Dovevailpaese lo aveva previsto. Bratislava: Renzi solo contro Merkel e Hollande

grafico in caloIl destino dell’Europa è incerto. I nodi da sciogliere per continuare a credere in un’Europa unita sono quelli della crescita e la gestione dei migranti.

Dopo un’apertura verso questi due temi, Francia e Germania sono ritornati al rigore. Questo mette in difficoltà il nostro Paese che deve fare i conti con una ripresa che non c’è, ma che è già stata pubblicizzata e su cui si sono fatti i conti finanziari. Inoltre la spesa per gestire le decine di migliaia di migranti sottrae risorse che potevano essere utilizzare per ammodernare le nostre infrastrutture creando lavoro, ricchezza, ripresa. Quindi il nodo della flessibilità diviene, per l’Italia, decisivo. Tanto che Renzi alla fine del vertice di Bratislava ha elogiato la politica economica americana contrapponendola a quella del rigore europeo. Noi di dovevailpaese, in un articolo del 4 gennaio 2015, eravamo giunti con largo anticipo alle conclusioni cui il nostro premier è arrivato solo due giorni fa. È quindi con una punta di malcelato orgoglio che vi riproponiamo l’articolo in cui analizziamo la situazione economica europea e americana per affermare che i risultati sono chiaramente a favore delle scelte economico a sostegno della ripresa fatte dagli USA.

DI SEGUITO L’ARTICOLO DEL 4 GENNAIO 2015

Gli Usa sono definitivamente usciti dalla crisi. Il loro Pil cresce del 5% annuo e la disoccupazione è diminuita al 5,8%. L’Europa, invece, guidata dall’austera Germania e paralizzata dal “fiscal compact“, annaspa, ansima, sprofonda.
L’Italia, dopo la cura imposta dalla Merkel e dall’Europa e somministrataci da Monti-Letta-Renzi, chiuderà il 2014 con un Pil in calo dello 0,4%. La grande Germania, che si vanta di aver fatto le riforme giuste al tempo giusto e che ci indica la via da seguire per uscire dalla crisi, ha dovuto rivedere le proprie stime. La Bundesbank ritiene che il 2014 si chiuderà con un Pil in crescita dell’1,4% invece dell’1,9% previsto e che il prossimo anno la crescita sarà dell’1% invece che del 2%.

Ma come hanno fatto gli Usa ad ottenere questo risultato sorprendente?
Semplice: hanno dato un calcio all’austerità, al rigore, al pareggio di bilancio.
Obama ha lascito che il rapporto deficit/Pil toccasse quota 12% (mentre noi europei non possiamo superare il 3%). Per inciso, ora è ridisceso al 2,5%, non in virtù di tagli e privazioni, di lacrime e sangue ma grazie alla crescita economica.
La Federal Reserve, poi, ha creato liquidità comprando bond fino a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, questa gigantesca massa di soldi non è stata sequestrata dalle banche, come avviene da noi, ma è arrivata alle famiglie e alle imprese.
Per finire, il Dollaro è stato svalutato senza timore. Noi difendiamo l’Euro a spada tratta, neanche fosse il nostro onore o il nostro stesso benessere.

A questo punto, chiunque con un po’ di sale nella zucca direbbe: “Forse la strada intrapresa è sbagliata, proviamone un’altra”. Chiunque ma non i capoccioni che siedono dei Palazzi della UE. Loro mantengono le posizioni con fermezza e, manco a dirlo, rigore. Questa ossessione per lo sforzo, per il sacrificio ad oltranza, per la ferrea disciplina non è frutto di una scelta economica, bensì della loro storia culturale e religiosa. È una cosa che si portano dentro, è la loro forma mentis, che trova la sua origine nell’etica protestante. Il loro codice morale si basa sui principi della parsimonia, del duro lavoro e dell’individualismo. Per loro è inconcepibile la ricchezza e il benessere senza il sacrificio. Nella loro mente la crescita economica ottenuta dall’America è un peccato, perché avvenuta senza sofferenza, privazioni, rinunce. Questo è il loro limite più grande. Limite che siamo costretti a far nostro benché la nostra mentalità di europei del Sud sia completamente opposta. Purtroppo questa Europa unita non è nata come gli Stati Uniti da un sentimento comune, da una necessità condivisa, ma è stata imposta dall’alto. Ha messo insieme popoli assai diversi per cultura, religione, tradizione, lingua. È un mostro, un Frankenstein, composto da membra appartenenti a diverse persone e cucite a forza. Senza essercene resi conto, con l’Unione Europea abbiamo ricreato lo stesso obbrobrio della Jugoslavia di Tito o l’Iraq di Saddam Hussein. I movimenti euroscettici sono proprio il frutto di queste tensioni naturali, di queste crisi di rigetto. Per realizzare la magnifica idea dei padri fondatori, i Paesi mediterranei hanno accettato un profondo cambiamento di mentalità e di comportamenti, altrettanto dovrebbero fare quelli tedesco-scandinavi. Nessuna unione può durare senza il compromesso e la comprensione dell’altro.

