostra Repubblica sta veramente rimuovendo gli ostacoli che limitano l’eguaglianza dei cittadini?”

Lettera firmata

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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La vittoria debole

logo_300Se ancora ci fosse lo scontro Comunismo – Capitalismo, sicuramente, oltrecortina griderebbero vittoria. Il Capitalismo, infatti, sembra stia implodendo sotto il peso del Mercato e della Finanza, ossia delle cose che dovrebbero promuoverlo e farlo crescere.

Il crollo del Comunismo ha dimostrato che l’economia non può essere interamente pianificata e che per mantenere efficienza e produttività elevate ha bisogno del prezzo e della concorrenza. Altrettanto chiaramente le nostre difficoltà stanno evidenziando l’incapacità del Capitalismo di fare a meno dell’intervento dello Stato nella formazione della domanda globale, nella tutela del lavoro e, soprattutto, sono la prova di come la preponderanza della Finanza stia distruggendo l’economia reale.

Dopo la caduta del Comunismo, l’Occidente ha confidato ciecamente nel libero Mercato e nell’onnipotenza della Finanza. Seguendo queste strade, però, in pochi anni le nostre economie sono diventate più deboli, e meno competitive. Dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, abbiamo avuto tre gravi crisi finanziarie:

1)   Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998).

2)   La Bolla di Internet (2000). Cui ha fatto seguito la crisi economica del 2001.

3)   Il crack dei mutui subprime (2007). Da cui è scaturita la crisi che stiamo vivendo e che sta mettendo a repentaglio la solidità di interi paesi, dell’euro e forse della stessa Europa.

Durante queste crisi gli Stati hanno speso ingenti somme per sostenere gli istituti finanziari. In special modo per l’ultima si stanno investendo cifre da capogiro. Si salvano le banche, si comprano i titoli di stato dei Paesi in difficoltà e si fa di tutto per far tornare a crescere l’indice borsistico. Come se il benessere dei cittadini dipendesse, veramente, dai numeri degli indici azionari.  Nonostante tutto questo esborso di denaro pubblico, però, le condizioni di vita stanno lentamente peggiorando. Le tasse aumentano, i giovani non trovano lavoro, e se lo trovano si tratta di lavoro precario, la disoccupazione cresce, la fiducia nel futuro diminuisce l’economia rallenta ed è sempre sull’orlo della recessione. Dati i risultati, è evidente che questi soldi sono spesi male. Bisognerebbe spenderli per rilanciare l’economia reale, per aiutare chi produce, chi commercia, chi assume. Non si possono sperperare i soldi della collettività per dare valore a dei titoli virtuali, che magari racchiudono altri titoli altrettanto virtuali.

Il nostro Paese, ma più in generale il mondo intero, ha bisogno di crescita economica reale, fatta di fabbriche che producono e assumono, di beni tangibili, di lavoro regolare e tutelato. Abbiamo bisogno di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, e non di indici che salgono. Ora gli Stati, invece di sostenere il lavoro, sostengono la Finanza. Viene garantita la ricchezza di pochi invece che il benessere di molti.

Il mondo è vittima di un sistema che non riesce più a controllare. Secondo i dati riportati da Luciano Gallino (in “Finanzcapitalismo”, Einaudi) trenta anni fa, le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Questo nei mercati ufficiali che sono controllati. Nei mercati diciamo liberi, dove, di fatto, non ci sono né effettivi controlli, né vere garanzie, e denominati “over the counter”, sempre nel 2007 l’ammontare di questi derivati era stimato pari a 12,6 volte il PIL del mondo. E ora, vista la facilità con cui vengono salvate le banche compromesse con questi prodotti finanziari, sarà ulteriormente aumentato.

Il sistema finanziario mondiale si è trasformato da strumento dell’economia reale a suo padrone. Le risorse disponibili sono tutte destinate a garantire questo ammasso di titoli che racchiudono solo altri titoli e che sono completamente slegati da ogni garanzia reale. Oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con attività economiche reali materiali e immateriali. L’Unione Europea e gli USA, assieme a tutti gli altri Paesi, dovrebbero passare dalle azioni puramente difensive come il fondo salvastati, gli Eurobond e il salvataggio delle banche troppo esposte con i titoli spazzature ad una fase offensiva. Di forte contrasto alla speculazione.

La Tobin tax potrebbe andare in questa direzione, sfatando il mito della incontrollabilità dei movimenti finanziari. Questa tassazione, proposta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni per stabilizzarle (penalizzando le speculazioni a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale. L’Idea principale è che la modica tassazione peserebbe sulla speculazione, perché effettua molte operazioni, mentre non danneggerebbe gli investimenti tradizionali che sono praticamente statici. L’Europa si è decisa ad adottarla, ma con molta riluttanza e, solo dal 2014. Forse non sarà completamente sufficiente, ma è già un inizio.

E’ necessario ritornare ad occuparci di economia, di crescita e di lavoro. Sia per un senso di giustizia, sia perché la stabilità sociale del mondo comincia a vacillare.

 

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro che riteniamo imperdibile:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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Economia italiana. Dove stiamo andando?

logo_300Che cosa rimarrà del nostro sistema produttivo? Forse niente di niente. Fra le aziende che chiudono, quelle che delocalizzano e quelle che sono vendute ai grandi gruppi stranieri, stiamo diventando un deserto industriale. La situazione, nonostante la sua drammaticità, sembra non preoccupare. Il nostro tessuto produttivo si affievolisce sempre di più e noi stiamo perdendo posti di lavoro, conoscenze, ricchezza. In Italia non esiste più la grande industria chimica (nonostante che nel 1963 Giulio Natta vinse il premio Nobel per la chimica), né quella siderurgica, né quella informatica (Olivetti è ormai scomparsa), né quella degli elettrodomestici (Indesit e Merloni non ci sono più).

Molte aziende pur esistendo hanno delocalizzato:

Fiat ha stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Geox ha delocalizzato in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30.000 lavoratori solo 2000 sono Italiani.
Dainese ha stabilimenti in Turchia.
Bialetti produce in Cina.
Rossignol ha portato la produzione in Romania.
Omsa produce in Serbia.
Benetton ha stabilimenti in Croazia.
Calzedonia ha delocalizzato in Bulgaria.
Stefanel ha preferito la Croazia.

Poi ci sono le aziende che non sono più italiane.
Bulgari appartiene al colosso francese Louis Vuitton Moet Hennesy (Lvmh).
Emilio Pucci, nel 2000, anche questo marchio è passato sotto il controllo di Lvmh.
Ferré, a inizio febbraio 2011, è stato ceduto al Paris group di Dubai.
Fendi, nel 1999 il marchio fondato dalle cinque sorelle romane, è stata venduta a Lvmh di Bernard Arnault.
Gucci e Bottega Veneta appartengono al gruppo francese Ppr (Pinault -Printemps -Redout).
Valentino è passato qualche anno fa dal gruppo Marzotto al fondo di private equity Permira Holdings Limited (Phl), con base a Guernsey, nelle isole del canale britannico.
Prada, a gennaio 2011, si è quotata alla Borsa di Hong Kong.
Ducati è stata acquistata da Audi.
Bnl è stata acquistata da BNP Paribas.
Cariparma è diventata Crédit Agricole.

Tutto questo, porta verso una dequalificazione del nostro capitale umano. Senza la grande impresa è difficile che si riesca a fare ricerca, innovazione, sviluppo e ad investire in formazione.

Se poi consideriamo che il nostro Paese ha pochi laureati e diplomati, e che è altissimo l’abbandono scolastico, la situazione appare ancora più drammatica. Il nostro spread con la Germania non è preoccupante solo per quanto riguarda i titoli di stato. Nell’istruzione la situazione è ancora più inquietante. In Italia (dati 2009) solo il 15% delle persone tra i 25 e i 64 anni è laureata, contro il 26% della Germania. Mentre i diplomati sono poco meno del 40% contro il 59%. Le persone che hanno completato solo la scuola dell’obbligo sono quasi il 46 per cento in Italia contro il 15% della Germania.

Anche a prescindere dalla recessione attuale, dalle misure prese dal governo Monti, dalla rigidità della Merkel, dallo spread, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, da ogni altro fattore che si è sviluppato dal 2008 ad oggi, la realtà è che l’Italia sta diventando un Paese periferico, marginale, subalterno. Bisogna uscire dalla crisi, ma è indispensabile ricostruire una politica industriale e educativa che ci riporti verso un nuovo Rinascimento. In fin dei conti siamo sempre “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”. Speriamo che basti.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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Una strana nostalgia

imagesÈ da qualche tempo che provo una grande nostalgia per gli anni ’70. Lo so, erano anni fortemente ideologizzati, fatti di scontri violenti dentro e fuori del Parlamento. Erano anni permeati da due visioni del mondo contrapposte e inconciliabili. Ci si scontrava (verbalmente, ma spesso anche fisicamente) per affermare la propria idea di mondo perfetto. Perché ognuno credeva, presuntuosamente, che la sua portasse alla giustizia, all’uguaglianza, alla felicità.