Articolo di Marco Di Mico (autore de “La vicenda di un lavoratore bastardo”) del 4 gennaio 2015

 

MARCO DI MICO "LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO"

MARCO DI MICO
“LA VICENDA DI UN LAVORATORE BASTARDO”

versione cartacea

http://www.mondadoristore.it/vicenda-lavoratore-bastardo-Marco-Di-Mico/eai978886693036/

e-book

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Ami la letteratura? “La vicenda di un lavoratore… bastardo” è il libro che fa per te

Copertina libroSe amate la letteratura e vi piace immergervi in un libro, divorarlo senza accorgersi del tempo che passa, ho trovato quello che fa per voi (e per me).  Si intitola “La vicenda di un lavoratore… Bastardo”, scritto da Marco Di Mico ed edito da Medea. Come la vita stessa vi farà piangere e ridere, vi farà temere il peggio e vi donerà la speranza. Un libro per chiunque stia cercando la sua strada. Attraverso i suoi misteriosi e imprevedibili sentieri, la vita ci rivela chi siamo e qual è il nostro scopo. Le gioie e i dolori agiscono su di noi come lo scalpello di Michelangelo sul marmo. Tolgono la materia di troppo per liberare il capolavoro presente in ogni blocco grezzo. Alla fine di questo processo diventiamo esattamente come Dio ci ha pensati.

Michele è un egoista, borioso, presuntuoso e menefreghista, insensibile ai problemi degli altri e alle loro difficoltà. Quando, a cinquant’anni, si ritrova senza lavoro e con la famiglia che traballa, però, compie una profonda metamorfosi. Si avvicina agli altri uomini con umiltà e amore, e capisce che deve lottare per non perdere tutto. La consapevolezza di non potersi arrendere, gli darà una determinazione inaspettata, che lo porterà a combattere per difendere il suo futuro e quello dei suoi colleghi. Scoprirà, anche, il potere della scrittura, che diverrà l’arma con cui salverà azienda, lavoro e famiglia.

Di seguito il link per l’e-book

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L’INFLAZIONE CI SALVERA’?

Ringraziamo Medeaonline e Marco Di Mico per l’interessante articolo.

 

Per moltissimi anni il nemico pubblico dell’economia aveva un solo nome: inflazione.

L’inflazione, si diceva, brucia ricchezza, toglie potere d’acquisto, rende più poveri, fa crescere il debito pubblico e costringe a pagare interessi più alti. Inoltre riducendo il valore della moneta anche sui mercati internazionali si autoalimenta, facendo crescere ancora di più l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati. Insomma un disastro peggio delle piaghe bibliche.

In Italia, dove dal 1973 al 1984 abbiamo convissuto con un’inflazione addirittura a due cifre, con punte che hanno superato il 20%, abbiamo fatto di tutto per ridurla. È stata tolta la “scala mobile“, sono state aumentate le tasse e diminuita la spesa pubblica. “Sono sacrifici indispensabili per evitare questa catastrofe” ci dicevano. Con meno soldi in tasca, con tasse più alte e con meno servizi erogati dallo stato, l’inflazione galoppante (come si chiamava allora) si è arresa e infine è scesa. In sostanza ci hanno fatto diventare più poveri per impedire che questo feroce mostro sconquassasse l’economia.