Non erano anni belli, anzi erano bui, tesi, pesanti (di piombo), ma in quel marasma caotico di parole e di slogan c’era la speranza di poter migliorare il mondo e il destino degli uomini.

In quegli anni la politica infiammava perché aveva un sogno da realizzare. Progettava il futuro, difendeva o, addirittura, creava diritti, spiegava che la vita poteva essere migliore e che l’uomo doveva aspirare a molto di più. Ora, invece, che la politica è appiattita sulla finanza, i politici non trasmettono più sogni, ma sono diventati uno strumento di persuasione. Si limitano a trovare il modo per farci digerire le scelte imposteci per accontentare il mercato globale, la finanza internazionale, gli investitori, gli speculatori.

È per questo che provo nostalgia, perché vorrei che la politica tornasse ad avere un progetto per elevarci, per nobilitarci, vorrei che proponesse una strada per creare un mondo e una vita migliore. Che si battesse per ottenere giustizia ed equità.

Vorrei che i politici tornassero a parlare di valori e diritti e non di spread, di paura, di recessione. Il futuro si costruisce cercando di realizzare un’idea, inseguendo il proprio sogno. E non accontentando le capricciose divinità economiche dei nostri tempi. La politica ci sta facendo tornare all’epoca dei sacrifici umani. E i politici sono i nuovi sacerdoti di questi ingiusti riti propiziatori. Sacrificano le pensioni nella speranza che il famelico spread non ci inghiotta. Poi sacrificano i lavoratori illudendosi che in questo modo la lunatica dea degli investimenti e della crescita ci guardi con occhio benigno.  La reazione della politica (ma anche degli economisti) è proprio quella di chi, non riuscendo a comprendere la realtà, si affida alla superstizione per tentare di placare le forze ostili.

Ad ogni modo, mentre i governi (sia tecnici sia di inciuci vari), smantellano ammortizzatori sociali e diritti dei lavoratori per ingraziarsi le nuove capricciose divinità, i politici continuano a pavoneggiarsi con i loro lussuosi abiti fatti di piume, talismani e amuleti d’oro.

 

A conclusione dell’articolo ci piace citare un libro a cui siamo molto affezionati:  Copertina libro
“La vicenda di un lavoratore… bastardo”

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Intervista esclusiva all’autore del libro dell’anno. Rivelazione del panorama letterario italiano

logo_300La redazione di “dovevailpaese” intervista Marco di Mico, autore di “La vicenda di un lavoratore… bastardo”. Inaspettato caso editoriale.

Come le è venuta l’idea di questo libro?

Innanzitutto diamoci del tu, perché il mio cervello è tarato per la confidenza e non per le formalità.

Ottimo, allora riformulo la domanda. Come ti è venuta l’idea di questo libro?

Volevo raccontare qualcosa di utile e al tempo stesso di bello. Ho pensato che niente, in questo particolare momento, fosse più necessario e attuale della comprensione delle difficoltà del mondo del lavoro. I lavoratori non devono fare i conti solo con la crisi, ma anche con i finti imprenditori che derubano i loro dipendenti.

E tu racconti proprio una vicenda di spolpamento aziendale vero?

Esatto. E’ una storia vera, dove ai lavoratori sono stati sottratti gli stipendi, i TFR, i clienti, gli immobili aziendali e, di conseguenza, si sono trovati senza futuro e in preda alla disperazione. Dopo mesi senza stipendio i rapporti diventano difficili in ogni ambito. I lavoratori e le diverse sigle sindacali si scontrano su tutto e anche la famiglia rischia di sfasciarsi.

Però tu hai trovato il modo di rendere questa storia costruttiva, anzi edificante, piena di speranza e di buoni sentimenti.

E’ vero. Non mi piacciono le storie che non insegnano niente e che non danno Speranza. Perché, vedi, se c’è la Speranza si può superare ogni cosa. Le difficoltà, anzi, diventano il mezzo che ci fa crescere, che ci plasma e ci trasforma per migliorarci.

Bello, ma pensi possa essere così per tutti?

Penso di si. Io scrivo proprio per dare coraggio e far vedere una strada, una luce anche quando sembra impossibile. Io credo che la vita, attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, ci riveli chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Grazie veramente per il tuo lavoro.