Ora, finalmente, nonostante tutti i nostri guai economici, abbiamo un’inflazione bassissima, anzi negativa (deflazione). In questo contesto, dove i prezzi si abbassano, con gli stessi soldi possiamo comprare più beni, pertanto i nostri stipendi valgono di più. Quindi è come se fossimo più ricchi.

A rigor di logica, con un’inflazione negativa dovremmo poterci godere questo inaspettato surplus di ricchezza in tutta tranquillità… E invece NO perché, anche se può sembrare incredibile, la deflazione crea più guai dell’inflazione. Infatti, ora ci dicono che con la deflazione i debiti valgono di più (perché, in sostanza, non si svalutano, ma si rivalutano) e soprattutto che il debito pubblico potrebbe divenire INSOSTENIBILE, parola che fa tremare i polsi a tutti i capi di stato, perché vorrebbe dire default, fallimento, kaputt di un intero paese. E allora cosa fare?

“È indispensabile rassicurare gli investitori” ci dicono. E dall’Europa arrivano le solite indicazioni: riduzione del deficit e del debito. Che tradotto in azioni concrete, significa aumento delle tasse e riduzione della spesa sociale. Questi due provvedimenti valgano sempre, come se fossero le uniche medicine esistenti nel prontuario farmacologico dell’economia.

Fortunatamente (si fa per dire) una parte dell’intellighenzia economia e politica intravede un’altra strada, una via forse meno dolorosa: il largo e roseo viale dell’INFLAZIONE (ancora lei). Lo so che sembra incredibile, ma quella che un tempo è stata la bestia nera della stabilità, ora potrebbe salvarci. Certo, non l’inflazione galoppante, ma un pochettino (mi verrebbe voglia di dire “un momentino”) sembra sia un balsamo, un rimedio naturale, un toccasana. Infatti, secondo il suo mandato costitutivo la Bce deve mantenere, con la sua politica monetaria, un’inflazione costante intorno al 2% (cosa che attualmente non riesce a fare).

Inaspettatamente, così, l’inflazione è ora una nostra alleata. Non è più quel mostro orrendo per combattere il quale ci hanno spremuto come un limone, ma un nostro prezioso alleato.
Vediamo il perché:

1) lo strumento che viene utilizzato dai potenti investitori che operano nel mercato dei bond pubblici per decidere cosa vendere e cosa acquistare si chiama primary deficit sustainability (Pds), che è un’equazione in grado di indicare se un debito è, nel lungo periodo, sostenibile oppure no. Le variabili di quest’equazione sono cinque: il costo del debito, la crescita reale del prodotto, l’inflazione, le entrate e le spese del governo. Dal momento che sommando la crescita reale del prodotto all’inflazione otteniamo la crescita nominale, appare chiaro come una maggiore inflazione garantisca una crescita nominale più grande, anche se, in effetti, non si è creata maggiore ricchezza. Al contrario un’inflazione negativa, con prezzi che scendono, provoca una riduzione della crescita nominale sotto la soglia di quella reale.

2) Ai fini della sostenibilità è importante che il paese abbia una robusta crescita e questa è possibile anche solo grazie alla semplice rivalutazione dei prezzi (ossia inflazione). Il Pil, Prodotto Interno Lordo, è l’insieme di tutti i beni e i servizi prodotti da un paese in un determinato periodo, quindi se quei beni e servizi hanno un prezzo maggiore, il Pil risulta più alto e il paese è in crescita, mentre se i prezzi sono più bassi quello stesso paese, anche producendo gli stessi beni e servizi, risulta in recessione.

3) L’inflazione riducendo il valore della moneta, riduce anche il reale valore dei debiti e quindi anche il debito pubblico sarà più facile da restituire.

4) Naturalmente anche i rapporti deficit/Pil e debito/Pil risentono dell’inflazione (perché il Pil sarà più grande). Pertanto, maggiore sarà l’inflazione, minori saranno questi rapporti e più solido sembrerà il Paese.

Non vorrei che ora stessimo invocando l’inflazione come un tempo abbiamo implorato la sua scomparsa, e come i nostri antichi predecessori hanno celebrato sacrifici umani, balli e sortilegi per ottenere la pioggia.

 

Marco Di Mico