Grazie a te per la cortesia.

Qui troverete la versione e-book

http://www.ibs.it/ebook/Di-Mico-Marco/La-vicenda-di/9788866935247.html

 E qui quella cartacea

http://www.inmondadori.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

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L’Infinita crisi italiana

6fa29408d86ce37a7b0c481127fe02c1_353157Pil in ulteriore calo dell’1,8% e disoccupazione che nel 2014 continuerà a crescere. L’Italia non trova la strada per risollevarsi. L’altra grande crisi economica che ha colpito l’occidente moderno e industrializzato fu quella verificatasi dopo il crack del 1929. La soluzione arrivò quando lo Stato iniziò a spendere per sostenere lo sforzo americano nella Seconda Guerra Mondiale. Il premio Nobel per l’economia, Peter North: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale». Finita la guerra erano pronte le teorie di Keynes e gli Stati continuarono a spendere per sostenere la domanda aggregata con lo scopo di avvicinarsi alla piena occupazione.

L’Italia realizzò un vasto programma di opere pubbliche: edilizia popolare, scuole, università, ospedali, opere idrauliche, marittime ecc… Nel 1956 iniziano anche i lavori per l’autostrada del sole. E, in effetti, il nostro Paese crebbe talmente che si parlò di Boom economico. Gli incrementi salariali della fine degli anni 60, la prima crisi petrolifera (1973), la continua crescita delle spese per il welfare, però, cominciarono a incrinare questo modello di sviluppo. Iniziò la stagflazione: una miscela di stagnazione e inflazione (quest’ultima raggiunse nel 1976 il 20,90% e nel 1980 era ancora il 18,30%). Quando durante gli anni Ottanta apparve evidente che era impossibile continuare con il keynesismo era già pronta una nuova dottrina economica.

Fu il trionfo del monetarismo di Milton Friedman con la sua deregulation e la rivincita del mercato. Ora, che a causa delle grandi difficoltà dell’economia occidentale, anche questo modello sta tramontando, non ce n’è un altro pronto a sostituirlo. La crisi ci ha portato al punto di partenza. Disoccupazione elevata e consumi in calo. Solo che ora, per la stessa malattia, non possiamo adoperare la stessa cura. Un ritorno al Keynesismo è impensabile. La paura della crescita del debito pubblico e del giudizio dei mercati è troppo grande. Quindi, per adesso, rimaniamo immobili, ricercando nell’attuale sistema liberista una soluzione che non c’è. Anche se è evidente che il concetto neoclassico di equilibrio, secondo il quale nel lungo periodo capitale, lavoro, redditi, produzione e prezzi si distribuiscono perfettamente, è fallito.

In questi anni di mercato e liberismo la distribuzione del reddito nazionale ha favorito la rendita, piuttosto che il lavoro. «Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito; nel 1972 era il 59,2%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti». Così Geminello Alvi nel 2006 (Una Repubblica fondata sulle rendite). Il problema dell’Italia, ma di quasi tutto l’occidente, è che senza una rilevante spesa dello Stato non riusciamo ad avere una domanda aggregata tale da far ripartire la crescita e l’occupazione. La parola d’ordine, però, è controllo del debito pubblico. Per risolvere il problema si è cercato di far indebitare i privati anziché gli Stati. I mutui sub prime, il credito a tasso zero e le carte revolving sono proprio il tentativo di incrementare la domanda attraverso il debito privato.

In attesa di trovare la nuova dottrina economica da seguire, dovremmo perlomeno rivalorizzare il lavoro, aumentare i salari e contrastare la rendita. «I salari troppo bassi riducono il reddito disponibile delle giovani coppie, penalizzando i consumi e ritardando la ripresa economia» (Mario Draghi). Abbiamo ormai sperimentato che la via dei tagli e della precarizzazione non è servita né a modernizzare il paese, né a rilanciare l’occupazione, ma ha solo reso più fragile il nostro tessuto produttivo e sociale.

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Nasce DOVEVAILPAESE

Cari lettori,

lo scopo di questo Blog è la conoscenza del nostro Paese. Solo mostrando i suoi mali potremo correggerli. Solo la consapevolezza può aiutarci a trovare la via per risollevarci. Lo sdegno deve essere la benzina che ci mette in moto per trasformare l’Italia, per renderla finalmente un Paese civile.
Vi auguro una buona lettura e spero che questo sito vi procuri uno sdegno utile e costruttivo.

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